Alberto Battaglia,Tecnica e politica: il senso del fare

Tecnica e politica: il senso del fare

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Forse è giunto il momento di fare qualche osservazione sul punto cui siamo arrivati e mi scuso se parto da lontano per motivarne le ragioni che comprenderete più avanti, ma visto i tempi che corrono un omaggio alla Grecia mi pare doveroso.
Sin dai tempi degli antichi greci la “tekne” aveva acquisito un insieme di connotazioni e di valutazioni più ampie del semplice “saper fare” e già Socrate nelle sue discussioni sviluppava il confronto tra tecnica e filosofia, in particolare nell’Apologia, dove artigiani e demiurghi evidenziavano reali capacità e conoscenze al contrario di poeti e uomini politici.
Potremmo dire che la “demos” (termine retorico per popolazione) ha di certo una sua dignità e una sua legittima cultura, ma non per questo può avere pretese di controllo sulla “polis” e se in Platone la critica alla tecnica è rivolta prevalentemente contro i Sofisti e contro una concezione utilitaristica del sapere, neppure in Aristotele la tecnica gode di maggiori fortune, perché a detta del filosofo si limita ad operare negli ambiti particolari senza curarsi delle cause.
Sarà solo dal ‘600 in avanti che la tecnica (prima con l’illuminismo e poi con il positivismo) troverà una chiave di lettura moderna e diventerà la chiave di volta per la liberazione dalla servitù del lavoro (Marx), anche se romanticismo e idealismo ne definiranno i contenuti “negativi” e la identificheranno con un modo di essere volgare e senz’anima.
Tutto il ‘900 sarà impegnato in un’indagine critica sul senso della tecnica sia attraverso il nichilismo, sia attraverso i giudizi e la profezia di Weber sul disincanto del mondo e le crescenti esigenze di normative tecnico burocratiche.
Inoltre scienza e tecnica hanno fornito durante tutto il secolo scorso sempre nuovi risultati, ma non hanno saputo rispondere alle domande fondamentali che coinvolgono l’uomo e la sua esistenza nel mondo, sopperendo il tal modo ad esigenze materiali, ma non riuscendo mai a formulare ipotesi o soluzioni ai mali del mondo.
La tecnica ha rivolto alle cose uno sguardo distaccato, freddo, che ha tese e tende ad “oggettivizzare” anche il soggetto che guarda, rendendo l’uomo una cosa tra le cose.
Lo stesso Husserl ha riproposto con forza l’antitesi tecnica-filosofia, nei termini di alienazione-riappropriazione della ragione da parte dell’uomo così come la Scuola di Francoforte, Horkheimer e Adorno, hanno evidenziato la volontà di dominio e di sfruttamento che muove la Ragione illuministica portandola alla piena realizzazione nella società capitalistica e iper-tecnologica.
In questo modo la lettura della tecnica come nichilismo viene ad unirsi ad una critica della società capitalistica che attinge a Marx e Freud; difatti ne L’uomo a una dimensione  di Herbert Marcuse, la tecnologia viene presentata come l’essenza totalitaria del capitalismo, che opera attraverso la manipolazione dei bisogni umani da parte del potere costituito e così la tecnica, da sempre identificata con il progresso e trasformazione sociale, viene al contrario vista come strumento di conservazione dello status quo.
Su tutt’altro versante si pone il movimento cyberpunk il quale, a partire dagli anni ottanta, assume le tecnologie digitali e la realtà virtuale come “luoghi” di una possibile liberazione politica e sociale, come nuova agorà nella quale possano svilupparsi un pensiero ed una pratica sociale alternativi rispetto al sistema capitalistico: non più liberarsi dalla tecnica quindi, ma attraverso di essa, riprendere in qualche modo ed in forma moderna, e a volte  contraddicendole, le tesi marxiane della liberazione dalla schiavitù del lavoro.
 
 
 
 
 
 
 
 
In tal modo il movimento cyberpunk oltrepassa l’alternativa tra tecnologia come alienazione/come liberazione, proponendo una sorta di “iper-alienazione” la quale, in una sorta di rovesciamento dialettico, libererebbe l’uomo dall’alienazione medesima attraverso la tecnica.

Di fatto, e di là dalle teorizzazioni di “guru digitali” come Nicholas Negroponte o William Gibson, la tecnologia digitale è oggi uno strumento elettivo del movimento “no global”, i cui membri comunicano tra loro e imbastiscono iniziative sociali e politiche tramite il tam-tam d’internet, dei suoi blog e dei suoi gruppi di discussione. Viene così a realizzarsi nella pratica almeno una delle profezie del Sessantotto, la nascita di quei “gruppi informali in fusione” nei quali Sartre e il già citato Marcuse vedevano una alternativa veramente rivoluzionaria rispetto alla oramai obsoleta forma del partito politico.

Pensiamo in questo quadro a quante volte ormai vengono citati ed usati i social network per la valutazione degli orientamenti ed una verifica istantanea su di un giudizio o su di una determinata situazione o un determinato proposito e non è un caso che lo stesso ISTAT abbia ipotizzato recentemente il ricorso a indagini capillari modello censimento decennale per verificare gli orientamenti della popolazione italiana e qui già potrebbe avvenire un primo cortocircuito delle forme di rappresentanza e dello stesso modello di democrazia rappresentativa.
“Hic Rhodus hic salta”, ci potremmo essere, quindi dobbiamo prepararci a fare delle scelte.
Abbiamo vissuto per un periodo medio lungo una attività politica prevalentemente giocata su contrapposizioni ideologiche e dico prevalentemente nel senso che molti sono stati gli aspetti anche materiali, legislativi etc. che hanno prodotto i risultati a cui siamo arrivati, tanto quante sono state le decisioni assunte senza valutarne gli effetti, o peggio ancora piegando le scelte ad interessi corporativi se non addirittura personali.
A fronte di questo non si dimentichi quanto possono (ed hanno) inciso contrapposizioni che avevano come forte identità quella del riconoscimento e della attribuzione di ruolo di nemico da attribuire all’avversario (da un lato i comunisti, dall’altro Berlusconi) costruendo le scelte politiche  e le più o meno coerenti decisioni in funzione della identità di nemico, a partire dalla quale si costruivano alleanze; in sostanza ogni posizione, ogni scelta si basava sulla costruzione di un paradigma basato sulla paura dell’altro, come stimolo per una possibile unità e per una costruzione di identità. Da un lato la demonizzazione dei comunisti (per altro ormai relegati in soffitta) dall’altro la malvagia perversione dell’uomo ricco e potente (in parte vera  ma poco politica).
Alla fine al di là delle modalità costituzionalmente previste ed utilizzate siamo arrivati, anche se in ritardo, ad una composizione di un governo tecnico come panacea per tutti i mali a cui attribuire la responsabilità di uscire dalla crisi a cui nessuna forza politica aveva saputo dare risposte.
Ma cosa ha significato questa scelta e poi è possibile essere tecnici senza cadere in scelte che abbiamo qualche referenza ideale o ideologica?
 
 
 
 
 
 
Esiste una contrapposizione tra tecnica e pragmatismo da un lato e politica e ideologia dall’altro? O questo è un assioma per il futuro cui si dovrà pensare?
La domanda potrebbe sembrare retorica, ma implica in ogni caso delle riflessioni anche alla luce non solo dei risultati raggiunti, ma anche alla luce delle future e delle necessarie decisioni che un partito qualsiasi dovrà prendere nonché alla luce di una crisi che sia interpretata come opportunità e non come problema.
Ciò che oggi accade è che chi più, chi meno, tenta di accaparrarsi chi dai sondaggi emerge con il maggiore consenso e il veltroniano “non lasciamo Monti alla destra” pare prefigurare un oggettivo mercanteggiamento sulla figura dell’attuale premier, se non addirittura un inchino a chi pare produca o stia producendo risultati mai realizzati dalla politica, il che farebbe pensare al senso ed alla utilità di forme partitiche ancora ancorate a scelte di campo di vecchio stampo ed ai limiti della produzione di risultati da parte della politica stessa, forse ingessata in alleanze e rappresentanze fortemente sfumate, oppure costituitesi a tutti gli effetti in lobbie.
Non è questo solo un problema della sinistra, perché la maggior immobilità di proposte è stata quella della destra al governo, più attenta a non modificare nulla che non a essere coerente con gli impegni elettorali, restando ingessata anche sul tema “liberalizzazioni” che avrebbe dovuto essere un loro cavallo di battaglia.
La stessa sinistra in mezzo al guado tra memorie del passato e timori del futuro ha finito con l’arroccarsi in posizioni di difesa e con enormi difficoltà nel costruire alleanze che potessero concorrere al cambiamento della maggioranza parlamentare.
Mi paiono conseguenti i dibattiti interni, le contraddizioni e le divisioni al limite della rottura che sono emerse ed emergono nelle principali forze politiche e che nascondono un retroterra di rappresentanza tanto friabile ed incerto quanto da ricercare.
Ma se così fosse davvero il problema sarebbe quello di accaparrarsi l’attuale premier come garanzia di vittoria elettorale ?
O forse non sarebbe necessario incominciare a interrogarsi su come essere i rappresentanti della società nella sua interezza? O forse non sarebbe quello di ridefinire le regole della rappresentanza parlamentare e delle sue forme?
Che la società attuale sia sempre più un articolato di interessi divergenti e a volte contrapposti lo dimostra la storia e l’incolumità che ogni singola categoria, purché in grado di ricattare, possiede; le ultime vicende di tassisti e farmacisti ne sono la riprova anche alla luce delle ultime e recenti difficoltà e alla rappresentanza che hanno in parlamento, queste categorie dimostrano tutta la loro capacità ricattatoria anche a fronte del loro modesto peso politico e numerico e lo stesso governo tecnico appare impotente tanto quanto lo sono state le forze politiche nel modificarne le condizioni.
Questo rischia di significare che già l’attuale parlamento è la sommatoria della rappresentanza di categorie eterogenee e questo in una logica di alleanze ed accordi altro non fa che produrre staticità delle norme, ricatto reciproco, alleanze ibride e la impossibilità di modifiche alle condizioni che si hanno ed ai privilegi conquistati, salvo ovviamente avviare uno scontro direi doveroso, tanto quanto forse sanguinoso; del resto togliere privilegi, diminuire diritti e tutele maturate in anni migliori resta sempre e comunque una operazione assai difficile e rischiosa, ma non per questo da non fare.
Ma se questo vale per alcune categorie minori in termini di metodo ed in termini di sostanza non si vede perché non debba valere anche per categorie più numerose ed importanti e che hanno avuto sicuramente nel corso della storia, non solo recente, un importanza sociale notevole, ma che hanno visto nel corso degli ultimi anni modificare anche il loro peso specifico nella società, che non è più la società della seconda rivoluzione industriale, ma ormai è la società della terza e forse anche quarta rivoluzione tecnologica, dove gli scambi e le esigenze organizzative sempre meno necessitano di presenze o di organizzazioni del lavoro rigide e di massa.
E se la società resta comunque una società del lavoro, intendendo per questo una società dalle multiformi modalità di lavoro, dove ognuno in qualche modo contribuisce ad assolvere una prestazione finalizzata ad altri, dove la produzione di beni e merci non necessariamente resta la produzione di prodotti materiali o manufatti, resta da chiedersi quale sia la mutazione genetica dello spazio attuale e futuro del lavoro ed in quali forme si esprimerà e potrà essere rappresentato, tutelato e normato.
 
 
 
 
 
 
Ciò che penso e che oggi si dovrebbe avere la capacità di svincolarsi dalle vecchie rappresentanze socio-politiche (compresa la lobby sindacale) ed avere una visione meno ancorata a vecchi paradigmi, forse perfino più coraggiosa anche nei confronti di quelle rigidità che condizionano il nostro operato e scusate se penso anche ai vincoli che la chiesa pone anche sul fronte ideologico allo stato, che sovrano dovrebbe essere in ogni luogo del proprio territorio, penso proprio per non affrancarmi solo a materie di ordine economico quanto di tecnico ci sia sul fronte delle opportunità per la tutela, il rispetto, l’etica della vita.
Mi chiedo quindi se anche la tecnica e questa esperienza di governo tecnico saprà alla fine opporre non tanto resistenze a chi non vuol cambiare, ma se saprà in realtà modificare le modalità politiche forzandole ad una riflessione più ampia sulla loro natura e se da questa forzatura possa emergere un partito che  abbia una visione nuova della società e dei suoi meccanismi e che si ponga oltre l’ortodossia del XX secolo.
Se tecnica significa quindi più del saper fare, se governo tecnico significa possedere competenze specifiche e forti senso del pragmatismo, come funzione fondamentale dell’intelletto nel consentire una conoscenza obiettiva della realtà non più separabile dalla funzione di una efficace azione su di essa, se tutto questo è lo spazio dentro il quale si possono e si debbono modificare le condizioni attuali di una società che ha perduto alcuni dei suoi valori preminenti, come il senso di eguaglianza, la difesa dei più deboli ed il sostegno ai più bisognosi, dove il termine equità sia la pietra di paragone per la interpretazione del concetto di civiltà, se questo è il concetto di tecnico ecco che lo spazio della politica viene messo in discussione e può riappropriarsi della sua funzione solo ricostruendo una visione del mondo che sia onnicomprensiva, che sappia cogliere le molteplici forme della sua apparenza e della sua realtà, riconducendo ad un principio di unità sociale che sappia contenere e ridefinire le priorità.
Questa sarà la futura forma partito, o forse questa dovrà essere, perché l’esercizio della rappresentanza non sarà più legato a categorie sociali perché la loro composizione sarà non solo più articolata, ma la mobilità sociale diventerà uno dei fondamenti di una società fluida, dove mobilità, flessibilità, crescita e decrescita saranno condizioni normali.
Ciò che non possiamo avere è il timore per il futuro, nulla di catastrofico ci attende, ciò che dobbiamo assumere è la consapevolezza che la tecnica nell’epoca della quarta rivoluzione industriale è in grado di offrirci una sana pragmaticità che si basi sulla ponderatezza delle nostre intuizioni, ove gli ideali siano stati in grado di superare schematismi ideologici e dove il senso della politica e del fare politica torni ad essere la gestione della polis nella sua integrità, lontano quindi dal ristretto alveo della rappresentanza di interessi specifici, dove il cittadino non sia più visto, letto, interpretato alla luce del suo ruolo nella società o nella sua massificazione, ma come individuo capace, come primus inter partes.
Un governo del futuro dovrà per forza essere un governo dove la tecnica, cioè qualcosa in più del saper far bene, dovrà essere centrale rispetto alle esigenze di gestione e direzione della società, dove gestione significa capacità di mantenimento e direzione significa orientamento ed individuazione delle strategie e in questo la politica dovrà rintracciare il senso per la sua sopravvivenza.
 
 
 
 
 

Alberto Battaglia,Tecnica e politica: il senso del fareultima modifica: 2012-02-28T15:21:49+00:00da mangano1
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