Marco Baldino,CHE COSA SIGNIFICA LEGGERE? RICCARDO DE BENEDETTI E IL CASO DELLE “BAGATELLE”

CHE COSA SIGNIFICA LEGGERE? RICCARDO DE BENEDETTI E IL CASO DELLE “BAGATELLE”
pubblicata da Marco Baldino il giorno mercoledì 22 febbraio 2012  ·

Il libro di Riccardo De Benedetti, Céline e il caso delle “Bagatelle” (Medusa, 2011), ha dato luogo, in occasione delle sua presentazione alla Sala del Grechetto del Palazzo Sormani, in via Francesco Sforza a Milano (16 febbraio 2012), a una serie di polemiche pretestuose.Unknown-1.jpeg
 
In primo luogo bisogna sfatare alcune approssimazioni. Che da Bagatelle per un massacro (Paris, 1937) sia potuto seguire qualcosa come lo sterminio di milioni di uomini (una delle cose dette, fra le molte, anche insultanti, nei confronti dell’autore) è un’autentica sciocchezza. Vero è che Bagatelle fu distribuito in Francia in 100.000 copie, ma basterebbe fare il confronto con le tirature e la diffusione di un altro libro, il Mein Kampf, spesso avvicinato al primo quanto a disseminazione di odio razziale, per riportare la questione entro le giuste proporzioni. Mein Kampf, fino a tutto il 1932, fu distribuito in 287.000 copie; nel 1933 furono tirate e vendute più di un milione di copie e, negli anni cha vanno dal 1933 al 1945, si parla di oltre 10.000.000 di copie vendute e diffuse presso le famiglie tedesche.
 
Con ciò si vuol dire che Bagatelle non è un libro antisemita? No di certo! De Benedetti non ha dubbi: il grande Céline, quello del Viaggio al termine della notte, è lo stesso Céline di Bagatelle; in entrambe le opere Céline raggiunge quegli alti risultati stilistico letterari che di norma vengono attribuiti al solo Voyage, e fu con certezza uno scrittore antisemita tutto intero, non solo parzialmente, e filo-nazista, molto più, per esempio – questo lo aggiungo io – di quanto non lo siano stati un Von Salomon e un Ernst Jünger (quest’ultimo, poi, assolto da ogni accusa di antisemitismo).
 
Del resto, De Benedetti non dice altro che questo: è giusto occultare dalla produzione di uno scrittore, per di più grande, una parte, destinandola alla damnatio memoriae, solo perché “maledetta”? Non sarebbe più corretto – a parte gli effetti di rilancio che, inevitabilmente, tutte le censure finiscono per innescare – offrire al lettore la possibilità di farsi un’idea compiuta di quell’autore? O forse si ritiene che il lettore sia costitutivamente minore, minorato, incapace di distinguere il bene dal male – cosa che in ambiente ebraico testamentario veniva di norma riconosciuta a un fanciullo di anni dodici? Di qui le domande fondamentali poste da De Benedetti e che sole danno senso all’insieme del libro: che cosa significa leggere? Chi stabilisce che cosa si deve, si può o non si deve leggere? Da dove trae la sua legittimità questo potere di controllo sulla lettura? Davvero la letteratura si giustifica solo a partire da una qualche intenzione edificante?
 
Terza questione: la teoria dei due Céline. «Céline è un razzista antisemita, ha scritto Bagatelles, ma il resto della sua opera è degno a patto che lo si distingua da Bagatelles». Questa, in sintesi, la questione del doppio Céline riassunta da De Benedetti. Qualcuno ha detto che Sergio Luzzatto avrebbe stroncato il “saggetto” di De Benedetti, «libello sul libello». Beh, non è innanzitutto vero. Luzzatto ha sollevato alcune questioni, una è squisitamente storico editoriale, che nulla toglie alle tesi di De Benedetti, si tratta della questione se anche il Voyage non sia stato in effetti emendato dalla traduzione Corbaccio. Il che – sia detto pour les enfantes – è piuttosto un argomento a supporto che non una confutazione. L’osservazione centrale di Luzzatto riguarda invece proprio la teoria dei due Céline: «Il libro di De Benedetti – scrive Luzzatto – vale a sottolineare il paradosso di una divisione persistente e incongrua, ma forzosa e inaggirabile, tra due Céline»; persistenza che «fa comodo a molti […]: a cominciare dagli editori di letteratura “alta”… ecc. ecc.».
 
A chi dunque fa comodo? Qui è Luzzatto a rinunciare a interrogarsi a fondo sulla cultura che si agita alle spalle delle questioni sollevate da De Benedetti, e anche se questa seconda osservazione è essa stessa un argomento a supporto, rimane il sospetto che Sergio Luzzatto voglia lasciare in ombra la questione di chi si avvale e in che modo e per quali intenti della censura; non mi accontento che si getti la croce sulla vedova Céline o, assai genericamente, si indichino, «gli editori di cultura “alta”».
 
De Benedetti si muove da tempo sulle tracce di qualcosa di oscuro che si agita alle spalle della cultura “alta” novecentesca di area francese: Caillois, Blanchot, De Sade – maestro segreto di molta intellettualità parigina (Blanchot, Klossowski, Barthes, Foucault,…) e, da ultimo, Céline (Bataille vi compare sempre incidentalmente). L’obiettivo di De Benedetti è patentemente quello di far emergere il compromesso che molti grandi nomi della cultura francese, poi, in tempi più recenti, campioni di “progressismo” (uso questo termine sbrigativo per non creare troppe occasioni di polemica), stipulato con il fascismo “senza se e senza ma”, che hanno civettato, condiviso e persino marciato a fianco del fascismo e poi sottilmente occultato questi loro prodromi intellettuali, per consegnarsi alla storia come puri resistenti, socialisti e (poiché i tempi cambiano) sinceri democratici e che gli allievi di oggi, di ieri e dell’altro ieri tendono invece a nascondere. Ed è su questo terreno che acquistano senso gli appelli di De Benedetti alla libertà di lettura, che qualcuno ha invece voluto interpretare, malevolmente o stupidamente, come patente dichiarazione di antisemitismo.
 
Ecco la tesi del libro di De Benedetti: Céline è un efficace maestro dell’odio, un esplicito istigatore dell’antisemitismo e mentore della sua diffusione, operazione nella quale la sua perizia letteraria svolgerebbe proprio un ruolo moltiplicatore in virtù della sua riuscita letteraria. Giusto! ma se anche questo è vero – e non v’è dubbio che «lo è» (p. 26) – ciò dimostra a fortiori che un tale giudizio si fonda proprio su una preventiva e sottaciuta interdizione del lettore, quasi questo non fosse che uno sciocco assimilatore di proclami. La tesi di De Benedetti è che la teoria dei due Céline si basa proprio su questo interdetto che colpisce il lettore e lo statuto della lettura: com’è possibile che la condanna morale che colpisce un autore si trasferisca, come applicazione di una sorta  di proprietà transitiva, sul lettore? Perché leggere Céline dovrebbe implicare che se ne condividono le tesi? Chi o come si legittima la teoria della cattiva influenza dei libri?
 

Marco Baldino,CHE COSA SIGNIFICA LEGGERE? RICCARDO DE BENEDETTI E IL CASO DELLE “BAGATELLE”ultima modifica: 2012-02-24T17:56:42+00:00da mangano1
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