Daniele De Marco, la decrescita di Latouche?… è reazionaria

la decrescita di Latouche che piace a de Magistris? È reazionaria
Daniele Demarco
Serge Latouche rappresenta la nuova sinistra. Vecchio operaista, studioso di Togliatti, chiama tutti “compagni” ma strizza l’occhio a Evola e Guénon. La sua prospettiva? Fermare lo sviluppo e dedicarsi alla de-crescita. Una rivoluzione di genere: a liberare il mondo saranno le donne. Tra i suoi seguaci c’è anche il sindaco di Napoli De Magistris. Da simili prospettive si possono trarre due conclusioni: o la Sinistra, quella vera, sta perdendo la lucidità o sta tentando di coprire con pezze a colori le falle aperte nel proprio sistema concettuale
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Serge Latouche
CULTURA
29 gennaio 2012 – 15:50
C’è una Sinistra di Destra: un socialismo che all’operosità antepone la nobile pratica dell’ozio; un ecologismo che rinuncia al progresso e paventa il ritorno ai piccoli centri rurali, un femminismo che predica la diversità di genere e prende a modello il matriarcato. C’è, infine, un nuovo Umanesimo che annuncia l’Apocalisse e l’approssimarsi di un medioevo postmoderno in cui fattorie e borghi sociali sostituiranno i vecchi monasteri. Tutto questo, si dice, dovrebbe avvenire a prescindere dalle riforme dei governi tecnici e delle grandi coalizioni politiche, poiché la crisi attuale non deriva da un accidente esterno, ma è proprio un bug del sistema tecnico-industriale.

Il presupposto del capitalismo, sosteneva infatti Marx, è l’abbattimento di ogni limite. Ma, chiedono oggi i movimenti no-global, come può un mondo finito contenere ambizioni talmente infinite senza poi esplodere? È così che i radicali e gli indignati di mezza Europa finiscono per trovarsi in accordo con un costumato borghese come Thomas Mann, il quale sosteneva che a inseguire la meta finale del progresso “non ci si accorge che infondo si aspira a trovare la morte”. A questo punto, per evitare la catastrofe, la Sinistra si dice pronta a rinunciare a quella che è sempre stata la sua religione, lo sviluppo. Inserisce, quindi, la retromarcia e prova ad invertire il corso dei tempi. È questa la strategia-Latouche ovvero la de-crescita.

Serge Latouche, professore emerito all’Università di Parigi e autore di un Breve trattato sulla decrescita serena, è stato recentemente in Campania, dove vengono messe in opera alcune “buone pratiche” ispirate alla sua filosofia e dove ha incontrato anche un suo illustre fan, il sindaco di Napoli Luigi de Magistris. Fin qui niente di strano. Uomo mite, dai modi conviviali e vecchio operaista, Latouche cita volentieri Berlinguer e ama chiamare “compagni” i propri interlocutori. È, insomma, l’uomo giusto per quell’ala rossa e rifondarola che sta sostenendo la rivoluzione arancione.

Il problema è che pur non esibendo la ferocia intellettuale di un Joseph de Maistre, il pessimismo antropologico di un Oswald Spengler o le inquietudini esistenziale di un Carl Schmitt, Latouche dice cose che potrebbero essere condivise da gran parte delle intelligenze “pericolose” del ventesimo secolo. Tanto per cominciare, crede che il paradiso edenico sia esistito per davvero e più precisamente durante l’età della pietra, quando gli uomini potevano dedicare gran parte della vita alla festa e alla danza. Cita, in proposito, le ricerche dell’antropologo americano Marshall Sahlins, ma non dice che questa mania di storicizzare l’età dell’oro era già stata l’ossessione di Julius Evola e René Guenon, personalità vicine al fascismo e alla Destra esoterica.

Il professore attacca poi la concezione di tempo assoluto, tipica delle società evolute, e rispolvera l’antica fede nei cicli cosmici. Roba da far impazzire il Lenin di Materialismo ed empiro-criticismo, il quale bollava come “reazionarie” tutte le filosofie che negano l’oggettività del tempo e dello spazio. Con piglio heideggeriano Latouche demolisce poi le tecno-scienze e lancia contro l’economia capitalista un’invettiva che condivide più i toni di un Carl Schmitt, il noto giurista ultracattolico del Reich, che quelli di un Gramsci, di un Togliatti o di un Berlinguer.

Da Schmitt il professore sembra mutuare anche la concezione della dialettica politica come uno scontro amico-nemico. E infatti ha individuato il proprio avversario con la precisione e l’accortezza di un cecchino. Questa controparte sarebbe il cosiddetto Wasp, acronimo di White Anglo-Saxon Protestant, l’uomo bianco, anglosassone, protestante; vale a dire l’americano medio individuato secondo caratteristiche razziali, etniche e religiose. Da sapiente teologo della nuova rivoluzione, Latouche ha identificato nel tipo anglosassone il Male incarnato. Da quando quest’essere demoniaco ha colonizzato il mondo, dice, il motto delle scuole di economia britanniche “greed is good” (l’avidità è buona) è diventato legge universale.

E così viviamo oggi in un’orgia di ambizioni e in assenza di valori. Insomma, la tipica condizione da Basso Impero dalla quale solo un Messia potrà salvarci. Il Salvatore non sarà, però, un uomo. Latouche assicura, infatti, che la de-crescita “o sarà al femminile e femminista o non sarà”. Toccherà, in altre parole, alle donne, liberare il mondo dall’oppressione del maschio capitalista e decolonizzare l’immaginario dai simboli virili della volontà di potenza. A questo punto si dischiude uno scenario al limite della mitologia in cui alla lotta di classe si sostituisce lo scontro fra i generi.

Da simili prospettive si possono trarre due conclusioni: o la Sinistra, quella vera, sta perdendo la lucidità o sta tentando di coprire con pezze a colori le falle aperte nel proprio sistema concettuale. Non era stato forse Julius Evola, un uomo a destra del fascismo, ad affermare che la forma più radicale di rivoluzione è quella che porta indietro e non avanti?

Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/latouche-decrescita-evola-femminismo#ixzz1ktIHvc3W

Daniele De Marco, la decrescita di Latouche?… è reazionariaultima modifica: 2012-01-30T15:02:17+00:00da mangano1
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