Dario Borso, Due voci dal silenzio

dario borso.jpgDUE VOCI DAL SILENZIO.

La primavera scorsa, mentre definivamo il ruolo che avrebbe svolto nell’edizione delle Poesie sparse di Paul Celan (uscite poi con una sua postfazione per Nottetempo), Andrea Zanzotto mi accennò a un suo vecchio intervento televisivo di commento al primo libro di Celan tradotto in Italia. Indicazioni più precise non riuscii a cavargli, ma il detto non era poco. Innanzitutto son risalito al traduttore del libro in questione, una raccolta di poesie celaniane uscita per Mondadori nel 1976. Moshe Kahn vive a Marrakesh, e fa ancora il traduttore – ma dall’italiano al tedesco: dopo aver tradotto Ragazzi di vita e Petrolio di PPP, è alle prese con Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo. Ricordava la trasmissione, “Settimo giorno”, e pure il conduttore, Enzo Siciliano, che non lo aveva invitato alla puntata celaniana (ricordava persino il bar romano da dove l’aveva vista, inviperito). E così, grazie all’amico Davide Del Boca che lavora in Rai, l’altro giorno ho trovato e sbobinato il tutto. Ecco la quasi-viva voce di Andrea, oggi, giorno della memoria.

Dario Borso

 
 
 
Per chiunque scriva versi, l’avvicinamento alla poesia di Celan è sconvolgente. Egli rappresenta la realizzazione di ciò che non sembrava possibile: scrivere poesia dopo Auschwitz, eppure superare Auschwitz servendosi anche delle ceneri di Auschwitz. Egli attraversa questi spazi cinerei e gelidi con una forza e una dolcezza che non esiterei a dire sovrumane, e al di là di questi geli scopre una messe abbagliante di invenzioni, di invenzioni che hanno contato decisivamente per la poesia del nostro tempo. Ma egli aveva la consapevolezza che, quanto più il suo linguaggio avanzava, tanto più era destinato a non significare. L’uomo già per lui aveva cessato in qualche modo di esistere; la storia è una storia di assoluta negazione, il linguaggio non può sostituire la storia, deve contrapporsi ad essa, la poesia è una costruzione di un  mondo che nega la storia, ma negando la storia finisce col negare se stesso. Quindi la tragedia di Celan è proprio quella di un linguaggio che è consapevole di andare verso la mutezza, come egli stesso diceva, che è qualcosa di diverso dal silenzio. Crollare nella mutezza e nello stesso tempo essere ebbri di nuove scoperte: questo è il suo paradosso. Egli cammina e si inoltra appunto negli spazi del linguaggio, aggruma le parole, sovverte la sintassi, crea numerosi neologismi, usa tutte le possibilità del sistema linguistico tedesco, e nello stesso tempo si accorge che questi suoi disegni meravigliosi, questi suoi labirinti, sono e portano verso un qualche cosa che non è il ritorno alla casa natale, è una terra di nessuno. Ora, quello di Celan si può dire veramente un dramma sacro. La negazione della sacralità è stata ancora per lui qualche cosa di sacro. Esistevano altre possibilità che le avanguardie del nostro tempo hanno tentato, cioè di investire dal di fuori questa sfera, profanarla e profanizzarla nello stesso tempo, cercare di smontare questa macchina dall’esterno per vedere anche di restituire un diverso rapporto tra storia e parola. Per Celan è stato questo un problema che si è ripresentato di continuo, ma che in qualche modo egli non ha affrontato in pieno. E forse in questo consiste, se si può dire, un suo limite, forse, per quanto la sua grandezza sia fuori discussione, egli era ancora troppo avvelenato e abbagliato dalla grande tradizione del decadentismo europeo, da Orfeo in poche parole. Ma egli resta soprattutto il poeta innocente, colui che è incapace di doppio gioco, e che a un certo momento esce di scena.

Andrea Zanzotto

Dario Borso, Due voci dal silenzioultima modifica: 2012-01-27T16:16:34+00:00da mangano1
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