Antonella Doria, CONVERSAZIONE in MILANO con VINCENZO CONSOLO

 CONVERSAZIONE  in  MILANO

con VINCENZO CONSOLO

di  Antonella Doria155314_172804142747429_100000535334379_502468_7084942_n.jpg

   “Il Segnale” è una piccola ma tenace e resistente rivista di “ricerca letteraria”, che si occupa principalmente di poesia. Nella tua esperienza di scrittore che rapporto hai avuto con le riviste letterarie?
Io abitavo in provincia quand’ero giovane ed ero molto curioso di quello che avveniva nel campo letterario.  I miei viaggi erano verso Messina e Palermo, a Messina andavo da un editore di libri che si chiamava D’Anna e dall’editore Flaccovio a Palermo (a Palermo, entrando da Flaccovio, ho incontrato Lampedusa  e poi l’ho rivisto al mio paese, in macchina col cugino Lucio Piccolo, perché si era rifugiato a Capo d’Orlando con la madre durante la guerra).  Io ero molto curioso di quello che avveniva nel campo letterario e quindi compravo le riviste letterarie, soprattutto la rivista diretta da Vittorini che si chiamava – il Menabò -; seguivo molto e leggevo molto, soprattutto i classici sia italiani che americani, russi etc, ero un divoratore di libri. Ti devo raccontare un episodio curioso: nel secondo dopoguerra, ero preso dalle febbri malariche, come tutti i ragazzini della mia età; durante questa malaria si avevano delle febbri altissime e si delirava. Io durante l’attacco di queste febbri chiedevo ai miei insistentemente “Le mie prigioni” di Silvio Pellico; in casa c’erano solo libri di scuola di noi figli e non c’era una libreria in paese, però quando la febbre è scesa e mi sono svegliato dal delirio ho trovato sul mio letto “Le mie prigioni” di Silvio Pellico”. I miei poverini chissà dove sono andati a trovarlo!  Di fronte a casa mia abitava un cugino di mio padre che era un proprietario terriero, Don Peppino Consolo, che aveva una ricca libreria e io andavo da lui a leggere, però lui non mi faceva portare i libri a casa perché aveva paura che glieli sciupassi, mi faceva leggere da lui in cucina sul tavolo di marmo
   Qual’ è l’imprinting che ha fatto di te uno scrittore e, in particolare, uno scrittore impegnato, come la Critica ti definisce? e quali sono state le tue letture, i tuoi scrittori e poeti  preferiti?
Tutta la letteratura, Tolstoj, Dostojesky, etc. etc. americani italiani russi etc. Quello che noto è che gli scrittori della mia generazione avevano dietro questo bagaglio di conoscenza letteraria, oggi – come dice Arbasino – sapesse signora mia, la mia vita è un romanzo – e giù, si mettono a scrivere della propria infanzia, le esperienze sessuali etc. etc. Io dico che la scrittura deve essere sempre una scrittura palinsestica, cioè noi scriviamo su altre scritture, sul bagaglio di conoscenze che abbiamo, di quelli che ci hanno segnato che ci hanno preceduto, altrimenti non è letteratura
   I tuoi romanzi sono tutti romanzi di ‘movimento’, a cominciare da “La ferita dell’aprile”, con quella bellissima immagine della “strada arrotolata come un nastro”, in cui sono già presenti i  temi che andrai poi a svolgere nelle successive tue opere . Il Viaggio in tutti i sensi, in senso fisico e come metafora. Viaggio nei luoghi nella cultura  nel mito. Un movimento circolare dove tutto torna. Anche il nόstos, il ritorno di Ulisse a Itaca. Sei tu moderno Odisseo?
Si, soprattutto quando ho lasciato la Sicilia. In Sicilia i miei punti di riferimento erano da una parte Lucio Piccolo e dall’altra Leonardo Sciascia, che andavo a trovare spessissimo a Caltanissetta. Leonardo, quando andai a salutarlo, mi disse – se io fossi giovane come te e non avessi famiglia, anch’io farei le valigie e me ne andrei, perché qui non c’è più speranza- questo nel ’68.  Sono arrivato in questa nobile città, Milano, per me era l’unica città possibile, quella che Salman Rushdie chiama “la patria immaginaria”; però questa città immaginaria me la sono vista dissolvere sotto gli occhi con gli anni, quando è sorta –La Lega-. Io ho capito di che si trattava, perché avevo già visto in Sicilia i movimenti indipendentisti siciliani, sapevo che cosa era questo insorgere di localismi e ho scritto sul Corriere della Sera un articolo contro ‘La Lega’; Bocca mi ha risposto dicendo che avevo la fobìa della ‘Lega’, anche Maria Corti…  mi hanno dato tutti addosso. Poi hanno capito d’aver preso un abbaglio! Queste sono forme regressive di localismi.  Il ‘movimento’ me l’ha insegnato Vittorini con “Conversazione in Sicilia”. Nel mio primo libro “La Ferita dell’aprile” c’è il narratore che narra in prima persona, è l’unico libro in cui c’è un Io-narrante: questo ragazzo viene da un paese dove si parla un dialetto gallo-italico mediolatino, quindi è una estraneità linguistica; questo perché dopo la conquista dei Normanni in Sicilia (Ruggero il Normanno aveva sposato una Signora, Adelasia, che era proveniente dal Monferrato, e questa Signora aveva portato in dote, invece delle lenzuola ricamate, ha portato in dote delle truppe mercenarie raccolte nella Valle Padana – questo non bisogna dirlo a Bossi-), dopo la riconquista, questi mercenari si sono stanziati in Sicilia e hanno formato le ‘isole lombarde’. Quella più vicina a l mio paese, dove c’è una lingua gallo-italica mediolatina che è rimasta intatta e per noi siciliani è una lingua assolutamente impenetrabile, si chiama San Fratello  ed è un paese di montagna con un grande bosco alle spalle, per cui è rimasto isolato, un paese dove c’erano pastori e contadini e dove c’è stata una grande migrazione, da San Fratello sono emigrati in Lombardia, a Viggiù. C’è stata una catena di richiamo, un ritorno alla patria d’origine. Il signor Craxi veniva da questo paese, però al di là di Craxi, ci sono stati tanti personaggi importanti, etnologi, studiosi di tradizioni popolari etc.. Craxi viene dal greco –kύros- che significa –ragazzo-, da cui viene il cognome Curasì, Craxis, Craxi
   Vogliamo sfatare questa contrapposizione (artificiosa) che ci sarebbe tra il Mito e la Realtà! Il Mito è da sempre una rappresentazione della Realtà!?
Il Mito è la matrice della Cultura. Abbiamo bisogno di una Mitologia per poi declinare la Storia. Non si può farne a meno. C’era questo attacco delle narratrici casalinghe – Si cunta e si raccunta un bellissimu cuntu – diceva una mia prozia di 93 anni, che incominciava i racconti la sera intorno al fuoco del braciere: “si cunta e si raccunta un bellissimu cuntu. C’era una volta…”
   Tu volevi raccontare del mondo contadino, le rivendicazioni, l’occupazione delle terre, la riforma agraria. Volevi testimoniare l’ingiustizia sociale e storica. Ma perché invece di indirizzarti verso una scrittura di tipo sociologico-comunicativa (Levi, Dolci etc.) hai optato per una scrittura narrativa sperimentale di ricerca e di scavo archeologico?Una scrittura complessa poco abbordabile dalla massa dei lettori, una scrittura d’élite?
Non so se è una scrittura d’élite. Io non ho voluto fare il saggista, ma avevo proprio la necessità di narrare. Il mondo contadino e le occupazioni delle terre, perché credo che sia quello il periodo e quella la classe sociale più nobile della Sicilia; perché le altre categorie erano i soprastanti e i campieri, da una parte, che erano quelli che  portavano i profitti ai signori nobili che se ne stavano chiusi nelle loro case di Palermo. E lì è dove poi è nata la Mafia. Io non ho mai sopportato la frase di Lampedusa  -Noi fummo i leoni e i gattopardi, dopo di noi verranno le iene e gli sciacalli – (infatti quando è uscito “Il sorriso dell’ignoto marinaio” l’hanno chiamato ‘il Gattopardo di sinistra’); loro li conoscevano bene queste iene e sciacalli,  facevano finta di non sapere chi erano: questo era don Calogero Sedàra, erano i mafiosi che portavano i profitti nei palazzi.  E dico che la Storia della Sicilia più nobile è la Storia dei Contadini che hanno fatto le lotte per l’occupazione delle terre. Bisogna anche sapere – e questo lo sanno pochi – che in prima fila erano le donne: molte donne, durante le lotte contadine sono state arrestate a Palermo e portate all’Ucciardone; quindi questo luogo comune della donna siciliana con lo scialle che se ne sta chiusa in casa, nel mondo contadino questo non esisteva, le donne erano al lavoro e lottavano come gli uomini, non erano piccolo-borghesi che aspettavano ‘u zitu’.
   Il tratto stilistico del tuo linguaggio è il ‘barocco’: enumerazione, accumulazione, pluristilismo e plurilinguismo (Segre), inserimenti saggistici e lunghe citazioni di vario genere. Vale a dire: l’ intertestualità. Si tratta di reinvenzione della scrittura e contaminazione di registri diversi. Sembra (qualcuno ha detto) che tu voglia portare sulla pagina le volute barocche delle Chiese di Sicilia.  
Non so se sono le volute barocche. Io ho capito che in Sicilia c’erano dei preziosi giacimenti linguistici  e quindi nel momento in cui questo nostro italiano si orizzontalizzava, nel momento in cui io ho cominciato a scrivere, perdeva quello che Leopardi chiama – l’Infinito che la lingua italiana ha in sé -, proprio con l’avvento dei mezzi di comunicazione di massa. Ho capito che bisognava veramente cercare in questi giacimenti linguistici, cercare di riportare sulla scrittura e nella scrittura queste parole profonde, farlo per tutte le civilizzazioni – non dominazioni – che ci sono state in Sicilia, dai greci ai latini agli arabi agli spagnoli etc; quindi riesumare queste parole italianizzandole e inserendole nel codice centrale italiano. ( Un dialettologo dell’Università di Catania un giorno mi ha telefonato dicendomi – ma dove hai preso questa parola che non si trova nei vocabolari siciliani?-; la parola è ‘calasìa’, una parola che usava mia madre, perché la mia zona è una zona greco-bizantina, e  gli ho detto – Salvatore, è così semplice. ‘Calasìa’ viene da Kalόs, quindi ‘calasìa’ significa ‘bellezza’-.  Da noi si dice – che calasìa…  è una calasìa – cioè ‘è una bellezza’, però nei vocabolari siciliani non risulta perché sono vocabolari che provengono tutti dalla zona palermitana dalla zona occidentale della Sicilia 
   Nei tuoi romanzi c’è sempre la Sicilia. C’è la memoria della Sicilia, memoria autobiografica,  memoria storica e memoria di personaggi realmente vissuti. Tu metti insieme fatti reali e finzione letteraria e l’ambientazione storica ti permette di mettere in opera una dislocazione spazio-temporale per ricreare una situazione immaginaria che diviene metafora del presente. La tua è stata definita un’opera storico-metaforica. Cosa ci sta a monte di tutto questo?Oltre ad un grande valore formale stilistico ed alla voglia di raccontare, c’è  una voglia di denuncia, di riscatto, di resistenza? Per dirla con il poeta:<<Disperati, tuttavia speriamo>>? e la disperazione è un sentimento politico?
Il poeta spagnolo è Machado, che durante il periodo franchista ha scritto <<Desperados, esperamos todavìa>> . La disperazione non deve sopraffarci, dobbiamo sempre sperare perché la disperazione non ci fa più vedere la realtà; dobbiamo avere sempre la lucidità per vedere la realtà, certo c’è il dolore ma bisogna vincere la disperazione, altrimenti si rimane annientati.  Dopo il mio primo libro, ‘La ferita dell’aprile’ dove ho voluto raccontare l’adolescenza dell’Io-narrante, ma anche l’ennesima adolescenza della Sicilia del secondo dopoguerra, la ricostituzione della vita pubblica della vita politica e del potere, ho immaginato una trilogia storica che toccasse i tre momenti importanti della Storia Italiana, partendo sempre dal luogo della memoria, partendo sempre dalla Sicilia, e cioè il Risorgimento, la nascita del Fascismo e poi la contemporaneità, quindi ‘Il Sorriso dell’ignoto marinaio’, ‘Nottetempo, casa per casa’ e ‘Lo Spasimo di Palermo’. Ho concepito questa trilogia partendo sempre dalla Sicilia perché, come diceva Verga, -non ci si può mai allontanare dai luoghi della propria memoria- e Pirandello diceva che noi ‘siamo i primi nove anni della nostra vita’. Siamo segnati e questi segni sono incancellabili indelebili, quindi bisogna partire sempre dai luoghi della memoria, da quello che si è udito da quello che si è visto ripartire. Non si può parlare dell’Everest
   Un grande affresco storico è il trittico formato da: Il sorriso dell’ignoto marinaio – Nottetempo,casa per casa – Lo Spasimo di Palermo. Ma la Storia, dici nel ‘Sorriso’, non è che “bava di lumache”. Che senso ha questo in un’epoca che ha come segno distintivo la Cancellazione della Memoria?
E’ una congiuntura quella della cancellazione della memoria da parte dei poteri, di quelli che gestiscono questi mezzi di comunicazione di massa di oggi, come la televisione, Internet etc.  Cancellano la memoria, ci fanno vivere in un infinito presente; soprattutto i giovani oggi vivono in una realtà altra, che non è la memoria, che non è il luogo dove vivono, vivono sempre altrove. Voglio dire che la televisione, internet etc.  la tecnologia in sé è una cosa buona, è il modo come si usa che… La tecnologia è innocente
   Il barone di Mandralisca è stato definito l’“anti-Gattopardo” e il simbolo della Lumaca rappresenta la metafora del labirinto, da cui si può uscire o essere inghiottiti. Cosa mi dici della “Utopia della parola Nuova” che doveva illuminare i figli dei “villani”, portarli verso il riscatto sociale e far loro scrivere un’altra Storia? Utopia in cui credeva anche Vittorini. E la scrittura è una scelta di responsabilità?
Si, è una scelta di responsabilità. Questa storia che io ho immaginato con la prigione a forma di spirale  è una metafora. Dico che nella vita, nella Storia, nel momento e nel luogo dove viviamo si può scendere in basso e perdersi, oppure risalire questa spirale, uscire fuori, uscire nei luoghi della Storia e partecipare alla Storia in modo significativo in modo attivo o perdersi nell’individualismo nei propri problemi. Oppure risalire e uscire sulla terra. In ciò sta anche la responsabilità della scrittura. Vittorini in ‘Conversazione’  e ‘Città del Mondo’ aveva immaginato un mondo veramente in movimento, coi camionisti con i contadini… poi tutto questo è finito.  Io sono approdato a Milano nel ’52 per frequentare l’Università e abitavo a p.zza Sant’Ambrogio – che io ho chiamato la piazza dei ‘destini incrociati’, perché da una parte c’era l’Università Cattolica, dove arrivavano tutti i figli dei piccoli-borghesi cattolici d’Italia ( compreso me), dall’altra parte c’era la Celere, dove c’erano i questurini con i manganelli che andavano a reprimere le manifestazioni gli scioperi, e dall’altra ancora c’era il COI, Centro Orientamento Immigrati, di fronte c’era la Pensione dove abitavo. Io in quegli anni, gli anni della grande mutazione italiana, vedevo arrivare in quella piazza dei tramvai senza numero: vi scendevano, presi alla stazione centrale di Milano, masse e masse di meridionali, calabresi, siciliani etc… di contadini. Lì ho visto la fine del mondo contadino. Questi che arrivavano venivano sottoposti alle visite mediche in questo Centro e spediti alle varie fabbriche d’Europa. Io ho riflettuto su questa mutazione, su questa fine del mondo contadino …  Allora c’erano dei compagni di università, più avanti di me, che poi sono diventati eminenti uomini politici della Democrazia Cristiana (es. De Mita e altri) e non so se hanno visto questa fine del mondo contadino…
   Spesso nelle tue opere è presente un codice figurativo che interagisce fortemente col codice verbale fino ad esserne il filo conduttore ed il titolo dell’opera, vedi “Il sorriso dell’ignoto marinaio” di Antonello da Messina  o “Lo Spasimo della Sicilia” opera commissionata a  Raffaello per la Chiesa di Santa Maria dello Spasimo di Palermo, ora al Prado. Ma anche “Retablo”. E’ molto bella questa commistione. Come ti sei indirizzato verso questa scelta?
Questa cifra pittorica si deve accompagnare sempre alla parola alla narrazione. La visione, sia quello che udiamo sentiamo che quello che vediamo – vedere le opere d’arte è importante – come il quadro dello Spasimo di Palermo che è metaforico. Nella traduzione francese ho dovuto cambiare il titolo in <<Les Palmies de Palerme>>, perché in Francia lo ‘Spasimo’ ha un significato solo fisico
   Dello ‘Spasimo’, che qualcuno ha definito la “summa” della Poetica consoliana, El Paìs ha scritto che trattasi di una –tragedia in prosa- ed infatti tutto lascia prefigurare la tragedia, dall’exergo dell’inizio fino alla fine con l’immagine barocca della Morte che galoppa trionfante.  Il riferimento è ad un’altra opera famosa “Il Trionfo della Morte” di Anonimo, a Palazzo Abatellis a Palermo. Dopo questa chiusa, con la morte del giudice Borsellino, la sensazione del lettore è che insieme allo scrittore – protagonista e narratore – ed insieme al fioraio ammutolito e ad una città sgomenta, ci si consegni tutti al silenzio! Mi sembra che hai rischiato l’afasia! Mi sbaglio?
Si. Una tragedia così enorme, in momenti terribili della Storia della Sicilia e di Palermo, con la strage di Capaci e quella di Via D’Amelio…  sono stati momenti di una tragedia unica. Il rischio era veramente di rimanere senza parole, come il fioraio. Si rischia di non poter dire, il dolore è tale che ti ammutolisce. Il protagonista del libro, lo scrittore Martinez, c’est moi
   Un nostro carissimo amico, Pierluciano Guardigli, ha detto nella sua presentazione al Naviglio Piccolo di Milano, che nello ‘Spasimo’ sono più romanzi: Il romanzo della Sicilia e dell’Italia – tra Milano e Palermo – degli ultimi cinquant’anni, la controstoria dell’Italia letteraria e civile che ci ha consegnato tanta letteratura siciliana, l’eterno romanzo dei padri e dei figli, c’è il romanzo d’amore tra Gioacchino e Lucia che annega nella follia ed infine c’è il romanzo dell’Oblio, che ruota intorno ai fotogrammi del film ‘Judex’. Contro questo ‘Oblio’, dice Guardigli, resta forse il miracolo della Poesia! E’ così?
Sono d’accordo con quanto dice Guardigli. La tragedia della moglie Lucia – l’ho chiamata Lucia non a caso, come luce, la luce dell’umanità. Ho anche scelto come copertina una donna che tiene un lume in mano; io cercavo l’immagine di una donna, perché le donne sono quelle che portano la luce della vita, e mi sono rivolto ad una antiquaria di Via Manzoni a Milano, dove un mio amico mi ha detto di aver visto il quadro di una donna che regge un lume. Il quadro era stato venduto e trovavasi negli USA, ma la signora aveva conservato una diapositiva del quadro. Tutto è metaforico nell’economia di un libro, tutto è circolare
   Tornando al codice verbale: La tua prosa tende verso la poesia, è una prosa che segue una forma metrica, un ritmo, una musicalità intrinseca con assonanze allitterazioni ossimori metafore allegorie etc.etc. Perché spostare la scrittura in prosa verso la poesia, proprio in un momento in cui la Poesia si sposta verso la prosa?
Io non so se la poesia, la poesia quella vera si sposta verso la prosa, però la mia concezione della scrittura letteraria oggi è nel senso di Walter Benjamin, che fa distinzione fra romanzo e narrazione. Io credo che oggi non si possano più scrivere romanzi, non è più tempo; si possono scrivere delle narrazioni. E faccio la metafora della tragedia greca, dove avveniva che in scena arrivava l’Ánghelos- il messaggero, e narrava agli spettatori che stavano seduti sulla cávea quello che era successo altrove in un altro momento, poi poteva avere inizio la tragedia. Oggi dico che l’Ánghelos-il messaggero non appare più sulla scena perché la cávea è vuota e quindi c’è solo la parte del Coro, che narra in forma poetica; il movimento non è più del messag- gero che si rivolge agli spettatori, perché dico che ormai gli spettatori non ci sono più, ci sono quelli che scelgono di leggerti. Il movimento è al contrario. Ecco perché l’organizzazione della mia prosa è in senso ritmico e in senso poetico, nel senso formale con il ricorrere spesso alle assonanze e alle rime. Ecco perché l’organizzazione della frase in senso ritmico e poetico
   Nel saggio <<Lo spazio in letteratura>> scrivi :<<Ómeros in Greco antico significa ostaggio: il poeta vale a dire è ostaggio della tradizione, della memoria e della memoria letteraria soprattutto>>. Cosa ne pensi della poesia del novecento che ha rotto con la tradizione e poi di questi ultimi anni in cui, piuttosto che andare verso il mondo verso la vita, la poesia sembra stia andando verso un ripiegamento narcisistico su se stessa?
Io ho frequentato i poeti della generazione che mi hanno appena preceduto. Ho frequentato molto Lucio Piccolo, Montale, Quasimodo (anche personalmente); un poeta che ho molto amato, di cui ho l’onore di essere amico è Andrea Zanzotto. Ma non seguo più la poesia contemporanea, oggi sono tutti poeti e non c’è più il bagaglio di conoscenza su cui si basava la poesia e la letteratura
   Mi piacerebbe molto che mi parlassi di “Retablo”(che io ho molto amato) e della “metafora del palinsesto”. Quando ho letto la prima pagina, me ne sono subito innamorata: Il furore amoroso del fraticello Isidoro, con la sua litania barocca, mi ha conquistata. Mi riecheggiavano (anche se diversamente) gli <<astratti furori>> di “Conversazione in Sicilia”,che ho sempre considerato un incipit ineguagliabile. Adesso non so più chi la vince! C’è comunque nelle tue opere una ricerca delle radici, dell’origine della lingua e della storia che mi riporta ancora a Vittorini: Questo scendere di Silvestro nella Sicilia delle origini, della madre, dei gironi infernali e poi risalire ‘a riveder le stelle’, con nuova consapevolezza…
“Retablo” ha voluto essere per me un omaggio alla letteratura. Il libro è scaturito da una realtà, nel senso che c’è stato un matrimonio a Palermo -di nobiltà palermitana- dove ero testimone di nozze insieme a Guttuso e Fabrizio Clerici. Dopo la cerimonia abbiamo fatto un giro per la Sicilia Classica insieme a Fabrizio Clerici – Segesta, Selinunte etc. etc.- ed io vedevo Clerici che era incantato di fronte a queste antichità e che disegnava; da lì mi è venuta l’idea di scrivere di questo Clerici milanese che approda in Sicilia. Il Clerici di ‘Retablo’ innamorato di Teresa Blasco, Teresa Blasco che sposa Cesare Beccaria da cui nasce Giulia Beccaria, madre del Manzoni. Quindi è un omaggio alla Letteratura. Questa è la matrice letteraria di ‘Retablo’. Ho voluto fare questo omaggio, per cui è un libro- una parentesi nel mio iter letterario, con questa prosa assolutamente libera
   Nei tuoi testi c’è una pluralità di piani e di generi, c’è la Storia e le storie, ci sono i corpi e i sensi, gli odori, i suoni, i colori, c’è la musica, la pittura, la scultura del grande Serpotta, detto il Magnifico, e c’è la Poesia. Tutto ciò fa di Consolo uno scrittore colto ed elitario per un lettore colto ed elitario. Non è una contraddizione per un marxista, sia pure gramsciano?
No, non credo. Perché l’idea storico-ideologica si accompagna a quella che è la scelta stilistica, allo stile. Non c’è contraddizione. Non è che dobbiamo scrivere in una prosa piana per essere democratici, questo assolutamente no. Quando Dante dice che – il Volgare è la più nobile delle lingue – fa il paragone fra la lingua grammaticale ed il Volgare  e, con un bellissimo ‘ossimoro’, dice che  il Volgare è la più nobile delle lingue. Quando ho pubblicato ‘Nottetempo’ ho voluto rappresentare il secondo momento storico, la nascita del Fascismo, in questo teatro che è Cefalù con questo satanista Crowley Alaister, che è il segno della decadenza  inculturale  da cui nascono i Fascismi. Questo libro uscì nel ’92, quando un signore che si chiamava Berlusconi aveva preso possesso della Casa Editrice Mondadori (io avevo firmato dei contratti con Leonardo Mondadori, però Berlusconi era diventato il nuovo padrone) e ha fatto una Convention – come si dice in inglese, in America – a Segrate ed ha invitato i maggiori venditori rappresentanti della Mondadori in Italia e anche alcuni autori (ha invitato me perché avevo pubblicato nel ’92 – ‘Nottetempo’). Arrivo e mi presentano al nuovo padrone e lui mi dice – Lei è il nostro fiore all’occhiello, mi hanno dato il suo libro da leggere, però mi hanno detto che è difficile…  ma proverò a leggerlo –  e io gli ho detto – ma lasci stare- (ancora non si sapeva chi era questo signore che si chiamava Berlusconi, ancora non era ‘sceso in campo’)
   Per concludere: Chi sono oggi i Proci (che uccidono Ulisse) o <<i Giganti della montagna>> di Pirandello? Sono già qui le iene e gli sciacalli, di cui parlava il Principe Salina nel ‘Gattopardo’? E chi è l’<<Ánghelos>> oggi?
Le iene e gli sciacalli vivono in mezzo a noi. Sono i corrotti, il potere politico corrotto, i mafiosi di ogni tipo (oggi questa malapianta è diffusa in tutta Italia, per non dire anche altrove). Questi sono i Proci, sono i signori che sono al potere, corrotti e corruttori; sono i Giganti della montagna che uccidono l’umanità, uccidono la poesia; sono i nemici dell’umanità e i nemici anche della poesia, come ci ha insegnato Pirandello: c’è l’attrice che recita sotto l’albero la poesia, nel giardino dei giganti. Sono questi sopraffattori uccisori dell’umanità e della profondità umana che poi si esprime con la Poesia.
   E  chi è l’ Ánghelos?
Chi è l’Ánghelos…  Non c’è più l’Ánghelos, oggi. Non si spiega in termini logici quello che è avvenuto, si esprime solo in senso poetico. Lo scrittore oggi fa parte del coro, quello che commenta la tragedia in atto e la esprime in senso poetico. Non c’è più il messaggero che arriva sulla scena. Il movimento oggi deve essere del lettore volontario spontaneo che sceglie l’autore, non più al contrario.
L’editoria oggi è market, si pubblica tutto…
AD.
 
Milano 21/6/2011
§§§

 

da – Retablo –[1]

 

   Rosalia.  Rosa e lia.  Rosa che ha inebriato,  rosa che ha confuso,  rosa che ha sventato,  rosa che ha rόso,  il mio cervello s’è mangiato.  Rosa che non è rosa,  rosa che è datura,  gelsomino,  bàlico e viola;  rosa che è pomelia,  magnolia,  zàgara e cardenia.  Poi il tramonto, al vespero, quando nel cielo appare la sfera d’opalina, e l’aere sfervora,  cala misericordia di frescura e la brezza del mare valica il cancello del giardino, scorre fra colonnette e palme del chiostro in clausura, coglie, coinvolge, spande odorosi fiati, olezzi distillati, balsami grommosi.  Rosa che punto m’ha, ahi!,  con la sua spina velenosa in su nel cuore.
   Lia che m’ha liato la vita come il cedro o la lumia il dente, liana di tormento, catena di bagno sempiterno, libame oppioso, licore affatturato, letale pozione, lilio dell’inferno che credei divino, lima che sordamente mi corrose l’ossa, limaccia che m’invischiò nelle sue spire, lingua che m’attassò come angue che guizza dal pietrame, lioparda imperiosa, lippo dell’alma mia, liquame nero, pece dov’affogai, ahi!,  per mia dannazione.  Corona di delizia e di tormento, serpe che addenta la sua coda, serto senza inizio e senza fine, rosario d’estasi, replica viziosa, bujo precipizio, pozzo di sonnolenza, cieco vagolare, vacua notte senza lume,  Rosalia,  sangue mio, mia nimica, dove sei?
   T’ho cercata per vanelle e per cortigli, dal Capo al Borgo, dai Colli a la Marina, per piazze per chiese per mercati, son salito fino al Monte, sono entrato nella Grotta:  lo sai, uguale a la Santuzza, sei marmore finissimo, lucore alabastrino, ambra e perla scaramazza, màndola e vaniglia, pasta martorana fatta carne.  Mi buttai ginocchioni avanti all’urna, piansi a singulti, a scossoni della cascia, e pellegrini intorno, << me- schino, meschino… >>, a confortare.  Ignoravano il mio piangere blasfemo, il mio sacrilego impulso a sfondare la lastra di cristallo per toccarti, sentire quel piede nudo dentro il sandalo che sbuca dall’orlo della tunica dorata, quella mano che s’adagia molle e sfiora il culmo pieno, le rose carnacine di quel seno…  E il collo tondo e il mento e le labruzze schiuse e gli occhi rivoltati in verso il Cielo…  Rosalia,  diavola,  magàra,  cassariota,  dove t’ha portata,  dove,  a chi t’ha venduta quella ceraola,  quella vecchia bagascia di tua madre? 
 

[1] Retablo / Vincenzo Consolo. – Palermo : Sellerio, 1990. (incipit)

IL SEGNALE/STORIA

 
Nel 1981 si costituiva a Milano una cooperativa di poeti (I Dispari s.c.r.l.) che, fra le altre cose, decise di dotarsi di una piccola rivista. Così nacque «Il Segnale – Quaderno di informazione poetica», a direzione collegiale. A conclusione di un lungo lavoro teorico (nella rubr. ‘Poesia & Scuola’) e sul campo, nel 1983 promuovemmo, in collaborazione con il Comune di Milano, l’importante Convegno Scuola e Poesia, introdotto da una relazione del compianto Mario Spinella.
Cessata la Coop. nel 1986, rilevammo la testata aumentandone man mano lo spessore mediante l’innesto di tematiche monografiche.
Dopo un lungo e approfondito dibattito interno, nel 1990 la rivista muta sottotitolo (diventa Percorsi di ricerca letteraria) e struttura. Così nascono le rubriche: ‘Letteratura e Scienza’ (cessata), ‘Letteratura e Realtà, ‘Figure poetiche dell’immaginario’ (cessata), ‘Letture critiche’, ‘Testi’, ‘Rassegna delle Riviste’ e ‘Poesia: libri-novità’, cui si aggiungeranno: nel 1991 ‘Linguaggi dell’Identità’ (cessata), nel 1993 ‘Soggettività e scritture’, nel 1994 ‘Linguaggi della Differenza’ (cessata), nel 1999 ‘Narrazioni’, nel 2004 ‘Differenze e Alterità’, nel 2008 ‘Scritture parallele’.
A coronamento della rubrica ‘Letteratura e Scienza’, nel 1993, in collaborazione con la rivista «Testuale» e con il patrocinio del CNR, dell’Università degli Studi e della Provincia di Milano,
promuovemmo un Convegno che ebbe tra i relatori (19 tra scienziati, filosofi critici e poeti) C. Sini, F. Papi, G. Gramigna, B. Bertotti, M. Graffi, G. Majorino, G. Finzi, F. Scotto, G. Oldani, A, Prete ecc.
Pur essendo una rivista prevalentemente redazionale – che viene costruita di volta in volta mediante il lavoro di un gruppo che si riunisce due volte al mese – sono ovviamente tantissimi gli autori pubblicati, fra i quali ci limitiamo a citare i più prestigiosi: Laura Boella, Franco Brevini, Franco Buffoni, Ernesta Cardenal, Giorgio Celli, Ernesto Ferrero, Roberto Giannoni, Giuliano Gramigna, Jolanda Insana, Emilio Isgrò, Vivian Lamarque, Clarice Lispector, Franco Loi, Giancarlo Majorino, Guido Oldani, Fulvio Papi, Roberto Piumini, Antonio Prete, Tiziano Rossi, Edoardo Sanguineti, José Saramago, Mario Spinella, Jean Starobinski (prose, saggi o interviste); Fernando Arrabal, Pierluigi Baccini, Elizabeth Bishop, Roy Campbell, Gabriel Celaya, Eugénio De Andrade, Assia Djebar, Assunta Finiguerra, Roberto Giannoni, Margaret Hatwood, Seamus Heaney, Emilio Isgrò, Tomaso Kemeny, Philip Larkin, Douglas Livingstone, Giancarlo Majorino, Henry Michaux, Giampiero Neri, Bernard Noel, Guido Oldani, Remo Pagnanelli, Jean-Baptiste Para, Renzo Paris, Alain Rais, Tiziano Rossi, Mikis Theodorakis, Kenneth White (poesie).
 
Il Comitato di Direzione attualmente è composto da Gianluca Bocchinfuso, Giulio Campiglio, Antonella Doria, Pancrazio Luisi, Massimo Rizza, Lelio Scanavini (unico superstite tra i fondatori).
 
Il n. 90 (del trentennale) uscirà verso la metà di ottobre e conterrà, fra l’altro, un articolo sulle periferie nella letteratura contemporanea, di Massimo Rizza, un’intensa intervista a Vincenzo Consolo a cura di Antonella Doria, una conversazione con Carmine Abate a cura di Gianluca Bocchinfuso, un saggio su Basilio Reale di Anna Benvenuti, 6 interventi creativi sul tema ‘L’incontro’, un inedito di Giancarlo Majorino e testi poetici di Francesca Lo Bue (e altri da decidere), Racconti di Alfredo Tamisari e Angiolo Bandinelli, un ampio saggio di Francesco Muzzioli sull’opera di Mario Lunetta ecc.
 
Sarà allegato al n. 90 un fascicolo con l’indice analitico dei 30 anni, preceduto da una essenziale bibliografia relativa a chi ha parlato del «Segnale» nel corso degli anni.
 

Antonella Doria, CONVERSAZIONE in MILANO con VINCENZO CONSOLOultima modifica: 2012-01-27T16:28:08+00:00da mangano1
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