Aldo Giannuli,una serata con Bertinotti, Migliore e Ferrero

una serata con Bertinotti, Migliore e Ferrero
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Salone Di Vittorio della Camera del Lavoro di Milano (400 posti circa) pieno (anche se non gremito) nonostante la partita con il Barcellona a San Siro. Non è poco. Unica pecca: gli under quaranta non erano più del 5% dei presenti. La serata, organizzata dalla locale federazione di Rifondazione Comunista, era particolare: erano chiamati a confrontarsi il segretario del Prc Paolo Ferrero, uno degli esponenti di punta di Sel, Gennaro Migliore ed il vecchio padre nobile dell’area, Fausto Bertinotti. Moderatore Danilo Di Biasio, direttore di Radio Popolare, che se l’è cavata egregiamente. Vale la pena di notare che non c’era nessuno dei comunisti italiani fra i relatori: considerato che fanno parte della mitica “federazione della sinistra” (di cui nessuno parla più), sarebbe stato  normale che ce ne fosse uno.
Ma, appunto, la cd Federazione della Sinistra è stata solo un modesto espediente che è già caduto nel dimenticatoio. E’ interessante, però, notare questo tacito divorzio fra Pdci e Prc.
Ha iniziato Ferrero, ripetendo il consueto rosario sulla crisi, sul governo tecnocratico di Monti, sulla sospensione della democrazia ecc. tutte cose trite e risapute. Oddio, non che abbia detto cose false, ma banalità che restano molto al di sotto della comprensione di quello che è questa crisi e delle sue assolute peculiarità. Ad esempio: è vero che una delle ragioni della crisi (ma solo una) sta nel livello basso del monte salari, che tiene bassi i consumi e frena la crescita, ma, sul piano della domanda aggregata globale, questo riguarda soprattutto paesi emergenti, come la Cina, che ha salari da fame e orari inumani di lavoro, e poi usa i profitti realizzati per acquistare quantità spropositate di bond americani. A proposito: nessuno dei relatori ha detto una parola di solidarietà verso gli operai cinesi messi in galera in questi giorni per aver abbozzato uno sciopero.

E poi, va benissimo sostenere salari ed occupazione nel nord del mondo, ma non sarebbe il caso di darsi una calmata con i consumi, visto che andiamo verso un periodo di scarsità assoluta di commodities ?

Di suo, Ferrero ci ha aggiunto alcune citazioni a sproposito di Marx, Smith e Keynes (che, secondo Ferrero è il teorico del disavanzo di bilancio permanente), per poi toccare il culmine in questa affermazione: “Quello che ho capito è che il funzionamento della finanza mondiale non è più complicato della formazione delle squadre di calcio per le partite. Allora mi chiedo perchè, se il lunedì tutti discutono delle formazioni come se fossero i ct della nazionale, non si discuta allo stesso modo di quello che succede sui mercati. E’ per un difetto di informazione e di passione…” Imbarazzante!

Che occorra dare informazioni e fare opera di divulgazione sui “misteri” della finanza è cosa che ci trova d’accordo e che, nel nostro piccolo, cerchiamo di fare in questo sito, ma che i giochi finanziari siano al livello delle formazioni delle squadre di calcio è affermazione invero singolare. Ma Ferrero (uomo di compiaciuta ignoranza)  è convinto che l’Agorà democratica sia il bar dello Sport e adegua le sue analisi e proposte a quel livello. Ad esempio ha ritirato fuori le sue idee (si fa per dire) sul mutualismo: un intruglio di volontariato cattolico  (anche se lui è valdese), mutualismo prampoliniano e populismo alla “servire il popolo”, che ebbe i suoi fasti nella esilarante trovata della michetta ad 1 euro, per la quale, qui a Milano, finì inseguito da un furibondo panettiere egiziano, risentito da quella imprevista concorrenza.

Poi è toccata a Migliore, che ha esordito ricordando la prima volta in cui parlò in quella sala e l’allora segretaria di federazione, Graziella Mascia lo avvertì: “attento a Milano sono esigenti, vogliono sempre un ragionamento, non sono come voi meridionali che vi accontentate di qualche frase ad effetto”. Da meridionale ho pensato “Obrigado!”.

Dopo di che, giusto perchè a Milano bisogna fare un ragionamento, Migliore ha sciorinato lo stesso rosario di luoghi comuni sulla crisi, ammannendo le relative ricette, solo che il mondo è molto più complesso del keynesismo al pomodoro e basilico di Gennaro Migliore. Comunque, l’esponente di Sel se l’è cavata senza le cadute di Ferrero: idee neanche una, ma molti embrasson nous (“caro Fausto.. Sono contento di tornare a parlare con Paolo” “si può litigare ma continuare a discutere”…).

Poi, l’ospite d’onore, Fausto Bertinotti che ha velocemente tratteggiato l’analisi dei processi sociali, economici e politici in atto. Analisi non sempre originalissime e non sempre condivise da chi vi parla, ma ad un livello incomparabile rispetto ai due modestissimi relatori precedenti.  Per Bertinotti si sta compiendo un processo di trasferimento dei poteri dai Parlamenti ai governi e da questi ai vertici della Bce, con uno svuotamento della politica che condanna all’ininfluenza l’azione delle sinistre, recintate in uno spazio privo di accessi ai processi decisionali reali. Occorre in qualche modo “rompere il recinto” puntando sul movimento che caratterizza questa stagione e che accomuna le proteste della primavera araba alle rivolte giovanili di Londra e Roma agli indignados ed al movimento di “Occupy ws”. All’interno di questi movimenti che hanno un carattere unitario sul piano internazionale –pur nella loro diversità- occorre rifondare la soggettività politica di una nuova sinistra, sciogliendo quelle esistenti -ormai inadeguate al compito- in un processo costituente. Tale processo va portato al di fuori delle alleanze con il centro sinistra definito “irriformabile” e con una centralità sociale e conflittuale piuttosto che istituzionale.

Discorso suggestivo e ricco di spunti meritevoli di discussione e con affermazioni del tutto condivisibili come l’inadeguatezza delle attuali forme organizzative della sinistra (da Sel alla Federazione della Sinistra).
Il punto più debole del discorso di Bertinotti sta nel suo carattere sin qui astratto: privo di indicazioni sul come avviare questo processo costituente, questo progetto si scontra fatalmente con le resistenze dei ceti politici di Sel e della Fds interessati essenzialmente a perpetuare il proprio ruolo. E, per quanto possa essere seducente l’idea di un processo di formazione che metta al centro i movimenti, il nodo della rappresentanza istituzionale non è aggirabile. L’organizzazione che riesce a mandare un gruppo in Parlamento, per questa stessa ragione, si trova a gestire una massa di risorse (visibilità mediatica, denaro del finanziamento pubblico, accesso alla tribuna parlamentare, ecc) negate a tutti gli altri nel  movimento, di qui la centralità del ceto politico che controllando il gruppo dirigente delle organizzazioni di partito, ha un vantaggio incolmabile da chiunque altro.

Dunque, il problema è proprio quello di trovare le forme di partecipazione democratica nella scelta della linea politica, del gruppo dirigente nazionale, del gruppo parlamentare ecc. Cosa che, ovviamente, è vista come il fumo negli occhi dagli attuali apparati che non ci pensano neppure ad un proprio scioglimento.

E la riprova si è avuta proprio nel secondo giro di interventi.
Come era facile aspettarsi, la reazione più negativa è venuta da Gennaro Migliore, che, vantando i meriti delle formazioni politiche esistenti, ha fatto capire che non se ne parla nemmeno. Poi si è detto in dissenso con Bertinotti anche sul giudizio sul centro sinistra, con il quale occorre cercare l’unità, perchè “è meglio avere un governo Bersani che un governo Monti”.
Più marcata la replica di Bertinotti  -leggermente stizzito della sordità dei suoi ex pupilli (al congresso di Chianciano, lui stava proprio dalla parte di Migliore)- che ha rimarcato come gli indignados spagnoli si sono guardati bene dal dare indicazione di voto per il Psoe, ma non per questo possono essere ritenuti responsabili della sua sconfitta e della parallela vittoria della destra.-

Conclusioni di Ferrero, che, con mossa furbastra, si è impadronito di tutti gli slogan di Bertinotti, usandoli contro Sel, salvo rivoltare la frittata a suo uso e consumo.  Per cui, il centro sinistra è irriformabile, però bisogna dargli “un aiuto per vincere” (cioè entrare in coalizione, salvo poi cercare di avere le mani libere). La costituente bisogna farla, però sotto forma di Linke italiana, che, tradotto dalla claudicante prosa ferreriana, significa che bisogna fare il cartello elettorale fra Sel e Prc, scegliendo in comune i parlamentari da eleggere ( il “porcellum” che serve a Berlusconi per eleggere veline e lacchè, può tornare utile anche a sinistra). Da notare l’assoluta mancanza di riferimenti al Pdci, che, in un mercato delle vacche parlamentare risulterebbe solo di impiccio, perchè bisognerebbe dal qualcosa anche a loro. D’altra parte, se so leggere i comunicati politici, mi sembra che il Pdci stia veleggiando piuttosto verso un accordo separato con il Pd.

Dunque, rompere sì il recinto, ma mica quello degli apparati di funzionari!

E lo stesso diverso atteggiamento di Sel e del Prc dimostra quanto pesino gli interessi di bottega e quanto questi c’entrino poco con valutazioni d’ordine politico.
Sel non vuole fare accordi con nessuno (salvo possibili intese con Fiom e Casarini: il cartello della manifestazione del 15 ottobre) perchè sta appollaiata su quell’8% che i sondaggi le promettono e che, però, nelle amministrative, non si è materializzato da nessuna parte. Per il resto, Sel ambisce a prosciugare il serbatoio di Rifondazione senza concedere nemmeno un seggio agli odiati rivali di Chianciano. Ed il calcolo non è del tutto infondato: oggi la Fds mette insieme meno del 2%; sottratti il Pdci ed i minori questo significa che Rifondazione arriva massimo all’1,5% di cui almeno lo 0,6% voterebbe lo stesso Sel se Rifondazione si presentasse con il Pd oppure da sola ma con fortissimi rischi di dispersione. Altrettanto vero è che del rimanente 0.9% una parte non confluirebbe tutto in una ipotetica lista Sel-Prc, preferendo astenersi o votare Pd o Idv o Grillo. Morale: il valore aggiunto di un accordo con Ferrero, aggiungerebbe si e no uno 0,4 o 0,5%. E vi pare cosa per cui valga la pena di discutere un cartello elettorale?

Il gruppo dirigente di Rifondazione sa perfettamente come stanno le cose e non si illude nè di fare il 2% da sola nè tantomeno il 4%, dunque, sa che, per non  rischiare di restare a terra per la seconda volta consecutiva, deve trovare qualcuno con cui concludere un accordo dal quale strappare 5-6 deputati e 2-3 senatori, con relativi portaborse e finanziamento pubblico. Quello che permetterebbe di far concludere onorevolmente qualche carriera politica e mettere al sicuro un po’ di funzionari. Insomma, siamo alla “strategia della pensione”.

La soluzione naturale sarebbe quella di una intesa con Sel, ma Vendola non si è neppure preso la briga di rispondere alla lettera mandatagli da Ferrero ad ottobre, anzi ha posto a tutto il centro sinistra il veto ad accordi con Rifondazione.
Per cui, i desperados di via del Policlinico si tengono di riserva tanto un ingresso nelle liste del Pd (se riesce) quanto una intesa con de Magistris o eventuali cartelli dell’ultima ora. In ogni caso, meglio non precludersi la strada ad una intesa con il centro sinistra che, perciò “va aiutato a vincere”.

Va bene, capiamo i drammi esistenziali di chi teme per il suo stipendio, ma che c’entra tutto questo con la politica?
Quanto a Bertinotti, che resta sempre molti gradini più in alto degli epigoni che ha lasciato dietro di sè, mi ha molto ricordato Vittorio Foa che, profeta disarmato, a Bellaria, nel marzo del 1979, perorava la causa di Nuova Sinistra Unita, quel che poi, gestita dallo stesso gruppo dirigente che l’aveva avversata, si fece nel peggiore dei modi portando al disastro nelle politiche del 3 giugno successivo.
Bertinotti oggi non è a capo di una organizzazione, non ha i fondi che aveva a disposizione quando era segretario del Prc e può contare essenzialmente sul suo prestigio personale. Potrebbe cercare di avviare in concreto quel processo costituente che ha auspicato senza entrare nel merito, ma se la sente di tentarlo con gli scarsi messi a sua disposizione?

In queste condizioni stiamo mettendo ottime premesse per una nuova sconfitta generalizzata, soprattutto se, per le elezioni, dovessimo aspettare ancora 18 mesi, durante i quali anche l’astro Vendola inizierebbe ad impallidire rapidamente.

Aldo Giannuli

Aldo Giannuli,una serata con Bertinotti, Migliore e Ferreroultima modifica: 2011-11-27T15:34:22+00:00da mangano1
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