Roberto Moro,Da Gerusalemme a Cordova passando per quai d’Anjou

Da Gerusalemme a Cordova passando per quai d’Anjou

(storia parigina da raccontare a Ilaria, Nicoletta, Stefano, Nino, Luca)

 

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Vieni a Parigi. Ascolta… Il Theatre de l’Ile Saint Louis (quai d’Anju) è giusto a metà strada tra place des Vosges, in pieno Marais, e il Quai d’Orsay che guarda diritto alle torri del Louvre. Ti capita su uno dei percorsi più belli, e per me abituali, di Parigi (dalla Biblioteca Mazzarino, passando per Saint Michel, Cluny, Sorbona, Notre Dame, Rivoli, il ghetto, fino la Biblioteque historique del la Ville al Paris all’Hotel Lamoignon), ma per trovarlo lo devi cercare; chiedere in giro, fidarti del barista, del passante intirizzito, della coppia distratta, del verduraio algerino. Sta dentro un cortile e nulla lo annuncia se non un portone semiaperto che ti lascia vedere una viva luce nel fondo. Se ci arrivi alla sera, appena dopo il tramonto, alla fine lo vedi, passi la porta e ti lasci dietro la Senna, le luci dell’Hotel de Ville, le vetrate dell’Arcivescovado e, di lontano, i palazzi a specchio della gare de Lyon. Il teatro è fatto di un’unica stanza poco più grande della nostra sala studenti e tuttavia nobilitata da stucchi sacrali in bianco e oro che accompagno il rosso impegnativo di muri e poltroncine disegnate per stare scomodi e attenti; non ha più di quaranta posti ma non ci ho mai contato più di una ventina di affezionati e forse anche abitué, come me del resto. Il biglietto te lo fa l’impresario (un settantenne piccolo e magro in maglione) che sta in piedi all’ingresso e ti consegna il programma a ciclostilo con simpatia e senza commenti. Quindici euro ed è finita lì.
 

Per quel che ne so, in base al programma che poi funziona davvero, si suona tutti i giorni dalle 18,30 alle 19,45 e poi alle 21 c’è lo spettacolo vero. Prima il recital pianistico: l’aperitivo. Poi lo spettacolo forte. Si “fa” della musica, come si diceva un tempo, e la parola concerto non pare appropriata. Piuttosto è un dialogo, uno scambio sereno a senso unico, un momento di pausa e di pace. C’è cortesia, ci si saluta con gentilezza antica e familiare e si sorride scambiandosi i posti e scavalcando le potroncine: merci e merci. Gli esecutori presentano i pezzi con voce semplice e nulla è studiato anche se l’effetto è accocolante. Senti un francese che sa di russo, inglese, spagnolo e si applaude solo alla fine. Il pianista ringrazia e ringraziano gli spettatori. Merci e merci.

 

Il repertorio fa il tono di questa piccola comunità del momento ed è una musica confidenziale, affettuosa e forse un po’ contemplativa, Nulla di più piacevole e ricercato, studiato con l’attenzione di un alchimista (o di un terapeuta) che vuole farsi accompagnare in un percorso di emozioni da bilancio di fine giornata. Sento brani che a volte ricordo: De Falla, Mempou, Satie, Ravel, Berg, Villa Lobos, ma anche nomi che non conosco e che pure mi sembra di avere sentito; un repertorio leggero condito da sorprese come la partitura non più suonata di Rossini, quella dimenticata di Wagner, l’esercizio infantile di Cocteau, la sonatina di Nassenet che è stata eseguita una sola volta nel…. Poche parole e poi una bella cascata di note, una generosa porzione di delicate emozioni che potresti incartare e portarti via. Le poche e stentate parole che precedono l’esecuzione bastano a renderti partecipe, esecutore e persino coautore di un rito che viene finalmente svelato come il segreto di una stretta di mano: l’amore per la musica come segno di una socialità che non ha nulla di faticoso, come nutrimento interiore e consuetudine del tempo. Al Theatre de l’Ile Saint Louis non c’è eleganza ma densità, non parole ma pensieri e note.

 

E così anche qui, dalla penombra di questo teatrino, Parigi mostra di essere quella che per me (e per molti) è sempre stata: una città che ti fa dimenticare, almeno per un’ora al giorno, tutti i cattivi pensieri, la noia delle abitudini e le paure della solitudine; un luogo insomma nel quale la povertà e il passato non portano colpe, il passato ha dei ponti solo interiori con il presente, il futuro può aspettare perché viene da sé, ti aspetta.

 

Il pianista ha raccontato un aneddoto su Satie che mi son portato dietro per tutta la sera e ricordo ancora al mattino. “Sapete: quando Eric morì trovarono nella sua casa più di duemilaseicento lettere che aveva scritto negli ultimi dieci dodici anni. Sapete: non le aveva mai spedite”.

 

Finito il concerto ho incontrato il freddo di un inverno che a Milano è ancora lontano. E’ il mistral che viene dal vento del nord senza incontrare l’ostacolo delle montagne. Sento il freddo di chi rientra la sera dalla Bilblioteque nationale (che ormai non c’è più) alla Cité universitaire, sento il caldo della Maison de l’Italie e l’odore della cucina al terzo piano dove bolle un minestrone e si preparano le uova di gruppo. E’ anche l’odore e il profumo di una bohème scanzonata e dignitosa che in me non ha lasciato né ferite, né rimpianti e che galleggia ancora in un universo parallelo, ma sempre lì, a portata di mano. Ci fu un periodo che la cucina del terzo fu propietà quasi esclusiva di Mariarosa (De Nadariaga), c’era Carlos (Ruffino), Ralph (Saltiel), c’erano Marirose (Tahon) e Elba (Carrillo), Irnerio (Seminatore), Givanni (Giordano), Paolo (Renzi), Julien (Cohen), Martin (Kolinski), Phelipe (Carrer), Leyla (Wekili), Vassilij (Lozopulos), ma altri nomi e fisionomie sono andate irrimediabilmente perdute. A volte ricordo espressioni, emozioni, situazioni e, delle donne con le quali l’inyimità è sta densa e pungente, quell’indicibile dialogo fatto di carezze e sorrisi che solo il tumulto del cuore resucita. A riflettere, a concentrare il pensiero non esce mai nulla di più: la memoria proustiana evidentemente con me non funziona e quel che mi è rimasto è solo l’elan vital di Bergson. Restano i suoni e gli odori della cucina del terzo: un concerto celebrato più o meno tutte le sere dalle sei alle otto con stoviglie spaiate e una ploifonia di voci stonate. Vere e proprie improvvisazioni di imprevedibile densità che preparavano lo spirito per lo spettacolo delle ore 21 alla Cité internationale: un film da cineteca inconfessabilmente noioso o una conferenza per molti incomprensibile o un concerto vero che ti obbligava al silenzio. C’era sostanza e i fluidi del ’68 attraversavano tutta Parigi per arrivare fin lì alla cucina del terzo, lì si concentravano, ribollivano e si diluivano nel tempo istantaneo della cena, se poi davvero così la vogliamo chiamare.

 

Questo universo lontano, per me, ha sempre rispettato il suo canone che rende impossibile un coerente racconto: la provvisorietà, la leggerezza del tempo e l’improvvisazione surrealista. La sua disintegrazione era scritta nel suo stesso codice genetico e la diaspora è stata radicale. Dei lutti di questa scomparsa non ho mai sofferto: il tempo li ha portati via, li ha portati via un vento naturale e stagionale, il vento del nord. Nel corso degli anni però la curiosità si è fatta avanti, mi ha corteggiato, persino scavato un po’ e ora non cesso di sorprendermi per questa zona di vuoto e, di tante e tante, la perdita più prevedibile che ha creato un abisso improvviso e imprevisto, la più cocente è stata l’ultima: quella di Felipe Carrer. Quest’anno non ho più trovato il suo indirizzo sull’annuario del telefono, nessuna informazione in rete, più nessun contatto possibile. Perso nelle periferie di Parigi o rientrato definitivamente in Argentina?

 

La storia di Felipe sarebbe da scrivere se già non fosse stata scritta migliaia di volte nei romanzi naturalisti dell’Ottocento. La trovi nelle migliaia di comparse messe in scena da Balzac, Sthendal, Faubert, Sue, Maupassant; è la storia di un naufragio voluto e perseguito con tragica determinazione; una storia del distanziamento e della solitudine sporca, quella che a mano a mano che avanza diventa inutile prigionia, abbandono, perdita secca. Felipe, ultimo figlio maschio di un ceppo veneto (Carrer) trapiantato per tre generazioni in Argentina e ne cuore setsdso della pampa (la città di Mendoza) era figlio di un medico che per quel poco che ne so avrebbe fatto la felicità di Marquez. Alta borghesia al limtie dell’aristorcrazia feudale e latifondista di quel continente perduto che ormai è l’america spagnola. Laureato in filosofia con eccellenza a Bienos Aires, si era anche impegnato in politica e, ventiquatrenne, era stato al fianco di un ministro della cultura del governo Frondizi, l’utimo governo vagamente democratico (e cioè “aristorcratico) che quel paese peronista ha avuto nella seconda metà del secolo scorso. Logico matematico per vocazione e passione, era poi giunto a Parigi con un bagaglio di sei lingue parlate e scritte, una invidiabile presenza di indomabile hidalgo (immaginatevi Corto Maltese , per capirci), qualche soldo e una borsa di studio per l’istituto universitario Pointcarré, in realtà una Grand ecole. Un paradiso di matematici e logici, un direttore di tesi prestigioso, una tesi affascinante sul paradosso. Un anno, forse due  di studi, un po’ di ragazze, un po’ di lavoretti, un giro provvisorio di amici: tutto alla Cité universitarie è provvisorio, tutto alla Maison de l’Italie era incerto e momentaneo, tutto alla cucina del terzo piano era casuale e quotidiano. Poi qualcosa dentro Felipe si è rotto, o forse una falla antica è venuta in superficie; cho lo sa, chi lo può dire? Allora si capiva e non si capiva; noi non davamo giudizi, ci volevamo bene e ognuno pensava per sé. Ognuno correva dietro al suo piccolo nulla fatto di mestieri incredibili, inventati, sperati e immaginati; una provvisorietà che per noi era il precariato necessario come viaitco alla vita adulta, quella vera. Felipe era il nostro maestro, il provvisorio riuscito. Traduttore al Quai D’Orsay, speaker alle edizioni notturne della ORTEF per le emissioni in lingua spagnola, giornalista a tempo perso per i dossier del Ministero affari esteri, insegnante di qualche lingua in corsi per immigrati. Che si poteva volere e sperare di più? Viveva di notte e la notte lo ha avvolto sempre di più… Anno dopo anno e, ora lo posso dire, decennio dopo decennio l’ho visto sempre lì alla ricerca del lavoro del giorno dopo, della nuova casa (si fa per dire!) ammobiliata da affittare, della nuova ragazza (anche qui si fa per dire) con la quale condividere le ore vuote della settimana. E’ anche riuscito ad avere una figlia, a separarsi dalla madre e a fersi abbandonare dalla figlia che da anni non lo vedeva più; alla fine, morto il padre ultranovantenne, ha sperato per un attimo in una erdeità: i parenti non riuscirono neppure a fre una colletta per il biglietto che lo avrebbe portato ai funerali. E così Felipe è stato per quarant’anni una zattera alla deriva. Ogni tanto lo rivedevo nei miei soggiorni parigini, cercava di offrirmi un pranzo che poi pagavo io, si prlava di frantumi di realtà senza ordine né gerarchia. Alla fine si era dato alle religioni orientali, ai riti yoga, alle litanie mantriche alla ricerca di un buon ritiro, di un dialogo tutto interiore fatto di un linguaggio interiore, per me quasi incomprensibile. Gli ultimi anni preferivo non segnalare più la mia presenza e ora è colato a picco, scomparso nei fondali, morto per sempre. Non che volessi ritrovarlo, riprendere contatto con lui. Detesto la banilità e l’imbarazzo degli amrcord, semplicemente aspettavo da anni la fine del film, forse l’ultima comparsa della cucina del terzo che avrebbe dovuto uscire di scena. E’ andata così. Finito. Il lutto ora è diventato sterminio, un vero genocidio della cucina del terzo.

 

Quello che mi impressiona e sorprende ogni volta che i pensieri e le emozioni sfiorano questo argomento, è che se faccio i conti di tutto il mio percorso umano devo prendere atto del fatto che avrò nel torno di tutti questi anni, a partire della cucina del terzo, intrattenuto rapporti di amicizia (le conoscenze occasionali sono state ovviamente infinite) con più o meno…, che dire?, duecento, trecento persone… Di loro non resta più nulla, assolutamente nulla neppure le vecchie rubriche che contenevano nomi e indirizzi. L’accettazione e l’indifferenza per queste scomparse mi lascia…. sì, interdetto, attonito; e non posso davvero dire di più. Ho cercato più volte di redigere un catalogo di questi personaggi della mia personale avventura, un libro dei morti, ma di fronte al cattivo gusto di un possibile sacrario dei caduti ho lasciato perdere: un nonsenso. E tuttavia è proprio come se vi fosse stata un guerra, una guerra mondiale di sterminio senza più reduci. E non trovo altro paragone, altra metafora. Una guerra durata trenta, quaranta anni alla fine della quale non restano neppure macerie. La mia sorpresa, rispetto all’apparente ovvietà del problema, è talmente sconcertante che mi disorienta e mi pongo una domanda altrettanto banale: ma è per tutti così; è stato così anche per mio padre, per mia madre, per tutti i miei maggiori? E alla fine la risposta non è difficile. Sì, ovviamente alla fine è stato così per tutti e tuttavia l’eccidio è stato forse di proprozioni più crudeli (la gente moriva davvero senza perdersi nelle nebbie del mondo), ma meno generale, meno devastante.

 

Se penso alle consuetudini di vita della generazione che mi ha preceduto nella città di Novara le cose non sono andate così, per nulla. Era più difficile “perdersi” e la morte giungeva con una cadenza più comprensibile, accompagnata da un rito propiziatorio, consolatorio e formale che dava stabilità al mondo e al tempo del mondo. E l’anello della solitudine si stringeva senza indifferenza, si stringeva in una aspettativa conturbante e premonitrice. Le notizie giungevano, gli evneti si potevano governare, restavano impressi e non si aveva l’idea di una diaspora senza ritorno.

 

Quest’idea di un guerra totale la ritrovo alla fine del concerto pomeridiano in un pellegrinaggio in rue de Richelieu alla ricerca di un ristornate che annulli l’attesa delllo spettacolo delle 21 al quale, ho deciso, non posso mancare. Del ristorante vegetariono che, fino a qualche mese fa, mi ricordava il ritrovo dei lettori italiani della Biblioteque Nationale, non rimane più traccia. Era l’ultima vesigia sopravissuta dei servizi ai lattori della BN che ora si è trasferita in rue Tolbiac. Ci andavo con Graziella (Pagliano), Paolo (Renzi),  Michael (Harsgor), Franco Cardini, Tenenti …, Romano… e la danza macabra sembra ricominciare. Tutto il quartiere è cambiato per effetto delle ristrutturazioni e, francamente, è davverro più bello, elegante tanto che ci vorresti abitare. In termini di età sono cambiati anche i gestori di ristoranti, boutiques, piccoli supermercati di questo quartiere conquistato ai piaceri della ricchezza: sono giovani e giovanissimi cameireri la cui professionalità è quella dei menager dediti alle nuove tecnologie. Non sorridono e servono con profonda dignità di corte; il cerimoniale ricorda vagamente le pompe funebri di un funerale di prima classe. Non mi diverto, però, confesso, mi piace. La ricostruzione ha cambiato il tempo e i modi, il gusto e i comportamenti in un quartiere che Apollinaire non sarebbe in grado di narrare poeticamente. Cammini e non finisci mai di stupirti di cose (vetrine, oggetti, fisionomie) delle quali non vi è nulla di cui stupirsi, se non il piacere di una passaeegiata nel lusso che innalza, nobilita i tuoi pensieri.

 

Borges ha scritto da qualche parte che le vere città altro non sono che utopie realizzate e che le utopie sono desidsri che puoi momentaneamente (provvisoriamente) appagare.  E’ una riflessione che calza nel mio rapporto con Parigi ed è forse per questo che il progetto di trasferirmi definitivamente in questa città che davvero mi appartiene non si è mai realizzato. Parigi è e rimane un desiderio che si può appagare, un’utopia che non si sciupa mai e cresce quando sei lontano per non deluderti quando ti ricongiungi con lei. Come non ti delude il percorso che attraversa la corte quadrata del Louvre sapientemente rischiarata appena da invisibili fiaccole e immersa nel più completo, rispettoso silenzio; né mia ti potrà deludere l’attraversamento del Pont des arts, la cupola dell’Academie, e giù fino a Saint Germaine per arrivare ancora al quartiere, all’Ile Saint Louis, al teatrino che aspetta e apre la sua porta alle ore 21.

 

“De Jerusalem à Cordue” (questo è il titolo dello spettacolo) è una pensata che solo nella città di Utopia si può materializzare. Sarebbe incomprensibile altrove o non ne avrebbe la visibilità; lo spettacolo è alla ottantatreesima replica. Si tratta di un folle pellegrinaggio misitico tra le tre religioni monoteiste (alle quali, per buona misura, si aggiunge il pitagorismo e il buddismo) tra Gerusalemme e Cordova attraverso un mediterraneo scomparso, un pellegrinaggio sui sentieri del VI-XII secolo. Un tempo immobile, un mondo globalizzato e, sia detto francamente, una menata pazzesca. Il programma va letto e si legge con entusiasmo: invocazioni copte, mottetti armeni, polifonie sufi, nennie hidish, canzoni d’amore trovatoriche e melodie catare, assonanze meditative orientali, ritmi berberi e lamenti albanesi. La filologia è incerta, la ricerca approssimativa, e sotto la patina del programma a ciclostilo, l’improvvisazione è assoluta; il vero mistero è lo spettacolo in sé, l’idea di guidare il pubblico in pellegrinaggio attaverso un pensiero radicale e violento di fuga dal mondo. Mi par di capire che dietro a questa inconfessata follia potrebbe esserci il sogno senescente di Garodi che, in fuga dal marxismo di stato, proprio a Cordova ha aperto il tempio delle tre religioni e poi si e perso nel nulla. E nulla starebbe in piedi se lo spettacolo davvero non fosse tale: una aggrovigliante follia che, giunto alla fine, puoi dimenticare per sempre. Come Felipe.

 

Ma lo spettacolo c’è davvero ed è da vedere. Nel teatrino finto-barocco dell’Ile Saint Louis vecchi hippy, sopravvissuti alla sauna marxista e situazionista, alla confuse utopie di un terzo mondo in rovina, a improbabili viaggi di liberazione finale a Katmandu e in Agganistan, ti prendono per mano per portarti nel loro piccolo inferno fatto di sconnessi lamenti e vaghi rumori che sembrano implorare perdono, aiuto e perdono. L’atmosfera c’è e l’apparato è bizzarro: la troupe son due persone mature (lei canta a piedi nudi, lui recita e suona) e una decina di strumenti che, tutti insieme, si trovano solo lì: tampura, citara, timpani, liuti e tamburi berberi, campane e tenébre di forme e suoni che non ho mai viste e sentiti. C’è un introibo ieratico, un insieme di parole e canti, un silenzio di attesa e di aspettativa e lo spettacolo va, ti porta via, annuncia sogni e prodigi.

 

Si capisce subito qual è l’epicentro culturale del tutto. “Se Alessandria fosse stata Roma” ha scritto Geunon “oggi il nostro mondo sarebbe pieno di sogni e prodigi”. Lo spettacolo ti parla di un mondo promesso che è fuori dal mondo e mette in campo una forza centrifuga, una energia alla rovescia fatta di sentimenti e azioni che annunciano l’evento atteso, sempre atteso proprio perché ignoto. L’epicnetro è quel mediterraneo del mistero che non ha perso i contatti con la spaienza egizia, il gusto della divinizione e lo spettaccolo sincretista della fusione dei miti nel contesto monoteista, è lo spettacolo della grande resistenza alla modernità, il processo tragico della morte degli antichi dei che ci fa comodo dimenticare, che ormai non conosciamo più. Per un attimo il percorso dal teatrino verso questa originaria babele alessandrina riesce, la magia si compie, mi sembra di avera a fianco Felipe, era lì e lo sentivo presente: proprio lì. Prodigio e sogno di una sostanza preziosa del pensiero! E lì, eccoli lì tutti nell’ombra oscura del teatrino strabocchevole, tutti lì in silenzio gli amici della cucina del terzo, del ristorante vegetariano… persino i loro sospiri, il loro odore, la loro impazienza per la fine dello spettacolo e poi riversarsi tutti alla caffetteria dell Cité a parlare e ridere e toccarsi e aspettare domani e… Elba e la Tahon e Leila, Ruffino, Irnerio e io pronto a infilarmi in un tempo parallelo di saggezza antica, un tempo che non scorre mai… e gli affanni scompaiono, il tempo scivola via senza tormenti, il paesaggio notturno non fa paura ma diviene familiare, la parola sconfina nella litania, la litania nel lamento…

 

“sei il pascolo delle gazzelle, il frutto del mio deserto, il tempo che è passato e quello che deve ancora venire, l’orizzonte che vedi e quello che stà oltre l’orizzonte, il cuore che batta e la pietra che tace, la Thorah e il libro, la voce e il comando, la mano che guida e la morte che guarisce, la luna della notte e la stella mattutina, l’omda del mare oceano e la prora che lo ferisce, l’abisso del profondo e la sorgente che da luce…”.

 

Poi un battito di ciglia, un pensiero che sfugge… sfugge e impigrisce… sfugge e raggira… un sorriso e un sorriso…. qualche nel piccolo cortile che ti lascia dietro il Mediterraneo, il caldo della notte in Tunisia, il ricordo di mille isole e di binache vele, di una stellata che guardi e guardi, di acqua che batte di prora… e un passo, un passo  sul selciato di quai d’Anjou… Parigi.

 

Novembre 2002

 

Roberto Moro,Da Gerusalemme a Cordova passando per quai d’Anjouultima modifica: 2011-10-29T16:57:25+00:00da mangano1
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