Bruno Casati, PENATI, LE TANGENTI, IL CASO SESTO E IL PD

Bruno Casati
balenabianca.jpg

PENATI, LE TANGENTI, IL CASO SESTO E IL PD

Non si era ancora spento l’eco dell’entusiasmo per la vittoria di Giuliano
Pisapia che su Milano, e oltre (ben oltre), si è abbattuto il tifone Filippo
Penati. Devastante.

Le accuse che i PM della Procura di Monza rivolgono all’ex sindaco di Sesto
San Giovanni, ex Presidente della Provincia di Milano e poi coordinatore della
Segreteria Nazionale del PD, sono pesantissime: corruzione, concussione,
finanziamento illecito ai partiti. Muovono, queste accuse, dalle dichiarazioni
rilasciate dal costruttore Giuseppe Pasini, già proprietario delle aree Falck
di Sesto San Giovanni, e da Pietro  Di Caterina, titolare di una ditta di

trasporti e coinvolgono, ad oggi, una ventina di persone di cui due sono finite
in carcere. Ad oggi. Ogni giorno però appaiono novità reali o presunte,
estratti da intercettazioni, testimonianze, dichiarazioni. C’è, ad esempio,
questo Di Caterina che, per la gioia dei media, esterna a raffica su tutto e su
tutti. In ogni caso la sensazione è che si sia solo agli inizi, tant’è che gli
stessi inquirenti pensano di ottenere un quadro più definito non prima di
cinque o sei mesi.

Noi però dobbiamo stare solo agli atti resi pubblici finora dalla Procura che
ci parlano di tre filoni di indagine. Primo filone, la connessione Penati-aree
ex Falck nel tempo in cui, 1994-2002, Penati fu Sindaco di Sesto San Giovanni;
il filone della supervalutazione delle azioni dell’Autostrada Serravalle che,
sempre Penati, allora Presidente della Provincia, compera a fine luglio 2005 da
Marcellino Gavio, “Il Signore dei caselli”; il terzo filone riguarda il Comune
di Sesto oggi, con Sindaco dal 2002 il PD Giorgio Oldrini, in cui un assessore,
il socialista Pasqualino Di Leva è, con questa inchiesta, finito in galera con
l’accusa di corruzione.

Nel campo del primo filone (le aree ex Falk) Penati sarebbe stato il
destinatario di tangenti per 5,7 miliardi di lire. Nel campo del secondo filone
(la Serravalle) Penati, che comperò il 15% delle azioni Serravalle a 8,9 euro
da Gavio che l’anno prima le aveva comperate a 2,9, consegna a Gavio stesso 179
milioni di euro, parte dei quali, 50 milioni, dice l’ex Sindaco Albertini,
vengono stornati all’Unipol di Consorte e alle Coop per tentare la scalata,
fallita, alla BNL. Nel campo del terzo filone vengono indagate pratiche
illecite che quell’assessore all’edilizia portava a compimento in questi ultimi
anni agevolando, tramite lo “sportello unico”, le azioni di quei privati che
poi gli elargivano mazzette. Se nei primi due filoni abbiamo di fronte, già
nella quantità di quattrini che cambiano tasca – milioni e milioni di euro che
vanno anche (anche) a finanziare i partiti (il PD o una corrente del PD) – come
nella qualità veramente innovativa delle operazioni (è l’ingegnerizzazione
della tangente, quella delle finte caparre è geniale), nel terzo filone siamo
di fronte alle vecchie bustarelle di “un ladro di galline”, anche se in una
delle bustarelle la GdF ha trovato ben 750mila euro.
cervellino.gif
L’indagine dei primi due filoni, quelli che chiamano in causa Filippo Penati,
il perno attorno a cui ruota il “sistema Sesto” (dizione offensiva per i
cittadini e gli onesti amministratori sestesi), entra però, a piedi uniti, sin
nel sacrario di Banca Intesa – Banca Intesa finanzia tutti i proprietari delle
aree dopo l’uscita di scena della Falck – come entra nella filiera di comando
della Lega delle Cooperative. Quindi il tifone Penati, che squassa il PD, non è
certo circoscrivibile alla mela marcia capitata dentro il cesto delle mele
sane, non è il mariuolo preso con il sorcio in bocca come Mario Chiesa vent’
anni fa. È un caso nazionale, Filippo Penati era infatti visto come l’uomo che
avrebbe strappato il nord alle destre, mutuandone le politiche, strizzando l’
occhio ora alla Lega ora a Formigoni. L’uomo della riscossa democratica, il
pupillo di Bersani.

Ora il prediletto non è in carcere, per ora, ma solo perché parte dei suoi
reati figura come prescritta. Però l’indagine prosegue, inesorabile, e siamo in
attesa dei suoi esiti. Speriamo ci siano in fretta.

Chi non aspetta è la destra, alla quale non par vero che, pompando il caso
Penati – PD, si possa alleggerire la pressione che, su di sé, esercitano i vari
casi di Verdini, Milanese, Papa, Scajola e Berlusconi stesso. Con un fugace
pensiero complottista ci si domandi se non sarà stato per caso Berlusconi ad
invitare Pasini, che è il suo uomo a Sesto san Giovanni, ad aprire il libro? Ma
lasciamola lì. Non possiamo invece sottostimare il fatto che fra sette mesi si
vota per il Sindaco, la Giunta e il Consiglio Comunale di Sesto San Giovanni e
si potrebbe votare ad indagine aperta o da poco conclusa. Non possiamo ancora
sottostimare che anche le elezioni politiche si potrebbero svolgere, nel 2013 o
auspicabilmente prima, addirittura con processi avviati e, se le cose restano
quelle che apprendiamo, sotto processo allora non ci sarà solo Penati ma il PD.

Due domande incalzano ineludibili:

–         Come si è arrivati a questo punto? Proviamo a ragionare su come è
nata e come cade la stella Penati.

–         Ma noi, seconda domanda, noi non ci siamo mai accorti di niente?
Proviamo perciò a ragionare anche su di noi che eravamo con Penati quando, nel
1994, conquistò a sorpresa il Comune di Sesto, quando, 1999, venne riconfermato
Sindaco, quando, 2004, strappò ad Ombretta Colli la Provincia di Milano dalla
quale Provincia, primavera 2009, fummo cacciati perché non coinvolgibili nelle
sue pratiche innovative che, quanti sarebbero entrati poi in SEL e l’IdV,
invece sostenevano. Ora l’innovazione è squadernata e sotto inchiesta e l’
innovatore è stato allontanato, sospeso, dal suo partito. Ragioniamoci. Noi
abbiamo le carte in regola per farlo. Altri meno, molto meno.

DALLE MACERIE DELLA FALCK NASCE UNA STELLA

crisi .jpeg

Tutta la storia di oggi ha origine quando chiude l’ultimo altoforno della
Falck di Sesto San Giovanni. L’ultima colata è del 18 novembre 1995. Alberto
Falck, con il forte indennizzo dell’UE, esce dalla produzione diretta dell’
acciaio, passa al cliente garantito delle bollette della luce e, sull’immensa
area di 1 milione e 350 mila mq, tenta un’operazione di riconversione
affidandone il progetto al famoso architetto giapponese Kenzo Tange. È qui che
comincia la lunga storia delle aree Falck: quindici anni di progetti, che però
non escono mai dalla carta degli architetti, di cambi di proprietà di aree che,
ad ogni cambio, aumentavano di valore pur restando tristemente dismesse,
sovrastate dallo scheletro, immane e rugginoso, dell’ultimo altoforno, quello
che fino al novembre 1995 annunciava, con una grande nube rossa visibile da
molto lontano, l’approssimarsi della città fabbrica, la “Stalingrado d’Italia”
di cento evocazioni e qualche nostalgia.

Nel frattempo Filippo Penati è diventato Sindaco di questa città. È il 1994.
Solo l’anno prima, sullo slancio del vento giustizialista che, con
Tangentopoli, spazza Milano, la Lega alle elezioni amministrative conquista
trionfalmente Palazzo Marino e schiaccia il PDS all’8%. Il neonato PRC, con l’
11,2% diventa, cose da non credere, addirittura il secondo partito della città.
A Sesto San Giovanni l’anno dopo si vota, ma nessuno ha il coraggio di
candidarsi. Come un cireneo si fa avanti Filippo Penati, oscuro insegnante di
scuola media, famiglia sestese di operai comunisti, e vince. Noi lo sosteniamo,
il vice Sindaco sarà, da allora ad oggi, sempre di Rifondazione Comunista. Fu
quella una vittoria che diede serenità e coraggio ad un centrosinistra allo
sbando che, nel 1995, sullo slancio strappa alle destre la Provincia di Milano
(nel collegio di Sesto San Giovanni il PRC ottiene 12,75%) portando a Palazzo
Isimbardi il cattolico Livio Tamberi, che è stato veramente un buon Presidente.

Torniamo alle aree ex-Falck dove il progetto della proprietà viene però
bocciato dal Comune. A quel punto Alberto Falck si libera delle aree e si fa
avanti Giuseppe Pasini. La storia che oggi è finita in Procura comincia proprio
con l’acquisto delle aree ex Falck da parte di Pasini.

Quella dei Pasini è una famiglia veneta, muratori piastrellisti, arrivata a
Sesto a metà del secolo scorso e che, nel tempo, si è rafforzata, ma quello
delle aree Falck è un passo che si è dimostrato troppo lungo per la gamba dei
Pasini. Loro, è vero, ottengono un prestito di 400 miliardi di lire da Banca
Intesa, che entra così nel gioco e non ne uscirà più, e ancora si affidano al
progetto di un archistar italiano, Mario Botta, che si fa assistere da un

comitato scientifico di assoluta eccellenza: Adriano De Maio, Marco Vitale,
Giulio Sapelli. Ma non basta. A Giuseppe Pasini, il leader della famiglia,
occorrerebbero due cose: un partner industriale economicamente forte con cui
condividere l’impresa, ma non lo trova e, ma questo lo sappiamo oggi, un
Governo comunale “amico” che gli consenta, avviando qualche opera, di
cominciare a rientrare dall’investimento. E questo amico il Pasini lo avrebbe
trovato. A leggere gli atti dell’inchiesta lo avrebbe infatti trovato nel
Sindaco del Comune di Sesto San Giovanni. E, con la promessa dello snellimento
delle pratiche sulle volumetrie, Pasini consegna così ai collettori di Penati,
Giordano Vimercati e Pietro Di Caterina, due tangenti per complessivi 5,7

miliardi di lire, prima elargizione di un piano però di 22 miliardi. La
pianificazione della tangente. Ma sull’area, malgrado patti segreti e quattrini
veri, non viene costruito nemmeno un metro cubo. In Giunta infatti non
approdano né piani attuativi né piani stralcio. È fondamentale questo rilievo.
Pasini sospetta allora di aver pagato a vuoto, ma non molla perché Penati, se
riconfermato Sindaco, potrebbe fare nel secondo mandato quello che non gli è
riuscito nel primo. E Penati nella primavera del 1998 viene rieletto Sindaco,
anche se in casa nostra, PRC, emergono i primi malumori. Penati si è infatti
circondato di un gruppo ristretto di fedelissimi, un “cerchio magico”
impenetrabile, e la modalità di rapporto tra lui e la maggioranza è diventata
quella di un padrone spregiudicato ed autoritario che esige cieca obbedienza.
Deve perciò intervenire un altro sestese, Armando Cossutta, per ricomporre un
disagio che, comunque, non era, per noi, alimentato dalla conoscenza dei
misfatti che oggi l’indagine ci racconta.

Con il voto del 98 si rafforza, a Sesto San Giovanni, il mito del Sindaco

vincente. Sale la stella Penati che, nel 2000, esce dal piccolo firmamento
Sesto ed entra in quello più vasto del territorio della Federazione di Milano
dei DS, di cui diventa Segretario Provinciale, si dice per mettere ordine nel
bilancio. È, la Federazione, il trampolino da cui spiccare il salto successivo.
Perché ormai nel “cerchio magico” si programma la grande scalata: da Sesto alla
Segreteria milanese, alla Presidenza della Provincia di Milano, al Comune di
Milano, come primo Sindaco della città metropolitana, e poi chissà. Grandi
ambizioni che esigono, per essere sostenute, robusti finanziamenti e Penati
crea l’associazione “Fare Metropoli” in cui, parla l’indagine, farli
convergere. E convergono, così oggi viene accertato.

Pochi però ricordano un episodio, che impedì al progetto di Penati di essere
perfetto, perché quando, dopo il secondo mandato, lui deve lasciare la poltrona
di Sindaco di Sesto San Giovanni non gli riesce di collocare sulla stessa Gigi
Vimercati, fratello del Giordano della valigia con le tangenti, Gigi è l’
intellettuale del “cerchio magico”. È il 2002 e in quel momento ci accorgiamo
che il disagio, che solo noi manifestammo nel 1998, è diffuso anche in casa DS,
tant’è che ci si accordò, PRC e maggioranza appunto dei DS stessi, per tagliare
i ponti con Penati e i “penatiani”. Così candidammo a Sindaco Giorgio Oldrini,
figlio di quell’Abramo, primo Sindaco di Sesto dopo la Liberazione. Penati e la
sua stella si apprestavano, è vero, a saltare in un altro firmamento ma perdono
Sesto San Giovanni, anche se nel palazzo del Comune, tra il personale tecnico e
politico, restano “dormienti” alcuni “penatiani”. L’uomo ha seminato bene ma da
allora, lui e il fido Giordano (che ora parrebbe meno fido), non perdono
occasione per denigrare Oldrini, delegittimarlo pubblicamente.

Dal 2002 a Sesto è cambiato il vento, anche se, sullo slancio della precedente
conduzione, restano alcuni problemi che, serio limite alla gestione Oldrini,
sarebbe stato meglio affrontare prima che ci mettesse mano alla Magistratura.
Non è un limite da poco, senza togliere a Oldrini altri meriti.

Che il vento sia cambiato si accorge anche Pasini che però, nemmeno questa
volta, va a dire in Magistratura le cose che dice oggi, sarà perché quei reati
non sono ancora prescritti, però decide di vendere le aree. E vende a
Risanamento di Zunino. È il 2005. Con Zunino arriva il terzo progetto di
riconversione delle famose aree, questa volta porta la firma del prestigioso
luminare dell’architettura mondiale Renzo Piano. Ma quelle aree sono maledette.
Zunino è travolto dal debito per Santa Giulia e dagli scandali delle bonifiche
Grossi e deve uscire di scena. E sono Banca Intesa e San Paolo che, a quel
punto, rilevano Risanamento e cercano il partner che realizzi il progetto

Piano.  Oggi lo hanno trovato in Davide Bizzi.

LA STELLA NASCENTE SALTA IN UN ALTRO FIRMAMENTO

Nel frattempo, è il 2004, Penati conquista la Provincia di Milano a capo di un
a coalizione ampia di cui il PRC, con il 7,1%, è la seconda forza con cinque
consiglieri e tre assessori. E in Provincia trasloca da Sesto San Giovanni,
armi e bagagli, tutto il “cerchio magico” e subito Penati, questa la novità,
cambia il “core business” della “sua ditta”: passa infatti dalle riconversioni
delle aree dismesse, parliamo delle ex Falck ma c’erano anche le ex Breda e le
ex Marelli dove si sono fatte cose buone, alla filiera lunga di infrastrutture
e trasporti. È a questa filiera che guarda il secondo filone dell’indagine dei
PM della Procura di Monza: guarda in modo particolare il caso della presunta
supervalutazione dell’acquisto da Gavio delle azioni dell’autostrada Serravalle
di cui la Provincia acquisisce, a fine Luglio 2005, la maggioranza assoluta. A
tal proposito si fa sui media molta confusione. Allora diciamo subito una cosa:
l’operazione era e resta politicamente legittima, sorretta da un ordine del
giorno del Consiglio votato da tutta la maggioranza. In quanto al perimetro
economico invece, entro il quale si è configurato l’acquisto, la Provincia (e
la Giunta che l’ha  approvato con delibera del 29 Luglio 2005) si è attenuta al
range sul valore delle azioni definito dall’advisor Vitale e Associati, uno dei
più accreditati sulla piazza, anzi, sarebbe stata perseguibile la Giunta
qualora la stessa non si fosse attenuta alla perizia del tempo. Perizie
successive, fuori contesto, non hanno valore, sono opinioni. Se poi Gavio e
Banca Intesa, hanno fatto successivamente in modo che i  quattrini della
Provincia in parte  finissero altrove, e vorremmo capire bene dove, questo, se
dimostrato, lo considereremmo un inganno grave nei nostri confronti (nei
confronti di chi ha votato in Giunta tutt’altra cosa e nei confronti di tutto
il Consiglio), e ci considereremmo quindi vittime, non escludendo la nostra
costituzione a parte civile al momento dell’eventuale processo.

Interessante è vedere come Penati, a sostegno del nuovo “core  business” abbia
dislocato, a rete, i suoi uomini, il suo fitto apparato di potere. Se vogliamo
questa, sul “sistema Sesto”, modo ripetiamo sbagliato di circoscrivere
territorialmente un sistema ben più vasto, è la rappresentazione del degrado in
cui può scivolare una forza politica o una cordata (non una corrente che è
altra cosa) dentro la stessa forza. È Nando Dalla Chiesa che, sul “Fatto” del
31 Agosto 2011, offre con precisione la mappa di tutti gli uomini dell’ex
Presidente a presidio del “business infrastrutture”. C’è Gigi Vimercati,
Sindaco mancato e oggi Segretario della Commissione Lavori Pubblici del  Senato
e, nel Governo Prodi, Sottosegretario alle infrastrutture; c’è Matteo Mauri,
Capogruppo PD in Provincia, membro della  Segreteria Nazionale del partito e
responsabile nazionale infrastrutture e trasporti; c’è Pierfrancesco Maran,
giovane chiacchierato Assessore novello alla mobilità e ambiente della Giunta
di Milano. E poi altri”paletti” collocati alla  Camera, alla Regione Lombardia,
compresa qualche decina e più di Sindaci della Provincia. Poi la rete  si
estende, ma qui Dalla Chiesa si ferma, dentro la Lega delle Cooperative, le
banche,la Compagnia delle  Opere, le fondazioni (strumenti inventati per
nascondere).

Domanda: a fronte di queste evidenze non avevano niente  da dire i dirigenti
PD, quelli che oggi si stracciano le vesti? Subivano in silenzio il vento del
nord e l’affarismo dilagante, o lo assecondavano attivamente?

Ma nel punto più alto dell’ascesa si annuncia il declino dello stellone di
Filippo  Penati. Il declino si annuncia per ragioni politiche, l’indagine
giudiziaria interviene poi nel campo del declino avviato e fa precipitare l’
uomo, da potenziale “numero due” del PD, a soggetto che la Commissione di
Garanzia (per fortuna c’è ancora un

Berlinguer nel PD) allontana, caccia, dal Partito.

Il declino comincia  quando Penati, fine  Marzo 2009, ci espelle dalla Giunta
e dalla maggioranza della Provincia  perché, in quanto radicali e non
innovativi, avremmo, alle elezioni di un paio di mesi dopo, turbato e
allontanato  l’elettorato moderato e i ceti medi. E, quindi, “fuori subito”.
Non lo nascondiamo, allora fummo amareggiati. Penati senza di noi, ma con la
stampella di IdV e Sinistra Democratica che si  apprestava  a convergere in
SEL, poteva benissimo vincere quelle elezioni. Invece le perde, di un soffio
(con 2500 voti in più sarebbe stato riconfermato Presidente). Alla luce delle
cose che  la Magistratura ci racconta, se ieri eravamo amareggiati oggi diciamo
“meno male”, scampato pericolo.

Resta un dubbio :se invece avesse vinto, e fosse tornato solvibile
economicamente, Pasini sarebbe andato lo stesso a cantare davanti ai PM?
Probabilmente no, quindi sconfitta benedetta.

AGOSTO 2011:  LA STELLA È CADENTE

La modalità con cui  Penati ci allontana merita però un supplemento di
riflessione. Lui operava, almeno nella seconda parte del mandato, su due

livelli : quello delle chiacchiere e delle esternazioni sotto la luce dei

riflettori, e quello dei fatti e degli affari portati avanti senza clamore, a
fari spenti. Non passava giorno infatti che lui non fosse in prima pagina e in
televisione a parlare di ROM, lavavetri e ronde. Noi dichiaravamo l’opposto con
evidenza però irrisoria. Ma, in un’istituzione, sono le delibere e gli ordini
del giorno che danno l’impronta a una gestione della cosa pubblica e, in
Provincia non sono mai apparsi atti a supporto delle interviste. Si può dire,
ma lo dicevamo anche ieri, che quelle esternazioni servivano, più che altro,
per compiacere la Lega e la parte ex AN del PDL  e per avere, se non l’
adesione, almeno il loro non dissenso  su fatti e affari, ai quali guardavano
interessati sia gli uomini di CL-CdO che quelli delle Coop. In compenso quelle
dichiarazioni improntate a “cattiveria sociale” disorientavano, disgustavano,
gli elettori di sinistra e di centrosinistra. È sui fatti e sugli affari che,
come PRC, abbiamo sempre dato battaglia dalla maggioranza, sia in Consiglio che
in Giunta, tant’è che ai nostri Assessori sono state ritirate le deleghe chi
due chi tre volte. In elencazione sommaria abbiamo, dando battaglia, impedito
si facessero cose sbagliate su: l’Idroscalo, le aree ex-Sisas di Pioltello, gli
inceneritori, il global service, il “palazzo del nuovo” di Soderini, gli ambiti
agricoli, il Cerba di Veronesi. Nel contempo abbiamo impresso un carattere
avanzato all’amministrazione sostenendo e strappando, noi soli, cose giuste:
dalle riconversioni delle fabbriche in distretti industriali, ai pannelli

solari sulle scuole della Provincia. Sono le cose poi entrate nel programma di
Pisapia. Penati ci caccia comunque perché saremmo stati piombo nelle ali del
suo inarrestabile volo (questa del piombo l’avevamo già sentita detta da parte
di un tale che si è, anche lui, dopo lo svolazzo schiantato al suolo).

Solo che poi Penati, come abbiamo anticipato, perde le elezioni al
ballottaggio contro un signor nessuno come Guido Podestà del PDL. E se al
ballottaggio avrà, forse, avuto il “non dissenso” della lega e il probabile
assenso di parte dei ciellini dell’amico Formigoni, ci si domandi chi non lo ha
votato il Penati, oltre a noi? A Penati, questa la verità, sono mancati i voti
di gran parte del PD. Chi non è convinto di questa analisi si domandi due cose.
Si interroghi, la prima cosa, sui voti che l’anno dopo, 2010, sono
clamorosamente mancati, ancora a Penati, al voto regionale, rispetto a quelli
raccolti dal povero Sarfatti nel 2005. Si domandi, la seconda, come mai gli
elettori PD alle primarie del Comune di Milano, dell’ottobre 2010, non siano
andati a votare Boeri, ritenuto il candidato di Penati e poi, con Pisapia,
siano invece ritornati in massa a votare il Sindaco e il partito. Attenzione
pertanto nel dare un giudizio pesante e liquidatorio di tutto il PD, perché
parte dello stesso aveva capito per tempo di che pasta era fatto l’astro Penati
e, a modo suo, da Sesto nel 2002 sostenendo Oldrini a Milano nel 2011
sostenendo Pisapia, aveva preso posizione. Non così Bersani, non così Veltroni,
men che meno l’acuto D’Alema.

Persa la Provincia sul filo di lana, Penati perde anche in Regione e, per un
vincente, diventare di botto perdente è un boccone amaro. Ma resta pur sempre
“un perdente di successo”, perché l’amico Formigoni lo colloca a vicepresidente
del Consiglio Regionale e l’amico fraterno Bersani chiama il suo “campione del
nord”, un po’ ammaccato in verità, a fare prima il portavoce poi, addirittura,
il coordinatore della Segreteria Nazionale, postazione da cui Penati, che

medita la risalita, riprende a tessere la sua tela. Ma, nel luglio, gli arriva
la mazzata e poi l’autosospensione e poi la sospensione del Collegio di
Garanzia del PD. È caduta una stella? È finita la carriera politica del
professore di scuola media in distacco da vent’anni con il mantenimento del
posto? Attenzione perché fra qualche anno potremmo trovarlo, passata la buriana
da qualche altra parte dove girano i soldi, non certo dietro una modesta
cattedra.

MA VOI NON VI SIETE ACCORTI DI NIENTE?

La domanda va rivolta in tre direzioni:

–         Al PD di Sesto San Giovanni, Milano e Nazionale, che la smettano di
rifugiarsi nel tormentone garantista dell’innocenza sino a prova contraria. Se
Penati quei soldi non li ha tenuti per sé, tutti o in parte, qualcuno deve pur
averli incassati e se li ha incassati non si è mai domandato, quel qualcuno,
come mai Penati, per le sue faraoniche campagne elettorali e quelle degli amici
di quella mappa, disponesse di somme così ingenti? Insomma Penati è un Primo
Greganti che assume su di sé tutte le colpe ma non parla, oppure è l’
espressione della degenerazione di una parte non secondaria di quel partito?
Fateci capire.

–         La domanda potrebbe essere rivolta anche al PDL, almeno a quello di
Sesto San Giovanni. Lasciamo in filigrana la congettura del burattinaio
Berlusconi che abita a 6 Km da Sesto, e ai dirigenti del centro destra di Sesto
San Giovanni si domandi come mai Pasini, loro candidato Sindaco alle elezioni
del 2007, non abbia fatto la sua campagna sui termini della denuncia che fa
oggi. Perché? Fateci capire anche voi, perché se Penati è corrotto, Pasini è il
corruttore non un dispensatore di beneficenza.

–         La stessa domanda dobbiamo rivolgerla al nostro interno: “Compagni,
ci siamo mai accorti di niente?”. Sul secondo filone dell’inchiesta abbiamo già
abbozzato una risposta: noi non potevamo sapere come Gavio e Banca Intesa

utilizzassero i soldi pagati dalla Provincia con una valutazione accreditata
dall’advisor. Se le cose stanno come oggi dicono i PM il fatto è grave e ci
sentiamo parte lesa. Ma le cose stanno così?

Sul primo filone dell’inchiesta, le tangenti di Pasini, la risposta è
semplice: né durante gli otto anni di Penati, né durante i dieci (quasi) di
Oldrini, non è mai arrivata in Giunta delibera alcuna che potesse essere intesa
come atto facilitatore degli interventi che Pasini si proponeva di fare. Il
tutto sarebbe avvenuto fuori Giunta, in Svizzera e in Lussemburgo. È Pasini che
si domanda oggi dove sono finiti i quattrini che ha dato ieri a Penati. Lo
vogliamo sapere anche noi. Antonio Pizzinato, quadro sestese storico oggi

passato a SEL, sostiene che Penati quei quattrini non li ha tenuti per sé. E
allora?

–         Ma c’è il terzo filone dell’inchiesta: quello del “ladro di galline”
Pasqualino Di Leva. Qui il Sindaco Oldrini, che ha dato la delega all’
Assessore, avrebbe dovuto cogliere che qualcosa non andava, e che Di Leva

faceva la cresta sugli appalti, e avrebbe dovuto intervenire, noi l’avevamo
richiesto, anche nei confronti del Direttore Generale, quello che tuttora

manteneva rapporti con alcuni indagati. Questo terzo filone è un nervo scoperto
che può esporre a rischio anche il piano attuativo, “piano integrato di
intervento” (P.I.I.) sulle aree Falck e scalo ferroviario, approvato dal
Consiglio Comunale di Sesto il 9 settembre con il voto di tutta la maggioranza
PD, PRC, PdCI, SEL dalla quale si è sfilato solo il Consigliere dell’IdV.

D’altra parte sulle famose aree, con l’avvento della nuova proprietà di Davide
Bizzi messa in campo dalle banche che hanno rilevato Risanamento, si può per
davvero avviare l’iter dalla loro riconversione sedici anni dopo la chiusura
dell’ultimo altoforno.

Questo è il positivo, il mettere la parola fine al valzer dei proprietari e
degli architetti, su un’area immensa che va restituita alla città.

Questo è il positivo, e nel P.I.I. c’è anche la nostra identità con la filiera
industriale dell’energia. Il rischio, lo ripetiamo, è nella spada di Damocle
dell’inchiesta che pende su Sesto San Giovanni e non solo. Il rischio sono,
saranno, le palle avvelenate che sicuramente qualche faccendiere scaglierà
nella vicenda aperta, che è una vicenda da 4 miliardi di euro. E le elezioni
arrivano. E si arriva alle elezioni in una città simbolo della classe operaia.
E oggi Sesto San Giovanni è una città scossa, tradita. A Sesto però il PD è una
cosa seria, radicata, carica di orgoglio, un partito tormentato ma che ha preso
le distanze, già a suo tempo, da Penati e dai suoi metodi. Non è pensabile di
fare a Sesto come a Napoli: di qui gli onesti, di là gli altri, pensando che
tra gli altri ci sia il PD. Questa sarebbe la modalità-suicidio che consegna la
città alla destra. Va da sé che se il voto sul P.I.I. indica la coalizione che
va al voto (e non escluderebbe, ma i compagni diranno, IdV ora all’opposizione
del piano), la condizione oggi per vincere è un profondo rinnovamento del
personale che tutti mettiamo in campo e che il PD faccia due passi avanti nel
rinnovamento ma un passo indietro sul candidato Sindaco.

È LA SCONFITTA DEL RIFORMISMO

Che sintesi si può trarre da questa storia al punto in cui essa oggi si trova?
Che emerge un sistema compromesso con le scelte immobiliari e infrastrutturali,
e dentro il sistema si cela una cultura che coinvolge imprenditori,
amministratori pubblici e un partito, il PD, che si trova a fare i conti con
“la questione morale” esattamente come l’avversario politico. Certo, la
modalità con cui il PD farà questi conti sarà anche diversa da quella dell’
avversario che i conti non li fa. Ma la sostanza delle questioni che il caso
Penati dispiega è semplice e drammatica: dopo vent’anni i meccanismi di
Tangentopoli vengono ripristinati e gli orrendi traffici di allora riappaiono,
ancora sullo scenario di Milano, di cui Sesto San Giovanni può essere letto
come un quartiere ad un quarto d’ora di Metrò da Piazza Duomo. E riappaiono
coperti da leggi che oggi proteggono i furbastri.

La genesi del processo che ha portato ai primi anni ‘90 a mani Pulite e oggi,
nel 2011, all’indagine dei PM di Monza, da guardare con tutti i garantismi del
caso, risale a quando il PCI sceglie di competere con Craxi (ma non si
dimentichino i Democristiani) sul suo stesso terreno. E quel PCI liquida
Berlinguer ben prima della sua morte, e lo liquida in quanto Berlinguer
rifiutava l’omologazione del PCI al sistema allora vigente.

Se si vuole oggi, davanti alla Magistratura, si presenta il risultato di
quella liquidazione non di un uomo ma di un patrimonio di ideali e valori: la
cosiddetta “diversità” comunista etica e politica da cancellarsi, da parte dei
vincenti di allora, perché impedente la partecipazione del PCI ai Governi e il
suo ingresso nel grande circuito degli affari. E per partecipare meglio lo si
scioglie, il PCI. E decolla il riformismo che è, oggi lo vediamo assai bene,
degenerazione di partiti che occupano lo Stato e le Istituzioni servendosene
per i propri fini dentro una politica “ridotta a voto di scambio, a uso privato
della cosa pubblica, al perseguimento dell’arricchimento personale e per le
bande” (così Guido Liguori su Liberazione del 4 settembre 2011).

Il caso Penati è questo e fa capire quel che succede in un partito quando non
contano più le idee ma la capacità di fare spregiudicatamente affari. E per
fare affari bisogna essere Sindaci o Presidenti e non rispondere a nessuno, se
non alla banda-cordata. Tutto il potere ai clan. Ma questa è la sconfitta del
riformismo.

Bruno Casati, PENATI, LE TANGENTI, IL CASO SESTO E IL PDultima modifica: 2011-09-24T18:33:45+00:00da mangano1
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento