Erica Jong, Sedurre il demonio

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Riportiamo un brano dalla autobiografia letteraria di Erica Jong, bandiera sventolante della liberazione femminista, in cui ella rievoca un episodio dei suoi esordi di scrittrice, allorché venne invitata a cena da un anziano editore («Sedurre il demonio»; titolo originale: «Seducing the Demon. Writing for My Life», New York, Jeremy P. Tarcher/Penguin, 2006; traduzione italiana di Tilde Riva, Milano, Bompiani, 2006, pp. 37-42):

«Ordinammo consommé in gelatina, insalata di granchi e troppo vino. Erravamo seduti uno accanto all’altra su un divanetto e le sue mani maculate strisciavano verso le mie cosce nude. Era piena estate e a quei tempio andava di modo la micro minigonna. Mi scostai – cosa tutt’altro che facile sulle appiccicose panchette della Rose Room. Il cameriere venne a portare altro vino (a quei tempi le colazioni di lavoro con gli editori erano alcoliche piuttosto che ostentatamente astemie).
“E così, stai ascrivendo un romanzo?”
“Sì, parla della moglie di uno psichiatra che si butta in una folle avventura picaresca con…”
“Se è qualcosa che somiglia alle sue poesie, voglio essere il suo editore.”
“Be’, forse prima dovrebbe leggerlo!”
“Non è necessario. Il mio fiuto mi dice che è un grande libro. Come faccio ad averlo?” I suoi vecchi occhi scintillavano come quelli di una lucertola. “Pagherò qualsiasi cifra”.
Pensavo all’anticipo più alto possibile. Avevo letto sul “Publisher’s Weekly” che un romanziere esordiente aveva preso cinquecentomila dollari.
“Mezzo milione”, azzardai timidamente. Mio padre sarebbe stato fiero di me – mio padre che aveva lasciato lo show business per buttarsi nel commercio “tzataka” e lo aveva sempre rimpianto.
“Affare fatto” disse la lucertola dallo sguardo scintillante.
Ma cosa avevo detto? Avevo un agente. Non potevo trattare personalmente con un vecchio rettile a colazione.
“Meglio non discutere di soldi con me”, mi affrettai a dire, facendo marcia indietro. E se fossi riuscita a prendere di più? “Parli con Anita, la mia agente.”
Lui si leccò le labbra secche e screpolate. “Lo farò. Tutti i più grandi romanzieri hanno cominciato come poeti”, disse. “Hemingway scriveva versi. James Joyce,. Thomas Hardy. D. H. Lawrence. Tutto comincia con la metafora. Sa, l’altra mia passione sono I libri rari.”
“Davvero?” Anch’io adoravo i libri rari – anche se non ne avevo mai posseduto uno. (Mi ero limitata a bramarli nella Sala Libri Rari della Butler Library.) Per me, erano la cosa più seducente del mondo. Ancora più de “Il diamante grosso come l’Hotel Ritz” che aveva fatto battere più in fretta il cuore di F. Scott Fitzgerald.
“Ho appena acquistato una bellissima copia dell’”Endymion” di Keats. Mi piacerebbe mostrargliela.”
“Keats è in assoluto il mio poeta preferito.”
“E ho anche una prima edizione di “Foglie d’erba”. Vorrei tanto farle vedere anche questa.”
Il cuore mi galoppava. “Adoro “Foglie d’erba.”
“Il mio ufficio è proprio in fondo alla strada”, disse il vecchio sporcaccione.
Naturalmente non era il suo vero ufficio in casa editrice. Era un piccolo studio nello stesso edificio n cui stava il “New Yorker”, proprio a un isolato di distanza dall’Algonquin.
Mi ci condusse. Salimmo in ascensore, mentre lui faceva tintinnare le chiavi. […]
E io divenni parte del libro. Le sue morbide pagine diventarono la mia pelle e il suo verde mi entrò nel cuore e prima che me ne accorgessi, l’anziano editore con le macchie di vecchiaia mi stava abbracciando da dietro, e mi girava verso di lui perché gli baciassi le labbra grinzose. In qualche modo, all’unisono con Walt Whitman, che diventava tutto quello su cui posava lo sguardo, che si fondeva con la gente per la strada che coglieva il suo sguardo empatico, mi trovai in ginocchio davanti all’anziano editore. Poi, non so come, gli stavo succhiando il cazzo moscio (come diavolo mi era entrato in bocca?) perché ogni atomo di lui mi apparteneva.
Ci mise un’eternità a venire. Era vecchi e la linfa era congelata. Non scorreva. Avanzava con difficoltà. Strisciava. Ma l’assistente sociale che c’è in me provò pena per la sua età e per il suo avido desiderio, perciò perseverai (anche perché una volta che sei in ginocchio, non è facile sottrarsi con grazia). Mi sostenevano visioni di libri rari sugli scaffali della mia libreria. Che razza di follia mi stava passando per la testa? Mi avrebbe certo dato una prima edizione – magari due – in cambio di quel faticoso pompino? Forza, avanti. Era l’epoca di “Gola profonda”, ma posso garantirvi che il mio clitoride non era davvero nei paraggi delle mie tonsille.
L’editore perdeva l’erezione, poi la riprendeva tormentosamente. Se avessi guardato un orologio, le lancette avrebbero sicuramente girato all’indietro. Ma io fissavo quelle prime edizioni, causa della mia eccitazione. Finalmente il vecchio editore venne, un po’ convulsamente – e balbettando un mucchio di scuse.
“Cosa posso fare per te?” mi chiese. “Un paio di prime edizioni andrebbero bene”, avrebbe detto la ragazza avida che non sono mai stata.
“È vero che Keats è morto vergine?” chiesi invece alzandomi, senza rispondere alla sua offerta. Non potevo sopportare che mi toccasse. Era Keats che volevo.
“Se è così, mi spiace per lui”. Mi spiace tanto. Peccato, che spreco di poesia!”, disse l’anziano editore. Pensava forse che la poesia fosse solo un mezzo di seduzione? Be’, in fondo, aveva funzionato, no?
Il giorno dopo, arrivò a casa mia sulla 77ma Strada un grosso pacco marrone.
Era confezionati con tanta cura, che doveva essere una prima edizione. Per prima cosa, c’era questo biglietto:
“Non potrò mai ringraziarti abbastanza per il tuo coraggio, la tua intelligenza,, la tua allegria pura. Sei un vero spirito ala Whitman.”
Così scartai, scartai e scartai, sognando prime edizioni,. Avvolto in un foglio di plastica a pallini in carta da pacco, c’era un facsmile dell’edizione del 1885 di “Foglie d’erba”.
Mi sentii tradita. IL POMPINO CHE GLI AVEVO FATTO, NON ERA UN FACSIMILE! E poi, s’era completamente dimenticato del dovizioso anticipo.»

Erica Jong, Sedurre il demonioultima modifica: 2011-08-30T17:51:45+00:00da mangano1
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