Micromega, Per farla finita con il postmoderno

Per farla finita con il postmoderno

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Perchè serve una prospettiva diversa
La visione che ci restituisce il mondo
L’idolatria dei fatti
L’addio al pensiero debole che divide i filosofi
Baruffe torinesi su favole e verità
Questo testo non ha potuto essere pubblicato da Repubblica per la sua lunghezza (ne è stato pubblicato uno più breve che riportiamo come appendice). Con esso vorremmo aprire sul sito una discussione filosofica su un tema che del resto ha costituito il cuore dell’Almanacco di filosofia ancora in edicola fino a lunedì (poi lo si troverà solo nelle librerie: in edicola martedì esce l’Almanacco del cinema). Diamo anche la conversazione Vattimo/Ferraris che qui Flores d’Arcais critica.

di Paolo Flores d’Arcais

La querelle di venerdì 19 agosto su “la Repubblica” tra l’ermeneutica nichilista di Gianni Vattimo (“non ci sono fatti, solo interpretazioni”) e il suo più brillante allievo, Maurizio Ferraris, marrano del post moderno convertito ormai al “New Realism”, potrebbe rivelarsi un gioco di specchi, dove ciascuno dei contendenti ha ragione nel criticare l’altro ma entrambi hanno torto proprio nel nucleo filosofico che continuano a condividere. Situazione del resto frequente nei conflitti intellettuali. Ma andiamo con ordine.

Vattimo ammette che “sul piovere o non piovere, e anche sul funzionamento del motore dell’aereo su cui viaggio” potrebbe perfino convenire con Bush, accettare cioè che i fatti sono sovrani e perciò cogenti per entrambi, ma sulla direzione in cui battersi per cambiare il mondo i fatti non forniranno mai una guida “oggettiva”, “vera”: sarà sempre questione di lotta e di potere.

Ineccepibile (un esistenzialista-scientista come me sottoscriverebbe senza problemi), ma ragioniamo i due assunti fino in fondo. Se l’evidenza empirica è in grado di dirci che qui e ora sta piovendo (oppure no), e se il funzionamento di un aereo è materia “neutrale” e non opinabile, è l’intera scienza della natura galileiana, l’intera impresa scientifica moderna ad essere sottratta al nichilismo interpretativo e ad essere riconosciuta universalmente come intersoggettivamente cogente (se la parola “vera” disturba, benché funzionalmente equivalente). Infatti, nessuna autorità impone a Vattimo (e a tutti noi) di credere alle infinite leggi della natura imbozzolate nel funzionamento del motore con cui stiamo realizzando il sogno di Icaro, ma le procedure con cui ciascuna di esse è stata messa alla prova (tentando di smentirla in esperimenti ripetibili e ripetuti, da parte di ricercatori di ogni latitudine e di ogni fede o miscredenza) e la corrispondenza tra i fatti che esse ipotizzano (la capacità di levarsi in volo per un ciclope di miriadi di tonnellate) e quanto quotidianamente qualsiasi membro di “homo sapiens” può constatare, costituiscono l’unica fonte del nostro riconoscimento, l’unica “maestà” di una “oggettività” assolutamente critica e strutturalmente esposta al dubbio. La “auctoritas” del “chi lo dice?” qui non ha alcuno spazio.

Non si capisce perciò perché Vattimo, contraddicendosi con le sue stesse ammissioni (neutralità ideologica e cogenza di verità per “piove” e “motore”), rifiuti alle scienze della natura il loro status di oggettività e ne faccia una questione di fiducia personale, interessi, lotta di classe. Curiosamente, il sospetto verso le scienze della natura è condiviso da Ferraris, malgrado l’abiura del post-moderno e la via di Damasco del “New Realism” (su “Repubblica” non lo sottolinea, ma lo ha fatto nei suoi più importanti lavori, anche recenti). Questa idiosincrasia per l’oggettività della scienza (della natura) non è cosa nuova, domina purtroppo il pensiero progressista già dal sessantotto (a mio parere è una delle concause del fallimento di quel grande moto libertario) e anzi prima. Temo abbia molto a che fare con una sinistra impotente a rovesciare o squilibrare gli assetti di potere e che si consola (tramite i suoi intellettuali più eretici) lanciando strali contro l’inerme “violenza” dell’illuminismo anziché contro l’agguerrita oppressione di classe degli establishment.

Comunque sia, è evidente che Vattimo vuole mettere in discussione ogni verità di fatto per timore di riconoscere status scientifico anche alle cosiddette scienze dello spirito, o scienze umane. Che scienze però non sono affatto, sature come sono, esse sì, di interpretazione, di ideologia, di valori, dunque di preferenze soggettive e di interessi conflittuali, anche se utilizzano (dovrebbero, almeno) in alcuni settori delle relative discipline strumenti e criteri di accertamento scientifico. Prendiamo il sapere storico: qui l’accertamento dei fatti segue (almeno dovrebbe) il rigore che caratterizza ad esempio una scienza come la biologia evoluzionista nella datazione, descrizione e classificazione dei suoi reperti. Che un giorno di novembre dell’anno 1956 i carri armati sovietici abbiano invaso l’Ungheria per schiacciare il governo Nagy che si appoggiava sui consigli operai, è una realtà accertabile e anzi accertata, dunque oggettiva (perfino che Gesù non si proclamò mai messia è un fatto accertabile e accertato).

Che la rivoluzione ungherese nella sua ultima fase finisse per fare suo malgrado il gioco dell’imperialismo è l’interpretazione (a mio parere aberrante) con cui Jean-Paul Sartre finì per giustificare il secondo intervento sovietico. Ma un’interpretazione, anche aberrante, non sarà mai liquidabile nei termini di vero/falso. Si può sostenere Stalin contro Trockij (e ambedue contro gli insorti di Kronstandt), perché purtroppo i gusti morali di homo sapiens hanno santificato di tutto (se ne lamentava il cristianissimo Pascal, riconoscendo come la morale “naturale” fosse una fola), mentre è verità incontrovertibile che in una foto famosa della rivoluzione d’ottobre, appoggiato al palco da cui Lenin sta parlando, c’è Lev Trockij, numero due dei bolscevichi, anche se nei decenni staliniani la sua figura in quella foto verrà miracolosamente riassorbita nelle assi di legno dello sfondo (con un procedimento chimico in sé neutrale: solo il suo uso sarà stalinista). In questo senso aveva perfettamente ragione Hannah Arendt a ricordare che le “modeste verità di fatto” sono i nemici più intrattabili di ogni dispotismo, e a vedere nell’equiparazione tra verità di fatto e opinione il prodromo della vocazione totalitaria.

Quello che vale per la storia vale in modo esponenziale per l’economia, dove l’ideologia la fa da padrona. Se davvero i comportamenti economici fossero prevedibili, gli economisti sarebbero tutti dei Creso poiché in borsa non sbaglierebbero un colpo. Ma soprattutto: qualsiasi “ricetta” per affrontare una crisi (e la nozione stessa di crisi) dipende dalle variabili che vengono privilegiate come valori: che sia il Pil, o il tasso di disoccupazione, o le tutele sindacali, o la forbice massima dei redditi, o la redistribuzione tramite tassazione e pensioni, o l’orario di lavoro (dodici o quattordici ore anche per i minori, così è decollato il capitalismo in Inghilterra, così è di nuovo in aree crescenti di Gaia, compreso il suo civilissimo Occidente), o l’eguaglianza di fronte a casa, salute, istruzione (il welfare, insomma), tutto ciò non riguarda l’incontrovertibile mondo dei fatti, ma la libera scelta dei valori che si vogliono affermare, quasi sempre a danno (almeno parziale) di altri valori. E degli interessi che spesso vi si accompagnano.

E’ paradossale, però, che Vattimo, per tenere aperta la prospettiva dell’emancipazione e dell’eguaglianza (più che legittima, a mio modo di vedere anzi sacrosanta e cui aderisco “toto corde”), anziché scegliere la via maestra e diretta della separazione quasi manichea tra fatti e valori, dunque tra scienze della natura e ideologie dello spirito (le componenti scientifiche delle discipline socio-storiche rientrano nel primo ambito), o per dirla col venerabile Hume tra essere e dover-essere, compia un doppio salto mortale: dapprima unifica verità di fatto (in effetti accertabili) e “verità” di valore (introvabili in natura e sempre soggettive) nell’unico spauracchio della “scienza”, della “ragione”, attribuendo così all’eredità dei lumi le pretese dispotiche di Wall Street (o dei gerarchi cinesi che le sostituiranno): elevate a “verità oggettiva” come l’equazione di Einstein o la scoperta di Darwin. Di fronte all’insopportabile cogenza di “verità” che i poteri degli establishment ricevono così in dono per i loro soggettivissimi (e iniqui) interessi, Vattimo è allora costretto ad attribuire l’arroganza del potere a tutti i “saperi”, non solo ai Bush e Murdoch (Berlusconi e Marchionne) ma ai figli legittimi di Galileo che continuano ad accertare la verità del comportamento della natura.

In tal modo però, Vattimo resta disarmato di fronte ad ogni menzogna del potere, che non potrà più essere tacciata neppure di manipolazione, visto che non ci sono fatti ma solo interpretazioni. Il valore “verità” viene regalato all’arroganza del potere, con buona pace di Gramsci che aveva intuito come essa fosse invece strutturalmente rivoluzionaria. Bastava attenersi alla classica distinzione di Hume, riconoscere alle scienze della natura l’indagine sull’essere e all’esistenza individuale e collettiva la sovranità sul dover-essere. Ma con un esistenzialismo così sobrio, naturalista-scientista, sarebbero state liquidati tutti i barocchismi iper-metafisici intorno all’invio dell’essere e i culti esoterici sulla differenza ontologica tra essere ed ente.

Perciò resta assai problematico che un “New Realism” possa davvero affrontare le antinomie filosofiche (e politiche) di un nichilismo ermeneutico che si rivela – ahimè – realizzato da Berlusconi e dalla dismisura del trend internazionale di menzogna di ogni potere (l’esatto opposto, non a caso, della democrazia come trasparenza), senza andare a fondo nella critica alle giustificazioni che di quell’ondata filosofica (effettivamente egemone per lunghissimi anni, e non solo sul continente) ancor oggi Ferraris ripropone. E’ storicamente falso, infatti, che agli inizi degli anni sessanta in Italia fosse ancora dominante in ambito filosofico la tradizione idealista. Nell’immediato dopoguerra Abbagnano, Bobbio e Geymonat, tre maestri molto lontani sotto importanti aspetti, e che coprivano il versante positivista come quello esistenzialista, avevano lanciato insieme (e con crescente successo) l’appello anti-idealista per un nuovo illuminismo. Aggiungiamo che il marxismo eretico di Della Volpe e della sua scuola aveva valorizzato la critica antihegeliana del giovane Marx. Insomma, esattamente mezzo secolo fa circolavano nella filosofia italiana tutti gli elementi per dar luogo a quel “New Realism” – capace di andare oltre la povertà etico-politica del positivismo logico egemone nel mondo anglosassone – che ha ora conquistato Ferraris.

Se si è perso mezzo secolo è solo perché, anziché lavorare sulle tradizioni che ho richiamato, per superarne limiti e contraddizioni, in Italia negli anni sessanta ha preso piede un’inaspettata rivincita di spiritualismo, cattolico e non, che ha declinato Heidegger in tutti i modi possibili, ma sempre contro quelle promettenti istanze neo-illuministe. Pareyson e Severino hanno cresciuto le punte di diamante di questa screziata “vague” heideggeriana, Vattimo e Cacciari, che ha vinto e dilagato nella sinistra, esattamente come in Francia altri irrazionalismi trionfavano con Foucault e Derrida (quando erano a disposizione, per il “New Realism” ora tardivamente invocato, i mattoni filosofici predisposti da due grandi pensatori con Camus e Monod, trascurati invece come “dilettanti”, oltretutto politicamente sostenitori, ad anni di distanza, dell’unico vero riformatore di sinistra che l’Europa del dopoguerra abbia avuto, Pierre Mendes-France).

Naturalmente, meglio tardi che mai. Purché il “New Realism” non rimuova una volta di più le due pietre d’inciampo che troppa filosofia “emancipatoria” ha paura di affrontare: il radicale addio ad ogni metafisica o post-metafisica (in realtà l’heideggerismo costituisce una iper-metafisica), riconoscendo che “essere” può valere esclusivamente come stenogramma per la totalità degli enti, per il resto è solo una cattiva ipostasi, la personificazione (animismo!) del predicato generico (e dunque insignificante) dei reali oggetti discreti. E che si tratta di tener ferma senza titubanza alcuna la barra della separazione gnoseologica tra fatti e valori, oggetto di accertamento intersoggetivamente cogente i primi, di libera decisione (dunque di lotta) i secondi.

* * *

La terza via di Camus

di Paolo Flores d’Arcais, da Repubblica, 26 agosto 2011

Se l’esoterismo iper-metafisico di Heidegger e la traduzione più casareccia fornita da Gadamer degli inconcludenti e compiaciuti labirinti iniziatici del “mago di Messkirch” avesse nutrito la cultura di destra, non vi sarebbe stato alcun problema. Ma quel forsennato vaticinare ha invece colonizzato la cultura democratica in Italia fin dall’inizio degli anni Sessanta, sia in versione neo-teologica, sia ermeneutica (fratelli coltelli, ma entrambi heideggeriani anti-illuministi perinde ac cadaver), ristabilendo una egemonia spiritualistico-idealistica sulla filosofia che invece era stata finalmente mandata in frantumi dalla consapevolmente variegata “vague” neo-illuminista cui avevano dato impulso Abbagnano, Bobbio e Geymonat. Se si aggiunge il marxismo eretico di Della Volpe e della sua scuola, c’erano già allora tutti gli elementi per costruire quella filosofia di “New Realism” che Maurizio Ferraris, ora caldeggia contro il suo maestro e gli esiti prevedibilissimi dell’ermeneutica nichilista e del post-moderno. Mezzo secolo buttato. Comunque, meglio tardi che mai.
Il fenomeno come è noto è stato europeo, e ha riempito anche gli scaffali di oltreatlantico. In Francia avevano a disposizione i lavori di Camus e Monod, sontuosi di grande pensiero sobrio, per dar vita a quella sintesi di esistenzialismo e naturalismo empirico che costituisce la speranza di una “filosofia dell’avvenire”, ma la moda irrazionalistica ha imposto genealogie e microfisiche di Foucault e torrenziali elucubrazioni autoreferenziali di Derrida, mentre negli Usa Rorty, in nome di Dewey, faceva piazza pulita del razionalismo di quel grande pensatore riformatore. Il tutto giustificato dalla necessità di liberarsi dalla oppressione di un “essere” inteso staticamente, troppo “autoritario”, si è detto. Eppure, bastava farne proprio a meno, dell’Essere, comunque declinato e sbarrato, questa personificazione del predicato più generico e dunque più vuoto, questa Ipostasi che costituisce il tributo della filosofia all’animismo.

E invece, tutti a “indebolire” l’essere per meglio salvaguardarlo rispetto a neo-illuminismi e “scientismi”. Per evitare il punto cruciale dello scoglio su cui la tradizione di Hume e del giovane Marx antihegeliano e di Freud (e della riflessione filosofica su Darwin) aveva già portato a far naufragare ogni spiritualismo e antimaterialismo: riconoscere alle scienze della natura l’indagine sull’essere e all’esistenza individuale e collettiva la sovranità sul dover-essere. Ma con un esistenzialismo così sobrio, naturalista-scientista, sarebbero stati liquidati i barocchismi sull'”invio dell’essere”, questi sì ad alto potenziale autoritario (totalitario, anzi), visto che qualsiasi aspirante Führer potrà arrogarsi il ruolo di “Unto” dell’essere. È paradossale, perciò, che Vattimo, per tenere aperta la prospettiva dell’emancipazione e dell’eguaglianza (più che legittima), anziché scegliere la via maestra e diretta della separazione quasi manichea tra fatti e valori, dunque tra scienze della natura e ideologie dello spirito (solo le componenti scientifiche delle discipline socio-storiche rientrano nel primo ambito), continui ad insistere sulla linea “non ci sono fatti, solo interpretazioni”. Perché ogni menzogna viene così santificata.

(26 agosto 2011)

ibattito | verità/Verità
L’addio al pensiero debole che divide i filosofi

APPROFONDIMENTI
Addio alla verità o addio all’essere? La controversia sull’ermeneutica è al centro dell’
Almanacco di filosofia
di MicroMega – ancora in edicola fino a lunedì, poi lo si troverà solo nelle librerie – con gli interventi di Richard Rorty, Gianni Vattimo, Paolo Flores d’Arcais e Maurizio Ferraris.

Leggi il sommario
dialogo tra Maurizio Ferraris e Gianni Vattimo, da Repubblica, 19 agosto 2011

Siamo ancora postmoderni o stiamo per diventare “neo realisti”, ritornando al pensiero forte? Il dibattito filosofico è aperto. Grazie anche al convegno che si terrà a Bonn il prossimo anno sul “New Realism” a cui parteciperanno, fra gli altri, Umberto Eco e John Searle.

FERRARIS Gli ultimi anni hanno insegnato, mi pare, una amara verità. E cioè che il primato delle interpretazioni sopra i fatti, il superamento del mito della oggettività, non ha avuto gli esiti di emancipazione che si immaginavano illustri filosofi postmoderni come Richard Rorty o tu stesso. Non è successo, cioè, quello che annunciavi trentacinque anni fa nelle tue bellissime lezioni su Nietzsche e il “divenir favola” del “mondo vero”: la liberazione dai vincoli di una realtà troppo monolitica, compatta, perentoria, una moltiplicazione e decostruzione delle prospettive che sembrava riprodurre, nel mondo sociale, la moltiplicazione e la radicale liberalizzazione (credevamo allora) dei canali televisivi. Il mondo vero certo è diventato una favola, anzi è diventato un reality, ma il risultato è il populismo mediatico, dove (purché se ne abbia il potere) si può pretendere di far credere qualsiasi cosa. Questo, purtroppo, è un fatto, anche se entrambi vorremmo che fosse una interpretazione. O sbaglio?

VATTIMO Che cos’è la “realtà” che smentisce le illusioni post-moderniste? Undici anni fa il mio aureo libretto su La società trasparente ha avuto una seconda edizione con un capitolo aggiuntivo scritto dopo la vittoria di Berlusconi alle elezioni. Prendevo già atto della “delusione” di cui tu parli; e riconoscevo che se non si verificava quel venir meno della perentorietà del reale che era promessa dal mondo della comunicazione e dei mass media contro la rigidità della società tradizionale, era per l’appunto a causa di una permanente resistenza della “realtà”, però appunto nella forma del dominio di poteri forti – economici, mediatici, ecc. Dunque, tutta la faccenda della “smentita” delle illusioni post-moderniste è solo un affare di potere. La trasformazione post-moderna realisticamente attesa da chi guardava alle nuove possibilità tecniche non è riuscita. Da questo “fatto”, pare a me, non devo imparare che il post-modernismo è una balla; ma che siamo in balia di poteri che non vogliono la trasformazione possibile. Come sperare nella trasformazione, però, se i poteri che vi si oppongono sono così forti?

FERRARIS Per come la metti tu il potere, anzi la prepotenza, è la sola cosa reale al mondo, e tutto il resto è illusione. Ti proporrei una visione meno disperata: se il potere è menzogna e sortilegio (“un milione di posti di lavoro”, “mai le mani nelle tasche degli italiani” ecc.), il realismo è contropotere: “il milione di posti di lavoro non si è visto”, “le mani nelle tasche degli italiani sono state messe eccome”. È per questo che, vent’anni fa, quando il postmoderno celebrava i suoi fasti, e il populismo si scaldava i muscoli ai bordi del campo, ho maturato la mia svolta verso il realismo (quello che adesso chiamo “New Realism”), posizione all’epoca totalmente minoritaria. Ti ricorderai che mi hai detto: “Chi te lo fa fare?”. Bene, semplicemente la presa d’atto di un fatto vero.

VATTIMO Se si può parlare di un nuovo realismo questo, almeno nella mia esperienza di (pseudo)filosofo e (pseudo)politico, consiste nel prender atto che la cosiddetta verità è un affare di potere. Per questo ho osato dire che chi parla della verità oggettiva è un servo del capitale. Devo sempre domandare “chi lo dice”, e non fidarmi della “informazione” sia essa giornalistico-televisiva o anche “clandestina”, sia essa “scientifica” (non c’è mai La scienza, ci sono Le scienze, e gli scienziati, che alle volte hanno interessi in gioco). Ma allora, di chi mi fiderò? Per poter vivere decentemente al mondo devo cercare di costruire una rete di “compagni” – sì, lo dico senza pudore – con cui condivido progetti e ideali. Cercandoli dove? Là dove c’è resistenza: i no-Tav, la flottiglia per Gaza, i sindacati anti-Marchionne. So che non è un verosimile programma politico, e nemmeno una posizione filosofica “presentabile” in congressi e convegni. Ma ormai sono “emerito”.

FERRARIS Per essere un resistente, sia pure emerito, la tua tesi secondo cui “la verità è una questione di potere”, mi sembra una affermazione molto rassegnata: “la ragione del più forte è sempre la migliore”. Personalmente sono convinto che proprio la realtà, per esempio il fatto che è vero che il lupo sta a monte e l’agnello sta a valle, dunque non può intorbidargli l´acqua, sia la base per ristabilire la giustizia.

VATTIMO Io direi piuttosto: prendiamo atto del fallimento, pratico, delle speranze post-moderniste. Ma certo non nel senso di tornare “realisti” pensando che la verità accertata (da chi? mai che un realista se lo domandi) ci salverà, dopo la sbornia ideal-ermeneutica-nichilista.

FERRARIS Non si tratta di tornare realisti, ma di diventarlo una buona volta. In Italia il mainstream filosofico è sempre stato idealista, come sai bene. Quanto all’accertamento della verità, oggi c’è un sole leggermente velato dalle nuvole, e questo lo accerto con i miei occhi. È il 15 agosto 2011, e questo me lo dice il calendario del computer. E il 15 agosto del 1977 Herbert Kappler, responsabile della strage delle fosse Ardeatine, è fuggito dal Celio, questo me lo dice Wikipedia. Ora, poniamo che incominciassi a chiedermi “sarà poi vero? chi me lo prova?”. Darei avvio a un processo che dalla negazione della fuga arriverebbe alla negazione della strage, e poi di tutto quanto, sino alla Shoah. Milioni di esseri umani uccisi, e io garrulamente a chiedermi “chi lo accerta?”.

VATTIMO È ovvio (vero? Bah) che per smentire una bugia devo avere un riferimento altro. Ma tu ti sei mai domandato dove stia questo riferimento? In ciò che “vedi con i tuoi occhi”? Sì, andrà bene per capire se piove; ma per dire in che direzione vogliamo guidare la nostra esistenza individuale o sociale?

FERRARIS Ovviamente no. Ma nemmeno dire che “la cosiddetta verità è un affare di potere” mi dice niente in questa direzione, al massimo mi suggerisce di non aprire più un libro. Ci vuole un doppio movimento. Il primo, appunto, è lo smascheramento, “il re è nudo”; ed è vero che il re è nudo, altrimenti sono parole al vento. Il secondo è l’uscita dell’uomo dall’infanzia, l’emancipazione attraverso la critica e il sapere (caratteristicamente il populismo è a dir poco insofferente nei confronti dell’università).

VATTIMO Chi dice che “c’è” la verità deve sempre indicare una autorità che la sancisce. Non credo che tu ti accontenti ormai del tribunale della Ragione, con cui i potenti di tutti i tempi ci hanno abbindolato. E che talvolta, lo ammetto, è servito anche ai deboli per ribellarsi, solo in attesa, però, di instaurare un nuovo ordine dove la Ragione è ridiventata strumento di oppressione. Insomma, se “c’è” qualcosa come ciò che tu chiami verità è solo o decisione di una auctoritas, o, nei casi migliori, risultato di un negoziato. Io non pretendo di avere la verità vera; so che devo render conto delle mie interpretazioni a coloro che stanno “dalla mia parte” (che non sono un gruppo necessariamente chiuso e fanatico; solo non sono mai il “noi” del fantasma metafisico). Sul piovere o non piovere, e anche sul funzionamento del motore dell’aereo su cui viaggio, posso anche essere d´accordo con Bush; sul verso dove cercare di dirigere le trasformazioni che la post-modernità rende possibili non saremo d’accordo, e nessuna constatazione dei “fatti” ci darà una risposta esauriente.

FERRARIS Se l’ideologia del postmoderno e del populismo è la confusione tra fatti e interpretazioni, non c´è dubbio che nel confronto tra un postmoderno e un populista sarà ben difficile constatare dei fatti. Ma c’è da sperare, molti segni lo lasciano presagire, che questa stagione volga al termine. Anche l’esperienza delle guerre perse, e poi di questa crisi economica, credo che possa costituire una severa lezione. E con quella che affermo apertamente essere una interpretazione, mi auguro che l’umanità abbia sempre meno bisogno di sottomettersi alle “autorità”, appunto perché è uscita dall’infanzia. Se non è in base a questa speranza, che cosa stiamo a fare qui? Se diciamo che “la cosiddetta verità è un affare di potere” perché abbiamo fatto i filosofi invece che i maghi?

VATTIMO Dici assai poco su dove cavare le norme dell’agire, essendo il modello della verità sempre quello del dato obiettivo. Non hai nessun dubbio su “chi lo dice”, sempre l’idea che magicamente i fatti si presentino da sé. La questione della auctoritas che sancisce la veritas dovresti prenderla più sul serio; forse io ho torto a parlare di compagni, ma tu credi davvero di parlare from nowhere?

(26 agosto 2011)

Micromega, Per farla finita con il postmodernoultima modifica: 2011-08-27T16:59:06+00:00da mangano1
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