Denise Celentano, Il dispettuccio

Il dispettuccio
Su quella forma relazionale così diffusa ma poco teorizzata.

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Nella  prassi sociale quotidiana, è possibile rilevare l’onnipresenza di una categoria relazionale in genere poco considerata, eppure, mi pare, così decisiva in termini di godibilità delle relazioni umane e perfino di sopravvivenza del genere umano. Il dispettuccio.
Cosa è. Il dispettuccio è definibile come quell’atto vendicativo-distruttivo operato in un contesto sociale che non lo permette. Tale divieto implicito di esistere obbliga gli impulsi misantropi a camuffarsi per conciliare la vendetta e la distruzione – pulsioni animali – col bon ton del vivere sociale. Il dispettuccio, perciò, sembra configurarsi come il prodotto dell’incontro/scontro tra animalità e civiltà; e poiché spesso le due si conciliano male nelle persone – la prima recalcitrando nella seconda senza trovare vie di sbocco accettabili – l’essere umano travolto dalle due pulsioni uguali e contrarie deve per forza trovare una via di fuga, che inimmaginabilmente spesso consiste nel dispettuccio.
Sotto questo punto di vista, il dispettuccio è una sorta di compromesso storico fra ciò che è stato represso e ciò che reprime: è il subdolo insinuarsi della bestia che c’è in noi nella tranquilla quotidianità borghese.
Esempi e sinonimi. Per chi ancora non lo avesse capito, il dispettuccio si manifesta nelle forme della cosiddetta frecciatina, o man bassa. X odia Y ma non può darlo troppo a vedere. Dunque X trascorre tutto il tempo che è più o meno costretto a trascorrere con Y con una intensa rabbia di fondo e la connessa voglia insopprimibile di esternarla. Tuttavia, X saluta Y garbatamente, e usa con lui tante manfrine, poiché condivide con Y spazi e tempi inaggirabili, e che magari hanno a che fare col proprio successo, con obblighi lavorativi, ecc, e in questo è naturalmente ricambiato da Y. Succede perciò che entrambi provano per la reciproca compagnia un fastidio ancestrale: un’indomabile voglia di sopprimersi a vicenda. Non potendo, dunque, distruggersi per vie dirette, si adoperano a sopprimersi per vie indirette, in modo da conciliare il proprio bisogno di esternazione dell’inesternabile con il galateo e gli scopi utilitaristici della malaugurata convivenza. Nell’apparenza delle buone maniere e del vicendevole afflato filantropico, i due, insomma, covano l’inconfessabile desiderio di sgozzarsi. Così, questa mole di impulsi assassini viene canalizzata nella battutina maligna, nello sguardo di fuoco, nel gesticolare frenetico rimosso, nel digrignamento occulto dei canini superiori. Si ruggisce in silenzio ma senza aggredirsi.
In nessun caso come in quello, così frequente, del dispettuccio, il verso di Catullo odi et amoha trovato una paradossale realizzazione in chiave sarcastica.
Tipi umani connessi. La malignità e la permalosità convergono funestamente nel dispettuccio. L’uomo medio deve placare le sue grandi passioni misantropiche, e poiché in questa società esse vengono continuamente fomentate ma a un tempo punite, egli è costretto a dar loro una forma bislacca, kitsch: quella del dispettuccio. Il permaloso e il maligno, dunque, sono i più solerti operatori del dispettuccio – ma non gli unici, esso infatti è trasversale a tutti i tipi umani, senza dubbio.
Il maligno e il permaloso, tuttavia, vi si esercitano con particolare zelo. Essi si differenziano per alcune qualità.
Il permaloso ha l’abitudine di interpretare tutti gli atti comunicativi come universalmente rivolti alla denigrazione della sua persona, anche quando questi non lo riguardano neanche da lontano. In questa prospettiva, egli è dotato di grandi capacità di interpretazione, la quale si concentra in modo contorto e sottile nei sottotesti, nel non detto, nell’implicito di ogni frase o atteggiamento. Ivi vi trova grandi tesori masochistici.
Ma facciamo un esempio. Y gli dice “sai che oggi stai proprio bene con questa cravatta.” X attiva il perverso meccanismo dell’interpretazione, estrapolando dal database della permalosità tutto ciò che, all’interno di quella frase, è riconducibile a un’offesa alla sua persona. Penserà “farabutto, si prende gioco di me.” E risponderà “anche tu non stai niente male con questi scarponcini scoloriti.” Y ne esce implacabilmente fomentato. La reazione varia in base al grado di permalosità di Y, egli potrà girare i tacchi risentito, potrà buttarla sul ridere, potrà a sua volta offrire all’interlocutore una man bassa degna della sua. Questo non ci è dato prevederlo. E’ certo tuttavia che X proverà grande soddisfazione per la vendetta, che in genere suole esprimere con uno strano inarcamento delle sopracciglia, spesso sollevate su occhi febbrilmente spalancati e intrisi di fuoco – lo stesso, per intenderci, che nelle fiabe siamo stati abituati ad associare agli stregoni.
Dunque nel permaloso assistiamo a un irrompere dell’interpretazione dell’universale attraverso il metro selvaggio del particolare. Tutto è una minaccia. L’atteggiamento difensivo prevale funestamente nel permaloso. Egli vive le sue giornate con spirito bellicoso e sempre all’erta. Gira metaforicamente con la pistola e il dito sul grilletto. La sua mente ripete ossessivamente non-mi-freghi.
Interessante notare come egli si percepisca più intelligente dell’intera umanità intenta a denigrarlo. Di fronte alle reazioni sgomente che suscitano le sue man basse e i suoi dispettucci, ma-sappi-che-non-intendevo-dir-questo, egli si riconferma a se stesso trionfale per aver saputo interpretare così bene quello che l’altra persona aveva così bene inteso celare per attaccarlo. Insomma, egli proietta sugli altri l’atteggiamento che ha con se stesso, attribuendo loro lo stesso schema mentale, di qui la “sopraffazione” del particolare sull’universale. Narcisismo e malignità si fondono nell’anima del permaloso, un Don Chisciotte sui generis :i mulini a vento non sono un’allucinazione contro cui combatte con le bonarie intenzioni del Cavalier Triste Figura, ma la materializzazione dell’odio che cova indistintamente per tutti. Gli altri, per il permaloso, sono un’entità indistinta, la vaga ma onnipresente materializzazione di una minaccia alla propria straordinaria dignità.
Il maligno, si diceva, tuttavia è diverso dal permaloso. Se quest’ultimo cerca, alla fine, nonostante i suoi attentati alla convivenza sociale, una sorta di approvazione altrui (spiegabile col narcisismo spinto), il maligno se ne interessa in misura minore, e l’obiettivo costante di tutte le sue azioni consiste in modo tragicamente semplice nel distruggere. E’ uguale al permaloso, non fosse che per questa ultima intenzione profonda, priva di redenzioni e senza margini di riscatto per il sociale.
Con il maligno bisogna proprio andarci con i piedi di piombo. In genere i suoi conoscenti si predispongono a una conversazione con il terrore nell’animo. Ansia, paura, non di rado tremori, ma più spesso un consistente prurito esistenziale, costringono l’interlocutore a calibrare bene ogni parola, a valutare preliminarmente tutti i possibili significati distorti che il maligno potrebbe smascherare – tuttavia sapendo che, data la sua congenita capacità di immaginazione in negativo, sarà impossibile ridurre al minimo il margine dell’interpretazione. L’interpretazione, per il maligno, è fonte di grandi soddisfazioni. E’ descrivibile come una finestra spalancata sull’universo; mentre, ordinariamente, essa è piuttosto aperta su un semplice cortile.
Ne segue una conversazione rigida, incerta, tesa e caratterizzata da enunciati scarnificati e lunghi silenzi – anch’essi estremamente pericolosi. L’interlocutore suda freddo e non vede l’ora di svignarsela. Il che sarà ovviamente percepito dal maligno. Che così, convinto della cattiveria altrui, l’ha spontaneamente generata.
L’ideologia sottesa a questi atteggiamenti così “umani, troppo umani” e, aggiungerei, disperatamente, consiste nel soddisfare quel richiamo primordiale all’affermazione di se stessi, e nel credere di poterlo fare a scapito di quella altrui. C’è un principio intrinsecamente escludente in questo: o io o tu, non ci sono vie di mezzo, e la mia affermazione passa inevitabilmente e auspicabilmente per la tua distruzione bruta. Insomma ci si odia ma non si può dar troppo a vederlo. Ecco che la convivenza sociale è salvata (come ebbe a dire Leopardi nel Discorso sopra i costumi degli italiani), in ultimo, dal solo bon ton, movente implacabile del dispettuccio. Questa falsità istituzionalizzata, cioè, evita l’estinzione del genere umano. (E’ probabile che, leggendoci, qualche darwiniano con rinnovato entusiasmo si affretti a includere nella lista dei comportamenti vincenti nella lotta per la sopravvivenza anche questo nostro dispettuccio).
Ricapitolando, e alla luce di questi nuovi elementi, possiamo concludere che il dispettuccio è un fungo nato dalla fessura, umida, del contrasto tra bestia e bon ton. Emerge dunque che il dispettuccio è il grande flagello ma anche la grande salvezza del XXI secolo. Le gabbie della civiltà riuscendo sempre più repressive, e gli uomini e le donne non potendo liberarsene senza a loro volta fare la fine dei reietti o dei fous, la società ne esce pervasivamente contaminata, e ogni giorno celebra una guerra priva di ufficialità ma proprio in virtù di questo più sconcertante. Non c’è “volemose bene” che tenga, e tutti, ogni giorno, si adoperano a distruggere gli altri nel tentativo disperato di riesumare un qualche surrogato di stima in se stessi.
                                                                         Denise Celentano

Denise Celentano, Il dispettuccioultima modifica: 2011-08-27T16:56:20+00:00da mangano1
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