Patrizia Gioia,IL CANE DI CITATI E IL MITO FINITO DELLA DEMOCRAZIA

IL CANE DI CITATI E  IL MITO FINITO DELLA DEMOCRAZIA.              di patrizia gioia

 

 

31744_125298217507781_100000828111347_117996_3304800_s.jpgCaro Signor Pietro Citati
                          questa mattina leggendo il suo articolo sul Corriere ho provato malinconia.
Lei sa quanto mi piace come scrive e anche le cose che dice, ma questa volta proprio non sono in accordo con lei e vorrei dirle il perché, naturalmente con tutto l’affetto che ho per lei.
 
Lei parla del suo amato cane, chiamandolo giustamente per nome, e di quel cane dice le meraviglie e anche le piccole marachelle, di quel cane lei racconta lo stupore dell’ arrivo, l’ascolto dei suoi primi passi nella casa e nel giardino, di quel cane evoca il canto, l’odore del pelo, il colore degli occhi. Insomma di quel cane lei parla con amore, che è inseparabile dalla conoscenza.
 
Poi parla “dei gatti”, in generale, e dei gatti dice della loro noia, parla di loro “giudicando” i loro stati d’animo quando, fermi e immobili guardano “altrove”, stigmatizzandoli ed ipotizzandoli in stato di noia, che però lei separa da un altro loro stato, che lei chiama “contemplazione”, come se, stanchi di annoiarsi decidessero di mettersi nell’attitudine contemplativa.
E’ questo che non condivido, per il semplice fatto che i gatti ( ma non solo loro) ci dicono, senza parola vana alcuna, quel che noi non vogliamo comprendere, perché noi continuiamo – appunto- a separare, a quantificare, a etichettare, a giudicare.
Mentre nella contemplazione è insita l’azione, proprio come nell’amore è insita la conoscenza.
E lei, gentile Pietro, giudicando i gatti, invece di raccontarli con lo stesso amore con cui parla dell’amato cane, ci mette di fronte a quel che quotidianamente ognuno di noi fa con ogni cosa e ogni fatto della nostra vita.
Ci separiamo, ci isoliamo, giudichiamo, invece di entrare nella fecondità della relazione, perché l’amore può nascere solo nell’accoglienza e nella conoscenza di chi si ama ( proprio come a lei è accaduto col suo cane) , nella curiosità di sapere ogni cosa dell’Altro, perché grazie all’altro conosciamo noi stessi più in profondità, attingendo a quel “centro” che ci fa sentire l’inseparabilità tra noi e ogni altro, quel centro vivo che ci permette di armonizzare l’immanenza e la trascendenza e che ci fa esseri umani in relazione col divino e col cosmo, esperienza possibile per ogni essere umano.
E’ il rito della Comunione che ogni volta mi riempe di stupore e di commozione, è a questo banchetto umano divino cosmico che dobbiamo trovare il coraggio e la gioia di riavvicinarci, in ascolto del vento dello Spirito.
 
E’ questo modo di generalizzare, che anche lei ha “usato” che non condivido, che quotidianamente tento di non mettere in pratica, perché questo è quello che fa la differenza significativa tra la polis e lamegalopolis.
Io aspiro a conoscere con chi parlo, aspiro a guardarlo negli occhi e incontrarlo con simpatia, aspiro ad arrivare disarmata in ogni incontro, aspiro ad ascoltare quel che l’altro mi porta come verità, che non è la mia, ma che la feconda e la relativizza, io aspiro ad imparare ad amare.
Ed è di questo che dovremmo dire, di cui dovremmo interrogarci sui nostri giornali e nelle nostre inchieste televisive, è di questo che dovremmo fare interrogazioni parlamentari e regionali e comunali, è del mito della democrazia finito che dovremmo parlare per rifondare nuovi noi stessi e il mondo, su un nuovo mito necessario a tutti noi, un mito che sia un nuovo e fertile fondo che possa sostenere ogni essere e ogni cultura, un mito in cui tornare a credere e a vivere .
 
Raimon Panikkar suggerisce come nuovo mito : la pace, che, paradossalmente non è mai raggiungibile, ma vivibile in un cammino pacificato.
“La cultura della pace è la cultura della diversità, che in termini filosofici potremmo definire del pluralismo. Questa cultura non si fonda sul potere ma sull’autorità. Potere è ciò che si ottiene grazie al fatto di disporre più denaro, di maggiori conoscenze scientifiche moderne ( sinonimo di controllo) o perché si è più forti. L’autorità proviene invece dagli altri o, come si dice in un regime democratico, viene conferita. Io riconosco la tua autorità perché, come vuole la saggezza della parola stessa, tu mi fai crescere ( ab augendo) . La cultura della pace si fonda sull’autorità, non sul potere. I suoi mezzi non possono essere , pertanto, né il denaro, né le conoscenze specialistiche, né il potere, ma l’autorità. Quest’ultima, a differenza del potere che può essere proprietà privata e quindi un fatto individuale, è invece relazionale, ovvero personale. Presuppone un noialtri costitutivo dell’essere umano. Il cambiamento radicale presuppone dunque una mutazione antropologica. La cultura della pace presuppone la cultura dello spirito e, in un modo speciale, la cultura della parola. Raimon Liull ci dice che la natura ha fornito a tutti gli esseri mezzi di difesa e di attacco. Alcuni hanno la pelle dura come una corazza, altri una potente dentatura, altri artigli per difendersi e sopravvivere, in accordo con le leggi della natura. L’uomo scade allora al rango delle bestie quando imbraccia le armi,che sostituiscono le sue unghie e i suoi denti, che sono deboli.
Qual è dunque il mezzo, lo strumento che la natura ha fornito all’uomo per difendere i suoi diritti?
Secondo Liull è la lingua con la quale egli parla. E’ la retorica degli antichi, l’arte del saper parlare, di presentare le cose in questo dialogo dialogico in cui la dinamica della parola si sviluppa fino a riscuotere il consenso. Potremmo chiamarla logocrazia: la cultura della parola, quella parola che spezza il silenzio, che crea mentre viene proferita, che non si limita a ripetere ciò che è stato detto a scuola, alla televisione o che è scritto nei dizionari. Tutte le lingue vive sono dialetti usciti dalle parole scambiate tra genitori e figli e fra amici. “
 
“Dobbiamo individuare un sistema politico di gestione della polis – scrive ancora Panikkar –
che prenda in considerazione le differenze e non cerchi di ridurre tutto a un’eguaglianza astratta
di fronte alla legge, che pure è necessaria.
Demos, vuol dire popolo di un territorio, non già massa. E in un popolo, ciascuno ha un nome proprio, e non è numero. Se il voto è essenziale per la democrazia questo, come vuole l’etimologia del termine ( dal latino vovere, promettere) deve essere detto ( a qualcuno che lo ascolti) e non contato. In tedesco si usa il termine abstimmenn, discernere i voti, da Stimme, che significa voce
( e voto). Il cancro quantitativo crea il complesso di inferiorità che si impadronisce dell’individuo nella massa e lo fa diventare un numero insignificante in un insieme che lo soverchia completamente. Si perde la coscienza di essere unici e quindi incomparabili. Paradossalmente l’individualismo porta diritto alla perdita della personalità. In questo senso l’assenteismo politico dei popoli e la sostituzione del pathos politico con la concentrazione sul lavoro sono sorprendenti. “Guadagnarsi la vita”, in altre culture diverse dalla nostra, significa meritarsela appieno, mentre nella cultura occidentale moderna vuol dire semplicemente lavorare per fare soldi che diventano indispensabili per vivere. ..la cosa pubblica appartiene a tutti e la preoccupazione e l’amministrazione del bene comune devono essere anch’esse qualcosa di condiviso da tutti.
Ma ciò è impossibile in una situazione che non sia a misura d’uomo. I principi di una democrazia classica, insomma, non valgono per una democrazia moderna…..si può benissimo comprendere la nobile intenzione di una “democrazia mondiale”, così come quella di “un’etica globale”, dal momento che si cerca di mettere un po’ d’ordine in questa globalizzazione, ma non abbiamo ancora superato la sindrome dell’universalizzazione. I confini della democrazia non possono estendersi oltre quelli della cultura che l’ha generata. E le culture non sono semplice folklore….la grande sfida attuale consiste nel trasformare questi sistemi monolitici e nel passare dalla melodia alla sinfonia, dal monoteismo alla trinità, dal monismo al non-dualismo. “
 
Tanto da dire caro Pietro e tanto ne rimane sempre ancora e nel ringraziarla per l’opportunità di questa riflessione, me lo lasci dire è vero che “ogni scaraffone è bello a mamma sua”, ma il suo cane, il mio gatto, sono bellissimi per noi, per quello che “insieme” suscitiamo e stupiamo, per la mancanza e la presenza che fa di ogni nostro momento insieme un momento unico e irripetibile, perché quel che conta nella vita è vivere nell’Amore, aiutando ogni cosa a trovare il suo posto, solo così ci muoveremo, tutti insieme e insieme ..al sol e le altre stelle.  
 
Patrizia Gioia 
www.spaziostudio.net

Patrizia Gioia,IL CANE DI CITATI E IL MITO FINITO DELLA DEMOCRAZIAultima modifica: 2011-07-31T16:36:37+00:00da mangano1
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