Vladimir d’Amora,scena di nulla

Unknown.jpegscena di nulla
pubblicata da Vladimir D’Amora il giorno mercoledì 8 giugno 2011  su facebook

La solitudine, è comica e tragica, ad un tempo. Perfetta la voce che ponga il ritorno, dalla scissione alla ricomposizione, è voce che corre, e ammalia e strega, liberando. L’ulteriorità è stravolta, secondo uso retto della ragione però. Il comico è uno stoico, sempre. E c’è del rischio, perché si rincorre, e si resta attecchiti: quando l’altro è improbabile, lo si identifica, senza resto. Poi la scena, scissa, ma solo per ricostituirsi come rescissione: come se le maschere si calino e finalmente si abbandonino, alla vista, senza nascondimenti. Il comico imbastisce la duplicità intera della relazione distrutta, della relazione ricompattata: essere e linguaggio: solo se che il comico non può indefinitamente applicarvisi: restano congelati pensiero e mondo: nella loro fine, nel loro volersi, più o meno muti, a vicenda.
Il tragico esibisce ogni scissione, sa pudore solo se gli si riconosce potenza. Potenza di non riuscire a possedersi, non sa gestirsi, e proprio sulla scena, in casa propria. Un urlo, e rimbomba non più di un isola: sulla piazza si ascolta, nell’evidenza del risaputo si torna a se stessi, lo si ammette, e patisce. Lo zero, non impunemente lo si riconosce, ma pure non dà fondamento, ogni sicurezza è rimessa agli estremi: il mondo punisce e salva, il pensiero si fiuta, si scava, pende nel letto suo. I nomi sono divinità inalterabili, dispettose. All’inizio il tragico misura l’incoerenza altrui, l’incapacità altrui, l’altro non ha saputo agire né parlare: il tragico fissa un ribaltamento, fissa un presupposto. Poi la peste devasta, infiammata dalla ragione, la peste di una parte malata, che perirà: la peste degli altri, che stanno perendo. Il tragico ospita, sa giocare intorno al vuoto, lo mette a disposizione della lamentazione più pervicace, come un monologo insano, richiesto, sfondato: come se le parole avessero l’ardire di risonare, e nella voce non si cogliesse l’elementare, ma lo si perdesse, una volta scorto quasi notturna face, muto fuoco, faccia arrossata mortificata dallo stesso, da se stessa.
Il comico e il tragico: si abbandonano, nella loro compiutezza, nella loro screziata prassi: sulla scena interna, al posto del sangue caldo dei fratelli uccisi dai padri, i figli scannati dai figli, e le donne che persuadono di un altrove, impossibile, confidenza tenace colla potenza, sincera ammissione della fine. Il comico e il tragico non sanno tornare.
Lasciano però in dote, e il nulla. Mancamenti, irruzioni: il nulla è opera assoluta. Un demone, e voce senza reggenza, e favola inapplicata inavvertita. L’ammissione di uno scarto, di una posizione inopportuna, scalza e così marcata: scordata insomma l’operazione del nulla. Purezza, non già semplicità, non più. Rapporto puro, concepito dalla mancanza ricolma di sagacia, dall’espediente ammorbidito, stordito. Il nulla è un demone che tende al vuoto, vuota tensione d’idea vuota.
La nostalgia comica, la sua impossibilità utopica, la perfezione del sua riparo sazio: il nulla di cui c’è come bisogno, immediata inconsistente posizione che gira, denudamento, aizzando.
Il tragico è supposizione, mediatezza incondizionata, se condizione delira: senza contezza, al più un enigma di faccia nera, faccia bianca, senza dare conto. Tragicamente il nulla abbandonato, esibito, nella sua nulla potenza si spegne. Regna.
Dal comico, dal tragico, compito è incaricarsi di un nulla – ancora nulla di forma, deformazione, informazione, col nulla conformato l’altro. C’è resistenza, il comico nel tragico, il tragico comicamente. E sarà un nulla il tragico, nell’irruzione del nulla; com’è stata nulla la recrudescenza del comico, la nullità dell’impedimento, la nullità della ripresa del comico. La denuncia più spacciata, la conservazione meno alterabile: la scena comunque esige una operazione di nulla, una nullificazione, un annullamento: togliere anzi. Tale, nulla evidenza: l’arcano del nulla è quanto la filosofia si incarica di mettere in un movimento a tratti disturbante. Irrilevante il più. Mentre il nulla infuria, e s’appartano contenuti, si affievoliscono forme, il filosofo è muto, ascolta, e conduce un nulla di forma, non contiene nulla: si lascia, potente, gli si  congela persino l’amore, del nulla pazzo. Il nulla gli si vomita bisognoso, carnale, ammicca, eccita, e nulla dal filosofo. Il filosofo è nulla, ama un nulla, è nulla che ama.
Alla fine non è stato nulla. Il nulla ritorna, al nulla ritorna. Scalzo, per nulla pazzo, si alza, col nulla nel cuore, impotente di nulla.
Alla fine, poco dopo l’aurora, il filosofo è il nulla stesso. Tremante, doppiamento, inalterabile la sua superficialità, ha una memoria.

Vladimir d’Amora,scena di nullaultima modifica: 2011-06-10T18:42:41+00:00da mangano1
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