Benedetto Vecchi – L’inganno dell’opinione pubblica

Benedetto Vecchi – L’inganno dell’opinione pubblica

 

 

valentino marra  SOLARTE . jpg.jpgMai come negli ultimi anni le teorie di Jürgen Habermas sull’opinione pubblica hanno conosciuto un successo tra gli studiosi che hanno messo al centro della loro riflessione il potere performativo delle tecnologie della comunicazione nella formazione dell’opinione pubblica e nella decisione politica. Un testo che si colloca proprio sul crinale della riflessione habermasiana è sicuramente Politica 2.0 di Antonio Tursi (Mimesis, pp. 199, euro 16). Tursi, giovane ricercatore he ha curato recentemente, assieme a Antonio Caronia, la collettanea sulle Filosofie di Avatar, non nasconde il fatto che il debito verso il filosofo tedesco comporta dei rischi di aporia, perché la rete è un medium molto diverso da quelli che Habermas poneva come gli strumenti della sua opinione pubblica.

La radio, la tv, i giornali prevedono infatti sempre una fonte di informazione e un pubblico che la rielabora per acquisire un giudizio informato sul comportamento del sovrano di turno. Negli anni Sessanta oltre a questi strumenti Habermas ne aveva aggiunti altri: i partiti, i sindacati, le organizzazione degli imprenditori che fornivano, tutti, materiali su cui poteva formarsi un’opinione pubblica. Ma in ogni caso, lo schema non veniva modificato un granché. Le informazioni avevano produttori «istituzionali» la cui credibilità poteva essere messa sì in discussione, ma mai delegittimata completamente. Con la Rete le informazioni sono prodotte e diffuse da soggetti non istituzionali e si diffondono indipendentemente dall’esistenza di media «certificati». È quindi ovvio che l’opinione pubblica ha un modo di produzione molto diverso. Di questo ne è consapevole l’autore, che rimane tuttavia prigioniero del limite maggiore della riflessione di Habermas.

Il filosofo tedesco, infatti, ha come centro della sua riflessione la figura dell’individuo disincarnato delle relazioni sociali in cui è inserito. Il passaggio all’opinione pubblica, nella griglia analitica di Habermas, avviene sempre all’interno di una comunicazione a «bassa intensità» dove l’individuo non può che rimanere tale. Da qui la difficoltà per il filosofo tedesco di fare i conti fino in fondo con la tecniche di manipolazione messe in campo dai media. laddove si manifestano è la ricorsività della comunicazione pubblica che rende il singolo immune e resistente al potere performativo di tv, radio, giornali. Questo schema applicato alla rete conduce in un vicolo cieco.

In primo luogo, ma di questo è convinto anche l’autore di questo saggio, viene meno il carattere elitario che il concetto di opinione pubblica ha sempre avuto. La persona informata dei fatti è un artificio retorico che copre come la produzione di informazione si inserisce sempre in una rapporto di potere asimmetrico nella società. Chi detiene i mezzi di produzione è interessato a trarre profitti dalla sua attività. E quindi organizza il processo produttivo di informazione affinché il valore di scambio dell’informazione abbia la meglio sul suo valore d’uso. Su Internet la proprietà sui mezzi di produzione dell’informazione ha però uno statuto incerto. E l’informazione viene prodotta e diffusa tanto da media che da singoli. Salta cioè un elemento indispensabile alla formazione dell’opinione pubblica:: una fonte certa dell’informazione. Da qui la centralità, per l’autore, della «rimediazione», cioè quella particolarissima operazione attraverso il quale gli internauti colmano il vuoto derivante dall’incapacità dei media di selezionare e presentare informazioni «rilevanti» nella formazione dell’opinione pubblica. Ma anche in questo caso, siamo sempre in presenza di un individuo disincarnato dei rapporti sociali in cui è immerso. Neppure l’esistenza di social network – il titolo Politica 2.0 fa il verso alla formula web 2.0 – induce al dubbio rispetto all’assunto liberale sull’opinione pubblica.

La rappresentazione che emerge dal volume rimane cioè sempre incardinata sulla possibilità che l’accesso alle informazioni consenta di produrre, per chi sa quale misterioso meccanismo, un individuo che può scegliere con cognizione di causa la posizione giusta, il punto di vista adeguato, quasi che l’opinione pubblica abbia più a che fare con la pubblicità che non col giudizio e e l’analisi sulla gestione della res publica. Significativo è, a questo punto, il tema del flusso, che Antonio Tursi introduce.

Il flusso è una generazione, consumo e arricchimento dell’informazione acquisita. Ha logiche attinenti al funzionamento della Rete. Ma è proprio sul governo del flusso che si inserisce il «nuovo» modo di produzione dell’opinione pubblica.. Gli intermediari, cioè le imprese che fanno business su Internet non pretendono di incanalare il flusso, bensì di organizzarlo. La produzione dell’opinione pubblica è cioè il modo per fare profitti in Rete.

Questo non significa che i nodi problematici posti dell’autore del saggio non abbiano un valore euristico. La privacy, così come i meccanismi di «captazione» capitalistica sono sì posti come nodi problematici,, ma come se fossero un rischio a venire e non la concreta realtà della produzione dell’opinione pubblica. La politica 2.0, se mai questa espressione riuscisse a far dimenticare l’afflato glamour che pretende di avere, deve prendere congedo proprio dal concetto di opinione pubblica. Meglio sostituire al vecchio sogno liberale di chi controlla, ma mai sovverte l’operato del sovrano, l’ambizioso progetto di «fare movimento», cioè quella scommessa politica di organizzare la critica dell’economia politica dell’opinione pubblica.

Articolo apparso su ilmanifesto del 24 maggio 2011

Benedetto Vecchi – L’inganno dell’opinione pubblicaultima modifica: 2011-05-29T16:13:15+00:00da mangano1
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