Pierfranco Pellizzetti,Net economy, i guru pentiti rileggono McLuhan

Oltre l’incantesimo delle utopie 2.0

formenti.jpeg
Net economy, i guru pentiti rileggono McLuhan
di Pierfranco Pellizzetti

Il vero Disegno Intelligente, in questo tribolato passaggio di millennio, non è il cosiddetto “creazionismo evolutivo”, con cui il controriformismo teologico cristiano si affanna da tempo per sterilizzare il principio di casualità/necessità promosso dal paradigma darwiniano; e che prescinde dal ruolo di un supremo Creatore nel fornire spiegazioni plausibili all’origine della vita. Con l’effetto non secondario di privare le corporazioni religiose del privilegio fideistico che gioca da millenni a proprio vantaggio, derivante dal monopolio dell’intermediazione tra l’umano e il divino (il lucroso business della consolazione dal dolore).

Niente di tutto questo. La suprema perversità retrograda del tempo si evidenzia nella strategia (senza dubbio progettata abilmente, largamente finanziata, perseguita con ferma determinazione attraverso un’azione propagandistica dagli effetti ipnotici; e per questo andata a buon fine) di azzerare l’idea stessa di conflitto quale motore del cambiamento politico e sociale. Dunque, il Disegno intelligente e perverso con cui si è riusciti a vaporizzare l’unico antagonista effettivo delle oligarchie moderne, fondate sul privilegio plutocratico: le masse in lotta per i propri diritti e la democrazia di tutti.

Operazione che si è compiuta mediante lo spostamento di centralità politica e culturale dalla produzione, che avviene collettivamente, al consumo, che si pratica individualmente; il cui effetto coincide con l’esaurimento dei cicli di lotte operaie e studentesche che chiusero la fase di capitalismo amministrato e welfariano del dopoguerra. A fronte di una contestuale opacizzazione del comando capitalistico, che rendeva sempre più difficile individuare e personalizzare a bersaglio le nuove forme di sfruttamento e di dominio.

La principale “magia” comunicativa utilizzata per la creazione dell’incantesimo in cui siamo sprofondati è la promozione dell’utopia di un capitalismo digitalizzato che avrebbe diffuso benessere e libertà ai quattro lati del pianeta e in tutte le pieghe della società. In realtà, una forma particolarmente subdola – perché occulta – di sottrazione della marxiana “pura gelatina di lavoro”, in cui gli sfruttati dovrebbero essere (e sovente si illudono di essere) pure felici.

Al tema dedica un recentissimo saggio Carlo Formenti, docente di Teoria e tecnica dei nuovi media presso l’Università del Salento (Felici e sfruttati – Capitalismo digitale ed eclissi del lavoro, EGEA, Milano 2011). Un pamphlet – come dichiara lo stesso autore – intriso di pessimismo. A buon diritto, visto che l’immenso apparato mimetico a scopo manipolatorio (l’imposizione del “pensiero pensabile”, direbbe Noam Chomsky) svolge una funzione gravemente narcotizzante della percezione collettiva; riportando a nuova vita lo spettro di Menenio Agrippa, quale eroe eponimo della truffa argomentativa del “siamo tutti sulla stessa barca”. Truffa che dovrebbe essere smascherata dal dato concretissimo degli enormi trasferimenti di ricchezza avvenuti in questi ultimi decenni verso la punta più elevata della piramide sociale: l’1% dei plutocrati che operano all’ombra di una ideologia che mixa ambientalismo e feticismo tecnoscientifico.

Ma dietro le fumisterie up to date, quello che sta avvenendo risulta nient’altro che un ritorno al passato; alle origini del trionfo capitalistico, che in Inghilterra poneva le proprie fondamenta attraverso politiche di espropriazione (le recinzioni dei terreni collettivi per la secentesca rivoluzione agricola). Oggi impadronendosi dei prodotti informazionali attraverso il controllo dei canali di accesso. Appunto, un ritorno al passato, visto che l’ordine capitalistico, conclusa la fase produttivistica dell’industrialismo, rivela ancora una volta la propria più intima natura: il presidio dei varchi attraverso i quali transitano beni materiali come opportunità immateriali grazie alle quali la ricchezza si riproduce (Capitalismo dei gatekeepers).

Se mai come ora – soprattutto per gli “sfruttati felici” – vale la categoria gramsciana di “egemonia” (dominio più consenso), in questo pensiero mainstream che mette fuori discussione mercato e proprietà privata rinnegando regolazione e lotte di classe, rimane drammaticamente attuale il problema del come rompere il cerchio stregato e smascherare la finzione. Ma come la soggettività democratica conculcata può trovare un soggetto che le consenta – per dirla come un antico esploratore del cambiamento – di acquisire coscienza “in sé” e “per sé”? La risposta di Formenti è desolante: «dov’è il soggetto sociale di questi progetti, riformisti o rivoluzionari che siano? Gli individui in rete? Le moltitudini? Scempiaggini: dietro queste categorie prive di consistenza, astrazioni senza carne né sangue, si nasconde l’incapacità di passare dall’analisi dei meccanismi della nuova economia all’analisi della composizione di classe – tecnica ma soprattutto politica – della società tardocapitalistica».

L’autore di queste note condivide tale valutazione, ma con una nuance lievemente diversa: il pessimismo formentiano sembra somigliare alle frustrazioni dei teorizzatori di “crolli” che non si sono mai verificati. La “vecchia talpa” deve ancora scavare a lungo. Per questo è forse eccessiva la stroncatura totale della manuelcastellsiana idea dell’autocomunicazione orizzontale di massa come creazione di una nuova piazza in cui si ricostruiscono relazioni interpersonali (Castells la chiama rendezvousing) e corrono messaggi che possono indurre anche approcci critici e forme di controinformazione (anche nelle modalità di citizen/civic journalism). Per cui, invece di abbandonarci ai pessimismi, sarebbe meglio che l’intelligenza critica – di cui Formenti è un prezioso appartenente – incominciasse a riflettere collettivamente sul tema di come orientare politicamente e organizzativamente le energie sociali che comunque le nuove tecnologie indossabili e/o easy della comunicazione continuano a sprigionare.

Pierfranco Pellizzetti,Net economy, i guru pentiti rileggono McLuhanultima modifica: 2011-05-27T14:26:02+00:00da mangano1
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento