Sergio Cardella, Le più intense canzoni di protesta

Le più intense canzoni di protesta

Unknown-1.jpegLe canzoni “politiche”, quelle che hanno sospinto interi cortei o anche solo fatto pensare per il loro potente significato. Quale la più incisiva?

a cura di Sergio Cardella

Negli anni ’60, mentre l’Italia era attraversata da vari fermenti sociali ed economici, la canzone sembrava ristagnare nelle melodie innocue del binomio cuore-amore. Passioni struggenti e non corrisposte o amori passionali ma sempre pudici. Il primo movimento musicale di rottura di quel periodo fu il cosiddetto “beat”, che suonò diverso e dirompente alle orecchie anestetizzate degli Italiani. Si cercò di proporre temi diversi da quelli tradizionali, con canzoni di (moderato o velato) dissenso ai costumi e alle ideologie dell’epoca. Nonostante i toni apparentemente frivoli, questo nuovo movimento dovette lottare (anche) contro il controllo allora imperante sulla cultura e sulla radio-diffusione.

Mentre infuriava la protesta nelle università francesi e poi in quelle nostrane e mentre l’America già si crucciava da un paio d’anni per la tragica guerra in Vietnam, giunse il momento per molti cantautori di fare meno velate le proprie proteste e di manifestare con rinnovata forza i propri ideali. Dalla “Proposta” de I giganti di “mettere fiori nei vostri cannoni” si passò in breve alla prorompente Contessa di Paolo Pietrangeli, che con il suo testo in dodecasillabo fece marciare e cantare in coro tutti (o quasi) i cortei del ’68 italiano. Il cantautore-regista romano fiutò “nel vento che fischiava più forte” i germi di una rivoluzione culturale e politica e d’anticipo su tutti scrisse un inno di protesta che alimentò le speranza di cambiamento dei giovani del tempo. Insieme a lui non si può dimenticare la sempre attiva Giovanna Marini, che con il folto gruppo de “Il canzoniere Italiano” condusse studi di etnomusicologia e cantò la vibrante rabbia degli operai delle fabbriche ma anche delle mondine nelle risaie del nord.

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Mentre oltreoceano a farla da padrone era la psichedelia e il flower power, alcuni cantautori cominciavano a discostarsi dal genere, per scrivere pagine indelebili della musica di protesta. Ad esempio Bob Dylan con Blowin’ in the wind fu quasi capostipite di un rinnovato senso critico americano. Provarono a seguirlo più tardi i Rolling Stones e Jim Morrison, ma con risultati forse meno incisivi e sinceri. Nel frattempo in Italia Dio moriva per voce di Francesco Guccini e i Nomadi ed Enzo Jannacci irrideva il potere con i suoi testi-sberleffi.

Dopo il triste ripiegamento degli ideali di lotta e protesta e dopo il cosiddetto “riflusso” post ’68, arrivarono gli anni ’70 e nuovi temi e spunti per i cantautori “impegnati”. Mentre l’eterno Fabrizio De Andrè stilettava senza remore ogni piaga della società, nel Folk studio di Roma nasceva il talento di Fabrizio De Gregori, Antonello Venditti, Rino Gaetano e molti altri che raccontarono le vicende politiche di quegli anni con toni meno corali e forse più ironici rispetto al

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passato ma ugualmente incisivi.

Il cosiddetto “disimpegno” di quegli anni non scoraggiò di certo nè in Italia nè all’estero i migliori compositori e anche se i temi cominciavano a non essere solo quelli della guerra e della paventata rivoluzione, la forza propulsiva della “protesta” non accennava a diminuire. Il punk dei Sex pistols e dei Clash, la raffinatezza di Peter Gabriel, la geniale stravaganza di Frank Zappa e le “picconate” dei Pink Floyd sono solo gli apici di vari stili e di un unico intento: manifestare pensieri diversi rispetto alla musica mainstream, che era presto tornata a tematiche amene.

Dagli anni ’80 ad oggi è forse cambiato poco. La canzone di protesta ha ripreso gli stilemi di quella precedente, apportando pochi rinnovamenti strutturali e di contenuto. In Italia sono emerse realtà atipiche e stranianti come i CCCP di Lindo Ferretti, o voci più calde e non meno taglienti come quella di Demetrio Stratos degli Area o del maestro Franco Battiato. In America cominciavano a farla da padrone le ballate di Bruce Springsteen, mentre il Sudamerica era

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condotto in un lento cammino di libertà dalle litanie delicate e al contempo dilanianti degli esuli Inti Illimani.

I giorni nostri sono un miscuglio di radici e novità, con i “rigurgiti” mai sopiti dei 99 Posse, con la “scuola romana” che rinasce con Daniele Silvestri e lo ska-rock nato nelle fabbriche della Banda Bassotti. In America crossover e new metal si fanno promotori della rabbia giovanile e tramite i versi sincopati dei Rage against the machine e più recentemente dei System of a down, riescono a sfondare il muro del pop targato Mtv, ritagliandosi spazi importanti anche nella cultura musicale più commerciale.

Quali altri autori hanno scritto pagine indelebili della musica di protesta politica?

Sergio Cardella, Le più intense canzoni di protestaultima modifica: 2011-04-25T15:54:00+00:00da mangano1
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