HLEY BATES Asma al Ghoul. Ribelle a Gaza

da notizie radicali

Unknown.jpegHLEY BATES
Asma al Ghoul. Ribelle a Gaza

27-01-2011
Indossa blue jeans, legge libri censurati, scrive su blog articoli critici contro Hamas. E’ stata più volte minacciata dagli estremisti e non crede nei colloqui di pace. Ma continua a rifiutare la violenza e a sostenere i valori laici. Così Ashley Bates “racconta” sulla rivista americana “Mother Jones” Asma al Ghoul, un personaggio decisamente interessante.

La femminista palestinese Asma al Ghoul arriva al nostro incontro in un caffè di Gaza indossando jeans e maglietta. Il contrasto con il velo e gli abiti a sacco indossati da quasi tutte le altre donne che si trovano nel locale è evidente. Non è solo l’abbigliamento a distinguere questa donna laica di 28 anni. Tempo fa ha criticato pubblicamente uno zio, un leader militare di Hamas, che ha minacciato di ucciderla. Inoltre Asma continua a pubblicare articoli coraggiosi, a leggere libri censurati e a sfidare le politiche discriminatorie contro le donne. “Per Gaza è importante che tutti i laici e i progressisti restino qui”, risponde quando le chiedo perché non ha deciso di trasferirsi all’estero.

Da circa tre anni Israele impone un embargo devastante sulla Striscia di Gaza per isolare Hamas, il gruppo militante islamico che nel 2006 ha vinto le elezioni legislative e che nel 2007 ha assunto il controllo del territorio dopo il conflitto con Al Fatah. Da allora Hamas ha imposto leggi più restrittive, compreso il divieto per le donne di usare abiti maschili o di fumare il narghilé in pubblico. I presidi nelle scuole statali hanno anche fatto pressioni sulle ragazze cristiane perché indossassero il velo islamico. Eppure Asma è rimasta fedele al laicismo e di recente ha ricevuto un premio di Human Rights Watch per “l’impegno e il coraggio a favore della libertà d’espressione e nonostante la persecuzione politica”. Ma riuscirà a contribuire alla costruzione civile che sogna? Prima di nove figli di una famiglia “laica ma non borghese”, Asma ha tra i ricordi della sua infanzia il rumore degli stivali dei soldati israeliani che una notte fecero irruzione nella sua casa. Rafah, la sua città d’origine vicino al confine con l’Egitto, è una delle comunità più conservatrici e povere di Gaza, ed è un frequente bersaglio delle incursioni e dei bombardamenti israeliani.

Dopo aver frequentato l’università a Gaza, Asma ha lavorato come giornalista per il quotidiano arabo locale “Al Ayyam”. Nei duri post sul suo blog (asmagaza.wordpress.com), su Twitter e negli articoli ha spesso raccontato “la corruzione di Fatah e il terrorismo di Hamas”. Alla fine del 2003 ha sposato un poeta egiziano, un “matrimonio d’amore” che sfidava la tradizione del matrimonio combinato, molto diffusa a Gaza. La coppia si è trasferita ad Abu Dhabi e ha avuto un figlio di nome Nasser. Ma un anno e mezzo dopo è arrivato il divorzio. Asma e suo figlio si sono trasferiti dalla famiglia di lei a Gaza City, dove la donna ha continuato a lavorare come giornalista.

Tra lo sconcerto di parenti e amici, nel 2006 Asma ha deciso di abbandonare definitivamente il velo islamico. “Non volevo sentirmi sdoppiata: una donna laica e islamica allo stesso tempo”, dice. Per fortuna i suoi familiari più stretti – compreso il padre, che insegna ingegneria all’università islamica di Gaza – hanno sostenuto la sua scelta. “Puoi essere libera”, spiega Asma, “solo se tuo padre o tuo marito sono laici”.

Nel 2007, durante la guerra tra Hamas e Al Fatah, ha frequentato un corso di giornalismo in Corea del Sud. In quel periodo ha pubblicato un articolo in arabo intitolato “Caro zio, è questa la patria che vogliamo?”, in cui criticava il fratello di suo padre, un leader militare di Hamas, per essersi rivoltato contro la sua gente e aver usato la casa di famiglia per interrogare e picchiare gli attivisti di Al Fatah. Per tutta risposta, lo zio ha minacciato di ucciderla. Un anno dopo Asma ha parlato del suo trauma causato dalla guerra scoppiata alla fine del 2008 tra Israele e militanti di Hamas, in cui sono morti tredici israeliani e circa 1400 palestinesi di Gaza. Spesso restava a dormire in ufficio per paura di morire sulla via di casa, ad appena cinque minuti da lì.

“Avevo la sensazione che gli aerei militari israeliani fossero ciechi”, ricorda. “Attaccavano tutto e tutti. Ho visto bambini morti. Come donna e come essere umano non credo nella vendetta, perché porta altro sangue, ma le persone mi dicevano: vedi? E’ questa la tua pace? Pur avendo amici ebrei attivisti a Gaza, Asma non è mai entrata in Israele. Nel 2003 e nel 2006 il governo di Tel Aviv le ha negato il permesso di attraversare il territorio israeliano per raggiungere la Cisgiordania, dove avrebbe dovuto ricevere dei premi.

Di recente ha attirato l’attenzione dei mezzi di informazione per due incidenti con la polizia di Hamas. Nell’estate del 2009 camminava su una spiaggia pubblica di Gaza con altre persone per andare a trovare un ex collega e la sua famiglia. La polizia li ha interrogati, e gli uomini sono stati costretti a firmare dei fogli in cui promettevano di non avere più contatti “inappropriati” con le donne. In seguito Asma ha ricevuto minacce di morte anonime ed è stata seguita e messa sotto controllo dalla polizia.

Eppure, per i laici di Gaza ci sono ancora delle speranze. Nell’agosto del 2010, durante il mese di Ramadan, Asma e tre amiche attiviste straniere sono andate in bici sulla costa per sfidare il divieto di usare la bicicletta imposto da Hamas alle donne. Con sua grande sorpresa, la polizia di Hamas ha dato la caccia a due motociclisti che l’avevano seguita e molestata. E ha anche scoperto che molti civili “erano piacevolmente scioccati. Dicevano: Forza! Brave! Mi hanno chiesto: Fai il digiuno? E io ho risposto: Sì, lo faccio!”. Quell’esperienza ha spinto Asma a pensare che le leggi discriminatorie contro le donne siano “flessibili”. Ora crede che Hamas si trovi “tra due fuochi, perché deve ascoltare allo stesso tempo la società civile e i gruppi estremisti”.

Asma, però, ha cominciato a chiedersi se sia il caso di restare a Gaza. Il 5 dicembre 2010 suo fratello Mustafà è stato arrestato dalla polizia di Hamas per aver partecipato ad una manifestazione contro la chiusura di Sharek youth forum, un’organizzazione giovanile attiva nella Striscia. L’associazione no profit, che ha organizzato campi e dopo-scuola per più di 60mila bambini di Gaza, è accusata di archiviare materiale pornografico nei suoi computer.

Asma non ha mai fatto parte di Sharek, ma ne ammira il lavoro. L’ente è conosciuto per aver organizzato le attività per i bambini – rigorosamente separate – durante i giochi estivi annuali sponsorizzati dall’Unrwa, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei palestinesi nei campi profughi. Nell’estate del 2010 le tende erette per i giovani sono state più volte incendiate da uomini armati e con il volto coperto, che hanno minacciato di uccidere lo staff dell’agenzia. Alcuni volantini anonimi distribuiti prima degli incendi deridevano l’Unrwa e Sharek perché insegnano “ginnastica, danza e immoralità alle ragazze”. “E io che criticavo Sharek per il suo eccessivo conservatorismo, perché non permettevano ai dipendenti di ascoltare musica”, mi dice Asma con un sospiro triste. “Sharek è un esempio di quello che Hamas vuole fare a questa società. Ce ne saranno molti altri”.

Ora, quando non è sopraffatta dalla preoccupazione per il destino del fratello in carcere, Asma legge, scrive e segue le notizie, comprese quelle sul fallimento dei negoziati di pace tra Israele e Al Fatah. Lei considera i colloqui una “triste storia di cui si conosce il finale”. Ha comprato di nascosto una copia in aravo del libro “I figli della mezzanotte”, di Salman Rushdie: “Dovremmo leggerlo prima di giudicarlo”. Sta anche finendo la stesura del suo romanzo, “Città di amore e tabù”, sull’islamizzazione di Gaza. Asma spera di pubblicarlo in arabo e in inglese. “Ora a Gaza tutto è tabù”, dice spiegando il titolo. “Però le persone continuano a commuoversi, ad avere sentimenti e ad amare”.

HLEY BATES Asma al Ghoul. Ribelle a Gazaultima modifica: 2011-01-28T15:05:17+00:00da mangano1
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento