Wu Ming,Tolkien, il “coraggio nordico” e…

Tolkien, il “coraggio nordico” e… quel piccolo ignorante di Adolf Hitler

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[E’ in libreria la nuova edizione del testo di J.R.R. Tolkien Il ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm (Bompiani) a cura di Wu Ming 4. Oltre al testo di Tolkien, emendato da alcuni smaccati errori di traduzione presenti nella precedente edizione (Albero e Foglia, 2000), il libro contiene la traduzione italiana del poema breve La Battaglia di Maldon e un articolo monografico di Tom Shippey, massimo esperto tolkieniano vivente.
Di seguito, la prefazione di Wu Ming 4, che oltre a riprendere ed estendere le argomentazioni già presenti in Un giorno a Maldon (L’eroe imperfetto, Bompiani 2010), passa in rassegna alcuni dei più marchiani equivoci su Tolkien accumulatisi nel corso dei decenni.]
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PREFAZIONE
IL PROFESSORE IN BATTAGLIA

«I poeti del mondo giudicano l’uomo di valore.»
(Y Gododdin, poema gallese del VII secolo d.C.)

«Parlo solo a me stesso
perché quelli che incontro, non mi parlano ancora.»
(J.R.R.Tolkien, La Campana del Mare)

Nel corso dei trentotto anni che ci separano dalla morte di J.R.R. Tolkien sono fioriti gli studi che hanno indagato la varietà e ricchezza di temi, la complessità dell’architettura narrativa, la poetica e le tracce filosofiche presenti nella sua produzione letteraria e saggistica. Di questa mole di saggi e apparati critici in Italia non è giunta che una minima parte e solo in tempi recentissimi [1]. Un vuoto durato oltre tre decenni – agevolato dallo snobismo di certa intellighenzia nei confronti della letteratura fantastica – ha permesso che nel nostro paese si consolidasse una vulgata su Tolkien senza corrispettivi in altri contesti culturali. Grazie al prolungato isolamento hanno potuto diffondersi letture della sua opera e interpretazioni della sua poetica che farebbero sorridere qualunque studioso d’Oltremanica, perpetrando una catena di equivoci ormai talmente eclatanti da risultare paradossali.
Basti pensare che i primi traghettatori del Signore degli Anelli verso i nostri lidi, ormai quarant’anni or sono, pretendevano di collocare l’opera più celebre di Tolkien nel filone del romanzo gotico-horror anglosassone – secondo una genealogia che non trova riscontro in nessuna ricostruzione critica -, assimilando la poetica di Tolkien al fantastico spettrale e neopaganeggiante di autori come Arthur Machen, Montague Rhodes James e H.P. Lovecraft (!).
Se l’avventatezza di alcune affermazioni di quegli anni poteva attribuirsi all’ignoranza di una parte fondamentale della produzione narrativa tolkieniana, come Il Silmarillion, e dell’epistolario – cioè dei materiali pubblicati postumi – è pur vero che a volte le sviste avevano un retrogusto marcatamente ideologico.
E’ il caso ad esempio del tentativo di associare Tolkien al celtismo (che riuscì a produrre improbabili equazioni tra Hobbit e Celti!). Ora noi sappiamo che Tolkien fu un grande appassionato della lingua gallese, al punto da prenderla a modello per uno degli idiomi fantastici da lui inventati (l’elfico Sìndarin), ma certo non fu mai sedotto dal revivalismo celtico, essendo assai più devoto alla “Anglo-Saxon Englishness”, innamorato com’era della mitologia e della letteratura anglo-germanica e scandinava. Una passione questa con la quale si è pure cercato di avvalorare l’immagine di Tolkien cultore della “nordicità” pagana, ignorando, o fingendo di ignorare, che già in vita il professore aveva rigettato una tale interpretazione della propria poetica, e che nella sua opera l’immaginario narrativo pagano convive con temi di evidente ispirazione cristiana.
Si è perfino tentato di rintracciare nella grande costruzione della Terra di Mezzo una radice mistico-dualista, basata sull’esistenza del Male assoluto ontologicamente contrapposto al Bene assoluto e sulla conseguente suddivisione degli individui in corrotti e carismatici. Eppure nelle pagine di Tolkien la questione del Male è affrontata in maniera assai più complessa. Le sue storie si incentrano su figure liminari, caratterizzate da conflittualità interiore e oscillazione di destino. Basti pensare a Fëanor, Galadriel, Turin, Frodo, Gollum, solo per citare alcuni dei personaggi il cui fascino nasce proprio dall’essere spuri, ambiguamente in bilico tra dannazione e salvezza.
Tuttavia l’equivoco in cui più spesso si è voluto indulgere nasce dalla pretesa di scambiare la passione di Tolkien nei confronti della letteratura medievale e l’ambientazione fantastica della sua narrativa per il vagheggiamento di un Medioevo ideale. Partendo dalla constatazione che la poetica del professore di Oxford si discosta dalla tendenza letteraria e dalle linee di pensiero prevalenti nella prima metà del Novecento, si è cercato di leggervi il rimpianto per il passato premoderno. Come se il rifiuto degli aspetti alienanti del XX secolo – lo scientismo tardopositivista, lo statalismo tecnocratico, l’industrializzazione indiscriminata, la devastazione del territorio – riscontrabile nella sua narrativa e nei suoi scritti, fosse prerogativa di una visione tradizionalista e non rappresentasse invece la critica radicale di un narratore moderno verso il proprio tempo. Come se scrivere di fulmini e non di lampioni dimostrasse un’avversità verso la luce elettrica, anziché la volontà di lavorare con archetipi mitici e letterari validi per ogni epoca. Come se non fosse stato Tolkien stesso a stigmatizzare la mentalità antistorica di chi cammina nel presente con lo sguardo rivolto all’indietro, definendo “imbalsamatori” i suoi Elfi, tesi a conservare piccoli angoli di mondo a immagine e somiglianza di un altrove ideale [2].
La nostalgia di Tolkien per le cose belle perdute con l’avvento del mondo moderno e contemporaneo non lo spingeva affatto a idealizzare il passato, ma a considerare invece l’ineluttabilità della trasformazione come parte integrante, ancorché dolorosa, della storia. In altre parole, se la visione profondamente cristiana che Tolkien condivideva lo portava a interpretare la condizione umana come Caduta e la storia come lunga sconfitta, allo stesso modo lo portava anche a condannare il rimpianto per il passato e l’avversione al mutamento, insieme a ogni ferale culto memorialista (e in questo senso, ancora più degli Elfi, è un personaggio come il “pagano” Denethor nel Signore degli Anelli a essere emblematico).
Poco o nulla si può capire della poetica tolkieniana – troppo spesso liquidata come banalmente reazionaria – se si prescinde dalla contraddizione tra nostalgia del bello e necessità del divenire storico [3].
Per altro, nel mondo inventato da Tolkien il progressivo frammentarsi della luce originaria non esclude l’insorgere di nuove luminescenze e la ripresa del bene oltre le sconfitte. In particolare, se lo scenario del celebre ciclo dell’Anello è il lento svanire del mondo elfico, costretto a cedere il passo all’avvento degli Uomini, ciò non corrisponde a un processo di decadimento spirituale, ma, al contrario, a una nuova possibilità per i viventi. E’ l’inizio di una storia certamente più caduca e fallibile, perché più distante dall’origine, ma anche intrisa di vitalità e di rinnovata speranza [4].
A definire ulteriormente la natura anomala del conservatorismo di Tolkien si aggiunge poi il tema del potere.
Nell’universo letterario creato dal professore di Oxford il desiderio di prevalenza e di dominio, fosse anche per il fine migliore, è la scintilla che innesca ogni processo di corruzione psichica e morale. La volontà di eccellere nel mondo e sul prossimo genera inevitabilmente attaccamento e gelosia verso le cose acquisite e l’istinto di preservarle dall’incedere del tempo, cioè in ultima istanza dalla morte. Questo istinto conservativo dello status quo ante è la prima qualità negativa del potere, che non può essere mezzo utile a sconfiggere il male, almeno quanto lo è invece la rinuncia al potere stesso e ai suoi strumenti, primo fra tutti l’Anello. Gli eroi di Tolkien sono infatti coloro che riescono a resistere alla tentazione del dominio e nondimeno ad assumersi una responsabilità verso il mondo. Si tratta di una concezione del potere estranea a qualsivoglia revanscismo medievalista e che suggella l’immagine di Tolkien come narratore pienamente rivolto al proprio tempo [5].
C’è ancora una cosa di non poca rilevanza tra quelle che troppo spesso ci si dimentica di sottolineare a proposito di Tolkien. A differenziare il professore dagli scrittori modernisti suoi contemporanei non è solo la scelta di riprodurre un’epica dichiarata, valoriale, eroica, ma anche quella di scrivere una letteratura popolare, con più livelli di lettura ma accessibile a tutti per lingua e struttura narrativa. Un epos esoterico infatti non avrebbe alcun senso, dal momento che la ragion d’essere dell’epica è quella di farsi fruire e condividere da una comunità di riferimento, fosse perfino l’umanità intera. Di questo il “bigotto” Tolkien era consapevole, a dispetto non solo dei tanti disinibiti contemporanei di destra e di sinistra che scrivevano per la ristretta cerchia di intellettuali in grado di comprenderli, ma anche di chi ancora oggi vorrebbe arruolarlo tra le file dell’elitarismo culturale.
L’ultimo equivoco che vale la pena sciogliere ci porta direttamente al testo ripubblicato in questo volume.
E’ celebre l’autodefinizione di “pagano convertito” con la quale Tolkien alludeva al suo essere un credente devoto, ma affascinato dall’antichità precristiana. Nella sua opera le due visioni del mondo si incontrano e si scontrano in una zona franca, nella quale gli eroi devono andare oltre il disperato coraggio degli antichi, pur facendo a meno della promessa cristiana. Tolkien mantenne infatti il suo mondo letterario nell’aldiquà pre-Avvento, azzerando ogni istanza religiosa e facendovi piuttosto filtrare forze provvidenziali e virtù personali che alludono a una salvezza e a una fede di là da venire. La Terra di Mezzo è un mondo singolarmente privo di culti strutturati, nel quale agiscono pagani virtuosi, o piuttosto uomini naturali, che si trovano ad affrontare il male armati di una speranza senza garanzie. E’ precisamente in questa laicità ibrida, sempre in bilico tra luce e ombra, che risiede il segreto della loro universalità.
In questa zona di confine si muove anche il protagonista del presente volume, nonostante non appartenga alla schiera degli eroi della Terra di Mezzo. Beorhtnoth (o più propriamente Byrhtnoth) è un personaggio storico e letterario, protagonista del componimento poetico ispirato alla battaglia di Maldon (991 d.C.). Un eroe formalmente già cristiano, paladino della propria fede contro gli invasori pagani dell’Inghilterra, eppure per Tolkien ancora troppo tentato da un insano ideale cavalleresco che affonda le radici nel passato.
Il Ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm testimonia di un momento di snodo nella vita creativa e professionale di Tolkien, nel quale egli sentì il bisogno di rimarcare con forza il confine tra due universi etici. A un certo punto – un punto che non a caso si colloca nei primi anni Trenta – nella percezione di Tolkien dovette avvenire qualcosa di particolare, perché non solo scrisse il primo abbozzo del suo lavoro sulla battaglia di Maldon, ma iniziò anche a cullare l’idea di introdurre nel suo mondo letterario un protagonista anacronistico, che avrebbe tradito del tutto l’immagine dell’eroe antico, prendendolo a prestito dalle favole che inventava per i suoi figli.

Vent’anni dopo, la pubblicazione del testo completo del Ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm precedette di pochi mesi quella del Signore degli Anelli, il romanzo che, dopo Lo Hobbit, avrebbe definitivamente consacrato il nuovo eroe nell’immaginario collettivo.
Tom Shippey, forse il maggiore studioso vivente di Tolkien, è convinto che tra i due testi esista una consequenzialità tematica, o meglio, un rapporto dialettico. Lo spiega brillantemente nell’intervento tenuto alla Tolkien Society di Beverley (Yorkshire) che conclude il presente volume, assolvendo così lo scopo di questa ripubblicazione. Il Ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm era stato infatti inserito nell’edizione italiana di Albero e Foglia (Bompiani 2000) senza un’adeguata contestualizzazione critica. Si tratta quindi di porre rimedio alla mancanza, ridefinendo l’importanza di questo testo all’interno dell’opus tolkieniano, e contribuendo così al superamento dell’anomalia italiana rispetto a uno dei grandi autori del Novecento.

Il Ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm è un testo strano, a suo modo unico nella produzione di Tolkien. Incentrato sul poema breve medievale La Battaglia di Maldon, si presenta suddiviso in tre parti: un’introduzione; un’ipotesi di epilogo della vicenda in forma di partitura drammaturgica; una dissertazione filologica sulla traduzione di una parola chiave dell’opera, a cui viene attribuita un’accezione particolare e che viene utilizzata per cambiare di segno all’intero componimento.
Ecco spiegata l’utilità di inserire in questo volume – nella traduzione di Roberto Rosselli Del Turco – il testo poetico oggetto della disquisizione di Tolkien e sul quale si innesta il suo racconto, così da rendere più facilmente comprensibili i riferimenti interni e apprezzare l’epilogo da lui immaginato.
Scritto verosimilmente all’inizio dell’XI secolo dell’era cristiana, La Battaglia di Maldon è uno dei più famosi componimenti poetici in antico inglese. Giunto a noi privo di inizio e di fine a causa della perdita del foglio esterno che lo racchiudeva, si compone di 325 versi superstiti, di autore anonimo, che raccontano un fatto storico: lo scontro tra anglosassoni e vichinghi avvenuto il 10 agosto del 991 d.C., nei pressi del villaggio di Maldon, sull’estuario del fiume Pante, nell’Essex. Scontro nel quale il conte inglese Beorhtnoth (o Byrhtnoth) trovò una morte eroica, perdendo la battaglia ma salvando l’onore. Narra infatti il poeta che Byrhtnoth, sollecitato dai nemici a dimostrarsi cavalleresco, rinunciò al vantaggio del terreno e concesse loro di guadare il fiume, accettando di affrontarli in campo aperto. Questo compromise l’esito dello scontro. Byrhtnoth cadde da eroe nella mischia e la sua morte causò lo sbandamento di una parte della schiera inglese, che si diede alla fuga verso il bosco. Gli housecarls del conte invece decisero di morire con le armi in pugno intorno al cadavere del proprio signore, fedeli all’ideale guerriero germanico secondo il quale è indegno sopravvivere al proprio capo in battaglia.
Da questi brevi cenni è facile intuire perché La Battaglia di Maldon si presenti come un poema-manifesto dello spirito eroico nordico.
Eppure Il Ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm – pubblicato sulla rivista accademica “Essays and Studies” nel 1953 (anche se, come accennato, molto probabilmente l’abbozzo iniziale risale a vent’anni prima) – mette in discussione proprio questa chiave interpretativa.
La rilettura di Tolkien si fonda sull’individuazione di un’incrinatura nel quadro d’insieme dell’opera, in corrispondenza di due versi cruciali, 89-90, quelli in cui si motiva la drammatica scelta di Byrhtnoth di concedere ai nemici lo scontro in campo aperto anziché inchiodarli sul guado. Scelta che il conte compì «for his ofermode», come recita l’antico inglese.
La celebre traduzione ottocentesca della Battaglia di Maldon, quella di W.P. Ker (1887), rendeva ofermod con il moderno overboldness, vale a dire “temerarietà”, “audacia”, “spavalderia”; un termine sufficientemente ambiguo da non minacciare seriamente la coerenza ideologica dell’opera.
Tolkien sostiene invece che l’accezione originale della parola ofermod fosse completamente negativa e che la traduzione più appropriata sia “orgoglio”, a cui andrebbe aggiunto l’attributo “soverchiante”, “smisurato” (overmastering pride). Così facendo allarga la crepa fino a ribaltare il senso dei versi e dell’intero poemetto: Byrhtnoth avrebbe ceduto il passo ai nemici sopraffatto dal proprio orgoglio, per dimostrarsi all’altezza della fama personale.
La tesi di Tolkien è che i versi in questione contengano una chiara condanna della scelta del nobile inglese e che per restituirne fino in fondo “l’intensità e le implicazioni” occorra esplicitare tale disapprovazione. La traduzione dei versi 89-90 da lui proposta suona quindi così (sottolineature mie):

«Allora il conte nel suo orgoglio smisurato concesse in effetti troppo terreno al nemico, come non avrebbe dovuto fare» [6].

La Battaglia di Maldon diventa il racconto di una clamoroso sbaglio, indotto da un certo modo – aristocratico e personalistico – di intendere l’eroismo. A detta di Tolkien, infatti, lo spirito eroico nordico “non si presenta mai allo stato puro”, se non nell’artificio retorico e nell’autorappresentazione falsata di chi pretende di incarnarlo. In realtà l’elemento di orgoglio,

«sotto forma di aspirazione a onore e gloria, in vita e dopo la morte, tende a dilatarsi, a divenire un movente fondamentale, inducendo chi lo fa proprio, al di là della mera necessità eroica, all’eccesso cavalleresco, indubbiamente tale, anche se approvato dall’opinione coeva, qualora non solo trascenda la necessità e il dovere, ma con essi addirittura interferisca.» (pag. 59).

Questa idea viene tematizzata anche attraverso l’invenzione poetica, la parte più bizzarra del testo tolkieniano.
Tolkien immagina il dialogo tra due messi dell’abate di Ely, inviati nottetempo sul campo di battaglia di Maldon, per recuperare il cadavere del valoroso Byrhtnoth e tradurlo all’abbazia.
I due personaggi sono un’efficacissima coppia tragicomica. Torhthelm, detto Totta, è un giovane aspirante menestrello cresciuto al suono degli antichi poemi epici, che venera acriticamente il valore dei caduti inglesi e condanna senza appello coloro che sono fuggiti dallo scontro. Tìdwald, detto Tìda, è invece un vecchio agricoltore che in gioventù ha conosciuto i campi di battaglia, il cui feroce sarcasmo sul destino degli eroi dà conto della dura presa di posizione di Tolkien. Secondo l’anziano reduce, Byrhtnoth si è lasciato dominare dall’orgoglio, smanioso di gloria e di “fornire materia ai menestrelli”. Il suo comportamento è stato “inutilmente nobile”, giacché ha trasformato una probabile vittoria in una sconfitta rovinosa non solo per il conte e i suoi guerrieri, ma anche per il popolo e l’intero paese, che è stato invaso dai nemici, e che dopo il vano sacrificio degli eroi è riconsegnato al lavoro, alla fatica e alla guerra di sempre.
Il giudizio sull’inutile eroismo di Byrhtnoth è netto e senza appello. La scelta dei capi disposti a farsi uccidere per coerenza all’onore e all’ideale cavalleresco è nefasta, giacché sacrifica “l’eroismo dell’obbedienza e dell’amore” (quello dei sottoposti che vanno a morire per il loro signore) all’eroismo “dell’orgoglio e dell’ostinazione”. Di contro, la fuga di quegli inglesi che a Maldon si sono messi in salvo dandosi alla macchia è guardata con il realismo di chi ha vissuto in prima persona l’esperienza del combattimento e sa di cosa parla. In questo non è difficile riconoscere la consapevolezza e l’umana compassione del sottotenente Tolkien, reduce dalle trincee della Prima Guerra Mondiale (durante la quale i casi diagnosticati di shell shock nell’esercito britannico furono circa ottantamila e le fucilazioni per “codardia” oltre trecento).
Nella parte finale Tolkien fa retroagire la propria lettura del componimento proiettandola sul più grande precedente poetico anglosassone, il Beowulf, dal quale prende in prestito una morale per La Battaglia di Maldon: “Per volontà d’uno solo, molti devono sopportare sventure”, e che definisce come la “critica più penetrante e concisa rivolta alla ‘cavalleria’ in un individuo che ha delle responsabilità”. Tema questo che Tolkien rintraccia anche nel terzo grande esempio di poesia inglese medievale, Sir Gawain e il Cavaliere Verde. Dal campo di battaglia di Maldon il giudizio si allarga fino a includere tutta la poesia antico-inglese.
Ponendo in conflitto l’ostinata fedeltà alla tradizione aristocratica e l’orgogliosa ricerca della gloria personale con la responsabilità e con l’attitudine propriamente eroica al sacrificio altruistico, Tolkien individua il punto di crisi di quella teoria del coraggio che per lui rappresenta il maggior contributo del mondo pagano nordico alla letteratura epica. Così facendo rivela anche la profonda istanza morale che sta alla base della sua forzatura interpretativa del testo poetico.
Secondo Tom Shippey Il Ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm è un vero e proprio “parricidio”. In quelle pagine si consuma la soluzione di continuità tra le scelte degli antichi eroi epico-letterari e l’universo valoriale cristiano. Beowulf e Byrhtnoth vengono rigettati indietro, come figure il cui fascino deve essere esorcizzato.
Tolkien era stato tra quei filologi che avevano liberato dalle scorie del tempo lo spirito eroico nordico come genuino elemento poetico espresso dall’antica letteratura scandinava e anglosassone. Ma aveva anche visto quella riscoperta venire accolta da forze determinate a fondare un nuovo germanesimo, pronte a metterla al servizio di un ideale abominevole. L’idiosincrasia di Tolkien per i nazisti non nasceva infatti soltanto dalla sua evidente avversione nei confronti del razzismo, del militarismo e del totalitarismo, ma aveva anche un movente più intimo, espresso a chiare lettere in uno scritto privato dei primi anni Quaranta:

«Comunque in questa guerra io ho un bruciante risentimento privato, che mi renderebbe a 49 anni un soldato migliore di quanto non fossi a 22, contro quel dannato piccolo ignorante di Adolf Hitler […]. Sta rovinando, pervertendo, distruggendo, e rendendo per sempre maledetto quel nobile spirito nordico, supremo contributo all’Europa, che io ho sempre amato, e cercato di presentare in una giusta luce.» [7].

Il professore di Oxford non perdonò mai ai nazisti di essersi impossessati di ciò che più amava – la filologia germanica, l’epos nordico – e averlo trasformato in mito tecnicizzato a uso e consumo del suprematismo tedesco. Il Ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm rappresenta la critica radicale a uno dei pilastri culturali di quel neopaganesimo “eroico” emerso nella storia contemporanea e capace di segnarla indelebilmente. Una critica messa in campo con le armi del mestiere: la poesia e l’esercizio della filologia. Tuttavia fu solo attraverso la prosa e l’arte subcreativa – per usare un termine a lui caro – che Tolkien riuscì a spingersi oltre la dicotomia etica a cui era approdato.
Tolkien infatti era anche un grande narratore e rispose alla sfida dell’epoca più oscura partorendo un inedito eroe letterario. Un essere apparentemente innocuo e mite, con piedi grossi e villosi che non avrebbero mai potuto calzare stivali di cuoio per marciare a passo di parata verso gli orrori del XX secolo. In principio il piccoletto si sarebbe scavato la tana in un angolo nascosto della Terra di Mezzo. Via via, un po’ per volere e un po’ per forza, ne avrebbe guadagnato il centro, finendo per reggere su di sé i destini del mondo. Finché un giorno, dopo mille peripezie, avrebbe potuto dire: “Sono tornato”.
E’ tempo che anche il suo creatore venga restituito a se stesso.

Wu Ming 4, Autunno 2010

.Note

1. Dal 2005 la collana diretta da Emmanuele Morandi e Claudio Antonio Testi, Tolkien e dintorni (per la casa editrice Marietti 1820) è impegnata a tradurre e pubblicare i principali saggi critici a livello internazionale sull’opera di Tolkien.

2. Lettera n° 154, in J.R.R.Tolkien, La Realtà in Trasparenza, Bompiani 2001.

3. Alcune tra le pagine più belle su questo aspetto della visione tolkieniana della storia le ha scritte Verlyn Flieger in Schegge di luce, Marietti 2007, cap. 20.

4. Su questo argomento vedi il saggio fondamentale di Franco Manni, Elogio della Finitezza. Antropologia, escatologia e filosofia della storia in Tolkien, in AA.VV., La Falce spezzata, Marietti 2009.

5. Tom Shippey mette in relazione la visione negativa del potere che emerge dalla narrativa tolkieniana con la profonda disillusione prodottasi nel corso del XX secolo nei confronti dei grandi progetti politici di trasformazione del mondo e la identifica come “l’anacronismo più rilevante” della Terra di Mezzo, “vale a dire una convinzione interamente moderna” (T. Shippey, J.R.R.Tolkien autore del secolo, Simonelli, 2004, pag.151-153).

6. Nella precedente versione italiana de Il Ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm (Bompiani 2000) la traduzione proposta da Tolkien conteneva un refuso evidente (la particella “non” era stata elisa dall’ultima frase) e di conseguenza risultava contraddittoria. Per quanto riguarda la traduzione italiana de La Battaglia di Maldon inclusa nel presente volume, il traduttore Roberto Rosselli Del Turco ha prediletto una resa più letterale possibile dei versi 89-90:
Allora il Conte, mosso dall’orgoglio, / concesse fin troppo terreno a quel popolo odioso.

7. Lettera 45, 1941, La Realtà in trasparenza, Bompiani 2001, pag. 65.

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Wu Ming,Tolkien, il “coraggio nordico” e…ultima modifica: 2010-12-27T00:02:31+00:00da mangano1
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