Franco Piperno,A proposito del compagno Niki

 

3bb02496abd59230.jpegDA FACEBOOK

A proposito del compagno Niki” di Franco Piperno.
pubblicata da Roberto Giuliani il giorno martedì 30 novembre 2010

Da qualche giorno sta circolando in rete un testo di Franco Piperno, che uscirà sul prossimo n. 10 di Loop (in edicola il prossimo 10 dicembre), dal titolo “A propostito del compagno Niki”, in cui si affronta il tema della natura del movimento di Vendola (definito da Franco “movimento per il rinnovamento della rappresentanza”) il ruolo che la “forma primarie” gioca in questo esperimento politico in relazione alla crisi della rappresentanza. Lo scritto tratta però anche due altri importanti tematiche. La prima riguarda “la politica dei beni comuni”  in particolare di quello che è ritenuto il più comune dei beni comuni e cioè il “riappropiarsi delle città ossia l’autogovernarsi”. La seconda invece si occupa di “transizione italiana e democrazia diretta”. Il testo è già stato oggetto di numerosi commenti. Sarebbe bene riuscire a farne oggetto, punto di partenza, di un’organica rifflessione e di un meditato confronto.  E’ con questo intento che ve lo ripropongo.

“A proposito del compagno Niki” di Franco Piperno. (da Looponline del 24 novembre 2010)

Le primarie e la crisi della rappresentanza.

Attorno a Niki Vendola si è venuto formando un movimento per il rinnovamento della rappresentanza che si caratterizza, in primo luogo, come tentativo di usare la forma delle elezioni primarie per scegliere i candidati della coalizione di centro–sinistra, tanto a livello nazionale che locale.
Va da se che questo movimento non è stato partorito dalla facoltà d’affabulazione del Nostro; piuttosto è il risultato del lavoro collettivo, minuto ma certo non privo di passione civile, di un ceto politico che si raccoglie attorno al governatore delle Puglie. Questo personale proviene, per la parte più consistente e significativa, da Rifondazione o meglio da una sua costola, quella modellata da Fausto Bertinotti; tuttavia, ultimamente, ha subito un tumultuoso accrescimento, immettendo al suo interno esperienze tra loro un po’ eterogenee se non incompatibili: si va dai “furiosi assertori della legalità a tutti i costi”, che per tempo hanno opportunamente lasciato cadere in dimenticanza il conflitto sociale tra le classi,  per divenire fautori di una allucinata soluzione finale, della repressione della criminalità a mezzo di leggi e carceri speciali;  ai militanti di quei centri sociali che, giusto fino all’altro ieri, avevano denunciato solennemente lo stato agonico della socialdemocrazia, anzi dell’intera sinistra, apprestandosi ad eseguire una pubblica ricognizione di quel cadavere.
Mette conto qui precisare, a scanso di equivoci, che non riteniamo di per sé negativa questa convergenza da traiettorie diverse; al contrario, essa testimonia di una capacità d’attrazione di soggettività smarrite che è il punto di forza, l’unico per il momento, della proposta di Vendola.
Infatti, i veri ostacoli nonché i pericoli davvero attuali sono altri. Cerchiamo di recensirli brevemente. Intanto le primarie come forma della democrazia rappresentativa: ognuno sa che si tratta di una tradizione nord-americana legata allo specifico  processo di costruzione storica degli USA, irreversibilmente caratterizzata dalla struttura politica irrigidita di quella costituzione, formale e materiale, che non a caso risulta essere la più vecchia di tutto l’Occidente. Insomma, qualcosa di totalmente estraneo al passato ed al presente delle istituzioni rappresentative dell’Italia o, per meglio dire, dell’Europa. Ed è proprio questa estraneità a spiegare l’aspetto levantino, spesso farsesco, molte volte cerimonial-rituale, quasi sempre di delega ad un capo senza carisma che le primarie hanno assunto nel nostro paese: dalla intronizzazione di Prodi che aveva come “finto competitor” Bertinotti, al triste plebiscito per Veltroni giù giù fino ad Agazio Loiero scelto come candidato a governatore delle Calabrie da una riunione di boss in miniatura, mascherati da delegati ma in realtà intenti a spartire famelicamente, tra le rispettive cosche d’appartenenza, i fondi europei destinati alla eterna, non so dire se più commedia o tragedia,modernizzazione del Mezzogiorno.
E tuttavia, poiché non v’è il male assoluto e ogni ignominia contiene latente nel suo seno una promessa di riscatto, anche le primarie, nella situazione italiana, presentano un vantaggio evidente se comparate al  metodo alternativo che affida la scelta alle esangui  burocrazie di partito ovvero a procedure di designazione del candidato comune secondo criteri non-pubblici se non addirittura inconfessabili.
D’altronde, l’introduzione delle primarie come di altri costumi americani nella prassi politica del centro-sinistra italiano è avvenuta nell’estremo tentativo di far fronte alla crisi della rappresentanza, restaurando un qualche rapporto tra rappresentanti e rappresentati; anzi, può dirsi di più: questa iniezione tardiva d’americanismo è un velo che copre pudicamente quella rottura, che, per altro, si fa valere inesorabilmente con il minaccioso ingrossarsi, elezione dopo elezione, del numero di coloro che si astengono dai riti della democrazia rappresentativa.
Del resto, se si esaminano i pochi casi nei quali le primarie hanno disfatto i piani della malconcia burocrazia di centro sinistra, si può agevolmente costatare che questo è accaduto solo laddove la detta burocrazia o ha fatto l’errore di presentare un candidato diversamente inabile, come è avvenuto nelle Puglie, con lo scolorito Boccia contrapposto impietosamente al colorito Vendola; o, ed è il caso di Milano, non è neppure riuscita ad individuare un solo attore in grado di reggere il palcoscenico, e, nella frantumazione delle candidature, ha finito con l’imporsi la onestà ben temperata del compagno Pisapia.
Ancora, mette conto ricordare che v’è una altra pesante ipoteca che, nella situazione italiana, la forma “primarie” porta con sé: l’interiorizzazione inconsapevole e di massa di una sorta di “presidenzialismo carismatico” dove, per via di una omologazione mediatica, il partito politico diviene “partito del leader”. Valgano, a suffragare questa considerazione, le bandiere agitate dai militanti-seguaci,  sulle quali compare il nome del capo: si va da Berlusconi a Fini e poi a Casini degradando fino a Di Pietro; e da qualche mese, lo diciamo con amichevole raccapriccio, anche il nome di Niki Vendola ha trovato posto sui drappi del suo partito. Il messaggio pubblicitario che viene in questo modo veicolato finisce col promuovere la delega, la singolarità piuttosto che la comunanza, la fiducia primitiva nelle capacità del leader di affrontare e risolvere i problemi delle moltitudini informi, insomma “ alla gente ci pensa lui”.  
Se le cose stanno così, è inevitabile che le primarie, per la loro natura d’invenzione astratta della politica politicante, si risolvano non già in un rimescolamento delle carte, con la conseguente rinascita della partecipazione democratica; ma piuttosto in un riaffiorare del naufrago, della storica tendenza della socialdemocrazia italiana a rinunciare alla propria autonomia politico-sociale, inclinando verso la subalternità trasformistica; ovvero proponendo, per conseguire un consenso elettorale maggioritario, la decrepita strategia della alleanza con il ceto politico moderato, con il così detto centro; il quale, per altro, si mostra perfino recalcitrante, forse per alzare il prezzo di un eventuale compromesso. Di tutto questo v’è già una traccia, dirò così precoce, tanto nelle dichiarazioni di Vendola e di Pisapia quanto in quelle di Casini e Rutelli.
Anche qui, per evitare ingenuità e malintesi, va da sé che il proposito di allargare il consenso elettorale è del tutto ragionevole, non fosse altro che per fuoriuscire dalla dimensione di setta nella quale è precipitata, ormai da qualche anno, la socialdemocrazia di sinistra e di estrema sinistra.
Ma perché questa apertura sia davvero trasformativa e non regredisca rapidamente ad artifizio macchiavellico tutto interno alla “governamentalità”, dovrebbe mettere in comunicazione la strategia politica con la conservazione ed il risarcimento dei “beni comuni”. In altri termini, bisogna sì puntare ad accrescere il consenso e perfino coinvolgere il tradizionale elettorato di destra; ma non certo inseguendo, compromesso dopo compromesso, il ceto politico sul suo terreno; piuttosto collocandosi apertamente fuori e contro, marcando quella giusta distanza che permette di osservare dall’esterno il sistema dei partiti per potere esercitare la facoltà di giudizio —il che significa saper guardare con gli occhi di coloro che si astengono dalla pratica del voto.
Ecco allora che perseguire un programma capace di incrociare l’autenticità dell’astenersi, comporta l’assunzione di un punto di vista comune: ovvero, facendo a meno di Casini, ci si può assicurare una presenza ad angolo giro nel corpo elettorale.

La politica dei beni comuni.
Ora, è del tutto evidente, che, in Italia, tra i beni comuni, nessuno è più comune, per potenza ontologica, della passione civica: riappropriarsi delle città ossia autogovernarsi.
Ed a questo proposito bisogna notare fin da subito che, nei discorsi di Vendola come di Pisapia, non v’è neppure l’eco della critica alle istituzioni rappresentative, alla costituzione formale e materiale del nostro paese – malgrado che la volontà d’impotenza segni non da oggi il sistema economico-politico italiano e sia drammaticamente amplificata dal dissesto finanziario provocato dalla globalizzazione, dissesto destinato a perdurare nel lungo presente, per anni e anni a venire.
Né questa assenza di critica, questo acquattarsi retorico dietro la carta costituzionale, riguarda solo il leader; tutti abbiamo costatato, seguendo le assise fiorentine della S.E.L., come nella piattaforma programmatica elaborata al termine dei lavori, dove si parla giustamente dell’innesto di altre culture e variopinte pulsioni sulla venerabile tradizione del movimento operaio, non v’è neppure un punto, uno solo, che affronti la questione della crisi delle istituzioni repubblicane e l’urgenza del loro superamento; nella prospettiva, qui ed ora, d’innescare un processo di deperimento e estinzione della “forma stato”, tanto nella versione di corpo separato dalla nazione quanto in quella, a livello europeo, di macchina burocratica sovranazionale.
Questi argomenti, così cari alla tradizione libertaria del movimento operaio,non appaiono nella piattaforma di S.E.L, neanche nei modi edulcorati e sostanzialmente innocui  del decentramento amministrativo, dove si tenta di promuovere la partecipazione attraverso l’istituzione di municipi di quartiere.
Su questi temi, l’unica nota, risuonata in quel congresso e minimamente pertinente, appare essere la riottosa accettazione del rachitico federalismo regionale —  fantasia senza immaginazione, topolino partorito da quella montagna improbabile che si chiama “pensiero padano”.
Così, attenti anche al dibattito fiorentino che ha preceduto l’intervento conclusivo di Vendola, ciò che ci ha consegnati interi al nostro malessere è l’assenza di ogni riferimento al movimento reale, sia pure in corso di farsi, per la sovranità comunale ovvero la prospettiva dell’autogoverno delle città d’Italia. S’intende qui le città propriamente dette e non la loro degenerazione nella figura delle megalopoli. Infatti, le comunità urbane–  a partire da quelle rurali del Mezzogiorno che hanno, in generale, conservato un rapporto produttivo tra città e campagna– costituiscono il filo di una soggettività  che permane, dipanandosi con continuità lungo tutta la storia della penisola, assai prima che l’episodio unitario desse luogo allo stato nazionale. Per dirla in altri termini, in Italia la dimensione minima della soggettività agente non è il cittadino o l’associazione di cittadini; bensì sono le città. Si è liberi solo se la città dove si abita è libera.
Queste considerazioni valgono in particolare per il Sud, teatro del  succedersi, negli ultimi anni, di lotte che hanno spesso finito con l’assumere i modi propri dell’insurrezione urbana–  gli unici in grado di strappare la tela della “governance”; scompaginare, ridicolizzandolo, il ceto politico; e rendere manifeste, agli occhi di tutti, la perdita di autorevolezza e  l’incapacità di mediazione della rappresentanza.
Le insurrezioni meridiane, malgrado il loro effimero tempo di vita, hanno posto tuttavia, implicitamente o esplicitamente, la questione della sovranità comunale declinandola, nell’agire, come sovranità sull’alimentazione, sull’energia e sulla mobilità urbana.
Si badi: non è in gioco qui il tema illanguidito della partecipazione; piuttosto si tratta della volontà di essere protagonisti, del cittadino attivo e consapevole che non sopporta più il ruolo di suddito consumatore con diritto di scegliere periodicamente coloro ai quali dovrà obbedienza—rivendicando la sovranità comunale si riappropria così della sua potenza di individuo sociale, capace non solo di partecipare ma di  decidere, in risonanza col genius loci, le forme più adeguate e compatibili di socialità urbana, quelle che permettono al numero di cittadini più grande possibile non già di arricchirsi bensì di realizzarsi, di menare una buona vita, secondo la parola del filosofo antico.

La transizione italiana e la democrazia diretta.

Le considerazioni che siamo venuti svolgendo, malgrado siano formulate come affermazioni sono in verità delle domande, domande rivolte a Niki Vendola, a Pisapia, ai compagni che collaborano con loro e a quelli tra noi che avvertono in quel che è accaduto alle primarie, a Bari come a Milano, il riapparire, forse, dell’occasione, del tempo giusto per agire tutti insieme. Certo è che le parole di Vendola, perfino  quei suoi costrutti letterari quando non barocchi, generano entusiasmo; e questo entusiasmo, raffrontato alla noia che procura l’anodino argomentare di tanti esponenti del centro-sinistra, è un segno che in Niki si riflette, dirò così per fortuna o per destino, una verità comune che spartiamo tutti noi, la cifra che attesta l’autenticità della avventura.
Certo, le nostre non sono le uniche domande che legittimamente possono esser poste al movimento per le primarie; né i temi da noi censiti sono gli unici sui quali quel movimento presenta una pericolosa reticenza—valgano come esempi, la questione del reddito di cittadinanza garantito o , per la formazione universitaria, l’accettazione, conformista e sprovveduta, del rapporto presunto salvifico con l’innovazione e la Big Science.
Noi abbiamo inteso, con questo testo, rispondere all’ appello lanciato da Vendola in qualità di portavoce del movimento per le primarie; e lo facciamo mettendo i piedi nel piatto, introducendo nel dibattito la questione della transizione italiana dalla rappresentanza alla democrazia diretta comunale — organizzata nella forma consiliare dei delegati con mandato revocabile. Insomma, il federalismo delle cento città.

Franco Piperno,A proposito del compagno Nikiultima modifica: 2010-11-30T15:45:45+00:00da mangano1
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento