Mario Domina, Platone in miniera

 

 

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Di md

Vero è che la filosofia arriva solo al far del crepuscolo, come la nottola di Minerva, ma prima che faccia notte, o che cali il sipario del tutto – o meglio, che il sipario tutto ricopra di fatuità – vorrei spendere due parole su quei 33 minatori cileni avventuratisi (per disgrazia o per incuria, non per scelta) nei meandri della mitologia platonica.
D’altra parte è forse troppo densa di simboli questa faccenda, per poter essere raccontata come si deve. Ma è un dovere etico farlo, anche perché il rischio è che venga davvero consumata (e ben presto defecata e smaltita) dai media e dalla logica della spettacolarizzazione – magari offrendo moneta sonante in cambio di brandelli di esperienza viva, corpi e sofferenza psichica (per una volta con lieto fine) da esibire in formato-fiction. Certo, Platone non avrebbe mai immaginato che il suo mito sarebbe diventato un evento di portata globale e che la sua riflessione eidetica, visiva, quasi cinematografica, sarebbe davvero andata in scena in mondovisione…
Ma cominciamo dalla cosa più importante, subito dopo la conservazione della vita di quelle persone (che è sempre una priorità etica oltre che ontologica): e cioè, in secondo luogo, la dignità del lavoro, che è l’aspetto cruciale che uno dei minatori ha messo in luce in una sua dichiarazione pubblica, subito dopo la sua “liberazione”. E che lavoro! – visto che si tratta di uno di quelli che ben pochi vorrebbero fare (c’era una volta un modo di dire, forse ora in disuso, che recitava “ti mando in miniera” come minaccia o ritorsione o punizione). Eppure i governi inglesi tremavano di fronte agli epici scioperi dei minatori, alcuni protrattisi per lunghi mesi (ne ricordo uno all’epoca della Thatcher, forse l’ultimo glorioso, che mi appassionò nella mia prima gioventù). Oltre al fatto che sul pianeta sono migliaia (solo in Cina 2500) le persone che ogni anno perdono la vita nelle profondità della terra.
Si tratta dunque di ristabilire le proporzioni: senza nulla togliere agli altri lavori (e al lavoro intellettuale, che permette alla megamacchina di funzionare), i lavori fisici più faticosi hanno una loro peculiare dignità (mi verrebbe da dire un sovrappiù di dignità), poiché non sono soltanto basilari per il funzionamento dell’organismo sociale, ma riassumono in sé il camo e il basto che ci tengono schiacciati alla dura terra, ricordandoci che da lì veniamo e che lì torneremo.
(Poi – sia detto qui per inciso – io ho una mia particolare teoria, secondo cui andrebbero utilitaristicamente spalmati il più possibile sul maggior numero di umani, per il minor tempo individuale, in modo da distribuire democraticamente il disagio, magari attraverso una turnazione – ma, appunto, è solo una mia idea in proposito, conseguente ad una mia personalissima visione del concetto di democrazia, o, se si vuole, di comunismo, secondo cui non ci sarebbe nulla di strano nel raccogliere la monnezza al mattino, zappettare l’orto subito dopo, filosofare a pranzo, fare una torta per merenda, dipingere al crepuscolo e lavare i piatti dopo cena).

Ma veniamo ora all’aspetto simbolico. Tralascio materie in cui non sono ferrato, come l’antropologia o la psicanalisi (con le relative implicazioni: il sottosuolo, i minerali, l’alchimia, le profondità, l’antro, l’inconscio, l’utero, la madre terra, ecc. ecc.), per concentrarmi esclusivamente sul risvolto filosofico (se proprio lo si vuol trovare) della faccenda.
L’allegoria della caverna di Platone è nota, e non occorre che io la evochi in tutta la sua complessità ermeneutica: ciò che qui mi interessa è riflettere sul delicato passaggio finale, quello dell’andirivieni dialettico dalla caverna – l’uscita alla luce, il rientro nelle tenebre – che Platone tratta quasi da fisiologo della conoscenza. Così egli descrive, nella parte esplicativa che segue l’allegoria, quella situazione di brusca variazione, quasi uno shock diremmo noi oggi: “Gli occhi sono soggetti a due specie di perturbazioni, e per due motivi, quando passano dalla luce alla tenebra e dalla tenebra alla luce”.  Già l’evidenza empirica ci dice come passaggi troppo violenti dalla luce al buio (o viceversa) possono perturbare la nostra visione delle cose, se non addirittura danneggiare l’organo visivo. Ma naturalmente Platone allude qui primariamente alla visione spirituale (e dunque conoscitiva, etica – e politica, come vedremo).
La parola chiave, non sempre messa nel debito rilievo, è abitudine: sia che si passi “dall’ignoranza a una condizione di maggior splendore”, sia da questa ad una “ottenebrata”, è l’abitudine a costituire la difficoltà principale del passaggio. Noi umani siamo animali abitudinari, conservatori, routinari, e difficilmente siamo portati a rompere gli schemi e passare da un piano dell’esistenza ad un altro; e anche quando succede ci limitiamo a sostituire un’abitudine ad un’altra. Probabilmente è la nostra stessa base biologica a raccomandarci tale prudenza conservativa.
Ma Platone richiede per la periagoghé (conversione o rivoluzione) da lui predicata, uno sforzo (un vero e proprio jihad, come si direbbe nella lingua araba), volto a forzare le maglie della consuetudine per infilarsi nel flusso pericoloso della dialettica. Un flusso che però (e questa è l’altra cosa notevolissima) non è mai a senso unico, ma appunto, come dicevo poco fa, un vero e proprio andirivieni, un movimento alterno in entrata e in uscita: “Ciascuno deve dunque, a turno, discendere nella dimora comune agli altri e abituarsi e contemplare quegli oggetti tenebrosi”.
Addirittura Platone usa il termine “costrizione”, per spiegare questa ridiscesa: “costringere le migliori nature”, “costringendoli a curare e custodire gli altri”. L’ascesa e la discesa, la via tra la luce e le tenebre, che richiede uno sforzo immane (a costo dell’equilibrio visivo-eidetico – diremmo oggi più modernamente “psichico”), è innanzitutto un dovere etico. Gli illuminati (poco importa qui come questa illuminazione avvenga, potrebbe anche essere casuale dopotutto, così come casuale è la rottura delle catene) – coloro che hanno visto la luce del sole, secondo la narrazione allegorica – si devono abituare (o ri-abituare) a vedere come i loro simili che abitano ancora le tenebre, “a contemplare quegli oggetti tenebrosi”. Solo in questo modo – passando continuamente dalla realtà al sogno – potranno tener ferma la verità e la scienza, operare distinzioni e, soprattutto, operare il bene. Ciò che infatti Platone non perde mai di vista è la dimensione politica, comunitaria, che dunque è tutt’uno con quella gnoseologica: solo conoscendo si può governare, solo governando si può conoscere.
Ma qui c’è un’ulteriore e raffinatissima distinzione (quantomai utile per il tempo presente): solo chi non ha alcun desiderio di governare può davvero governare bene. Sembra paradossale, ma è precisamente così, e Platone lo ribadisce con grande nettezza: “al governo devono andare persone che non amino governare”, poiché solo nel caso di politici amanti dell’oro della conoscenza, e non “pezzenti avidi di beni personali” lo stato potrà essere ben governato. Il fatto che la teoria e la storia della politica lo abbia dimenticato (o platealmente smentito) ci dovrebbe indurre a considerare la possibilità di una sua radicale rifondazione, o, meglio ancora, di un riposizionamento sovrapolitico del discorso sulla convivenza e sulla dimensione comunitaria.

Non so se la vicenda dei 33 lavoratori cileni possa essere ricondotta al discorso platonico, e alle sue molteplici implicazioni; o se Platone possa salire e scendere oggi lungo i cunicoli di quelle miniere – eppure proprio la torsione dialettica dei concetti e dei discorsi (di vita e morte, luce e tenebre, giustizia e ingiustizia), può forse ancora aiutarci a ristabilire senso e ordine delle cose e delle parole, specie in un’epoca in cui tutto viene ricondotto al marasma umbratile, spettacolare (e quantomai cavernicolo) della doxa.

Mario Domina, Platone in minieraultima modifica: 2010-10-27T15:29:34+00:00da mangano1
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