A.Bandinelli, Capitini e la religione della libertà

CAPITINIjpg.jpg
Notizie Radicali

CAPITINI E LA RELIGIONE DELLA LIBERTÀ (*)

di Angiolo Bandinelli

Intervenendo a un incontro-dibattito svoltosi di recente a Roma per commemorare la figura e l’opera di Aldo Capitini, Francesco Rutelli ha ricordato che nel 2011 ricorrerà il cinquantenario della prima Marcia per la Pace Perugia-Assisi, la celebre e controversa iniziativa realizzata dal pensatore italiano forse più attento e acuto nella  interpretazione e diffusione della ortodossia gandhiana. L’incontro-dibattito era stato promosso dalla rivista “Diritto e Libertà” (direttore Mariano Giustino) che nel numero di luglio ha pubblicato gli atti del Convegno “A proposito di Capitini. Nonviolenza, l’alternativa praticabile”, tenutosi nell’ottobre 2008 a nella città cara al filosofo, Perugia appunto. Rutelli ha suggerito di rievocare criticamente l’evento, sottraendolo alla dimenticanza o alle prevedibili agiografie e/o strumentalizzazioni e cercando invece di farne rivivere il nocciolo e l’originalità politica.

Si raccolga l’invito, subito: la spettacolare marcia, i cui “sequel” hanno poi disperso la felicità innovativa di quella prima edizione, segnò un momento alto del dibattito allora apertosi, non solo in Italia, sulle vie e i mezzi da adottare per guadagnare la pace, sottraendola e difendendola dal rischio incombente di una guerra fredda che dall’erezione del muro di Berlino – avvenuta giusto un anno prima – teneva sotto scacco l’umanità con la minaccia di una guerra nucleare tra le due superpotenze, USA e URSS, entrate ormai nella spirale del riarmo atomico.  Se il PCI metteva in campo i “Partigiani della Pace”, Capitini attraverso il suo “Movimento nonviolento” e i radicali con il loro antimilitarismo, collegato ai nuovi movimenti libertari – soprattutto americani – per i diritti civili, tentarono di indicare altri percorsi ad una opinione pubblica disorientata, impotente e impaurita.  Furono, i loro, sforzi preziosi, perché evitavano di consegnare la campagna per la pace all’egemonia del PCI, contrapponendogli iniziative e valori ancorati alla democrazia.

Sarebbe però sbagliato restringere Capitini nei confini di quella lotta antimilitarista o, se si vuole, pacifista. Era innanzitutto un intellettuale, singolare e anomalo rispetto al panorama politico e culturale italiano del tempo. Nella sua riflessione si coagulavano ispirazioni, tendenze e forme – minoritarie, spesso “eretiche” – tese a sviluppare nuove forme di democrazia, più ricche e più articolate di quelle offerte dai partiti, anche di sinistra. Per dire: Capitini ha a suo merito l’aver tenuto alta nel nostro paese, insieme a pochissimi altri, la bandiera di una ricerca religiosa non vincolata alle norme delle istituzioni ecclesiali: della chiesa cattolica, in primo luogo. Nel 1937, Benedetto Croce fece pubblicare da Laterza il libro di esordio del giovane pensatore, con un titolo scelto nientemeno che da Gianfranco Contini: “Elementi di una esperienza religiosa”. Quelle poche pagine sviluppavano una vigorosa polemica contro la chiesa di Pio XII, in nome di una “religione aperta”, non irrigidita in dogmi e istituzioni, foriera di una “persuasione nonviolenta” che riconosca la preminenza del “tu” sull’”io” nella “compresenza” di tutti gli esseri –  i viventi ma anche i morti – e si ponga  come una sorta di “aggiunta” alla politica per favorire la nascita di una democrazia più ricca.  Era un percorso di ricerca cui, per altre vie, lo stesso Croce non fu in quegli anni estraneo; e penso al Croce che nel 1938 elaborava la stupenda immagine della “religione della libertà”, l’immenso afflato interiore che sostiene l’uomo nel suo anelito a conquistare e insediare nel mondo valori intensamente umanistici. La “religione della libertà” crociana si ergeva come estremo baluardo contro i totalitarismi allora dilaganti.  Una analoga ricerca di nuove forme di religiosità in chiave laica la sperimentò, all’epoca, anche Simone Weil che nel 1937, mentre attraversa, ammalata, l’Italia, sospinta da una forza irresistibile si inginocchia in una chiesa di Assisi pur senza mai poi approdare alla chiesa cattolica, per timore che le chiusure dogmatiche possano frenarla nella sua ricerca di autentiche esperienze religiose e mistiche. Il libro di Capitini ebbe una forte eco tra la gioventù intellettuale antifascista e fu il nocciolo da cui, in collaborazione con Guido Calogero, nacque il “Movimento liberalsocialista” poi confluito nel Partito d’Azione.

Un laico non può non riflettere su queste appassionate, preziose esperienze. Ne sente l’attualità, tutta da valorizzare in tempi di conclamata rinascenza della religiosità. E lo può fare tranquillamente, saldamente ancorato come è ad una sua concezione della religiosità fondata e incardinata sulla doverosità laica e sulla fiducia nella possibilità, per l’uomo, di costruire nuove e più universali norme e pratiche di diritto e di diritti civili e umani. Di stampo liberale e socialista: ispirati, insomma, alla crociana “religione della libertà”.

(*) da “Il Foglio”

A.Bandinelli, Capitini e la religione della libertàultima modifica: 2010-07-23T12:22:32+00:00da mangano1
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento