Guido Viale,La dittatura dell’ignoranza

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La dittatura dell’ignoranza
Data di pubblicazione: 13.05.2010

Autore: Viale, Guido

Una riflessione collettiva sui temi di fondo dei nostri anni, aperta
da questo articolo su Carta del 30 aprile 2010. È vero che ha vinto
TINA (There Is No Alternative)?

Ma perché nel paese che ha avuto il più grande partito comunista e il
più forte movimento operaio dell’Occidente, una cultura di sinistra
egemone per almeno tre decenni, una delle manifestazioni più radicali
e prolungate del «’68» e la maggiore proliferazione dei gruppi della
sinistra radicale siamo poi caduti tanto in basso da diventare lo
zimbello di tutta l’Europa, sia di destra che di sinistra?

Per alcuni, perché non sono stati elaborati quegli anticorpi che hanno
permesso invece ad altri popoli e paesi di non venir travolti – o di
venir travolti in misura minore – dall’ondata di demagogia e populismo
che ha accompagnato gli sviluppi della globalizzazione nel corso degli
ultimi due decenni; e che rischia di avere effetti ancora più deleteri
con lo scoppio e il prolungarsi – a tempo indeterminato – della crisi
economica. Per altri, perché la maggior parte delle risorse di quelle
organizzazioni, o di una parte preponderante di esse, è stata per anni
impegnata nel contenere, nel contrastare, nello screditare, assai più
che nell’assecondare, le spinte sociali di cui pretendevano la
rappresentanza; lasciando così liberi i germi della reazione di
sviluppare indisturbati tutte le loro potenzialità; o addirittura
alimentandoli. Forse le due tesi non sono così alternative come la
loro contrapposta formulazione potrebbe far credere.

Nelle condizioni materiali che stanno alla base del regime
berlusconiano c’è certamente un risvolto specificamente italiano; ma
ce ne è anche uno, sicuramente più rilevante, di dimensioni
planetarie, o comunque transnazionali. Entrambi sono il portato di una
mutazione antropologica con cui occorre fare i conti. Anche se i suoi
tratti sono complessi, la cifra di questa mutazione è riconducibile a
quella «dittatura dell’ignoranza» che ha dato il titolo a un recente
testo di Giancarlo Majorino [Tropea, 2010]. In Italia Silvio
Berlusconi non ha «sdoganato» soltanto il fascismo, ancora largamente
diffuso tra i ranghi dell’ex Alleanza nazionale, e anche altrove.
Questo è stato, almeno in parte, un mero epifenomeno della politica.

Quello che Berlusconi ha veramente sdoganato è l’ignoranza; l’orgoglio
di essere ignoranti; il disprezzo, questo sì di stampo fascista, per i
saperi, qualsiasi sapere, e per i loro cultori; la pretesa di «fare» e
saper fare anche senza conoscere e sapere; la convinzione, latente
anche prima di lui nello spirito nazionale ma promossa a piene mani
dal sentire di cui è espressione il suo regime, di essere migliori di
tutti gli altri: in particolare di arabi, «negri», cinesi, slavi,
ebrei, a seconda dei gusti. Oggi è del tutto normale per personaggi
come Borghezio, Gentilini o Calderoli sentirsi e presentarsi come
esemplari di un mondo e di una razza superiori; e considerare e
trattare figure come Mandela, Evo Morales o Gandhi, e soprattutto i
popoli che li hanno espressi, come esemplari di un universo subumano.

Questo sdoganamento dell’ignoranza, il cui strumento principale è
stata in Italia la televisione, privata e di Stato – la peggiore del
mondo; e non solo nei notiziari e nelle trasmissioni «politiche»,
quanto soprattutto nella pappa securitaria [fondata sulla propalazione
della paura] e decerebrata rifilata quotidianamente al pubblico
culturalmente più indifeso dalle trasmissioni di intrattenimento – si
è innestato tuttavia su alcuni processi di fondo che attraversano il
panorama mondiale da decenni.

Il primo è il passaggio epocale – uso questo termine abusato a ragion
veduta, perché in questo caso lo ritengo appropriato – dalla cultura
scritta dei libri, dei giornali e delle riviste alla cultura
audiovisiva della televisione e di internet. Solo due o tre altri
passaggi hanno avuto sulla storia umana un peso paragonabile: quello
tra cultura orale e scrittura, quello dal manoscritto alla stampa e,
forse, quello dalla lettura ad alta voce alla lettura mentale. In
tutti e tre i casi, le modalità di trasmissione e comunicazione
precedenti non sono state eliminate [ancora oggi si imparano a memoria
canzoni e persino poesie; qualcuno scrive ancora a mano; molti leggono
a voce più o meno sommessa]; ma soverchiate, sicuramente sì.

Se è vero che i «contenuti» veicolati su questi supporti possono
essere gli stessi – ma in genere non lo sono – le modalità di
trasmissione e di recepimento ne alterano radicalmente la portata. In
fin dei conti il medium è il messaggio. Su questo punto non occorre
insistere perché è stato ampiamente analizzato: la pagina scritta
richiede attenzione, sforzo, riflessione, invita a costruire schemi e
griglie per sistemare – e sistematizzare sulla base di un principio di
coerenza – quanto appreso. L’audiovisivo è molto più volatile;
consente – anche se non necessariamente impone – una ricezione più
passiva; non comporta, se non in rari casi, uno sforzo di
apprendimento e meno ancora di interpretazione o di «traduzione»;
permette di passare da un tema all’altro – o addirittura da un
universo all’altro – con la semplice pressione di un tasto; non si
deposita, o si deposita solo flebilmente, nel costrutto mentale del
recipiente; soprattutto si rinnova ogni giorno, cancellando o
relegando nell’oblio quello che era stato detto o comunicato solo
ieri.

L’espressione «cultura del palinsesto», che un tempo indicava il
faticoso recupero di un supporto organico, raschiando la pelle di una
capra per depositarvi sopra un nuovo testo a spese di quello
cancellato – che magari era assai più importante e che a volte oggi
riusciamo a recuperare con sofisticate tecnologie – ai giorni nostri
sta a indicare che le informazioni, come le affermazioni, cambiano
ogni giorno; che quello che viene detto o visto oggi può contraddire
completamente quanto detto o visto ieri – o anche oggi stesso – senza
bisogno di spiegazioni. Quello che si perde, soprattutto, è la
tensione alla costruzione di un universo cognitivo coerente e
unitario. Come è noto, Berlusconi è stato il più rapido a capire e ad
appropriarsi di questo meccanismo.

In un ambiente del genere, l’unico modo per consolidare dei saperi è
quello di legarli strettamente a un’attività pratica. Le cascate di
parole e di immagini che ci investono attraverso i media audiovisivi
difficilmente si depositano, e quando lo fanno si sovrappongono in
strati tra loro impermeabili. Ma come la moneta cattiva scaccia quella
buona, l’inflazione di informazioni e immagini prodotta dai media
restringono progressivamente lo spazio riservato al testo scritto e
meditato.

La scuola tradizionale e tutta la formazione scolastica odierna sono
state le prime vittime di questo cambio di paradigma. Ancora quasi
interamente affidate all’accumulo di parole scritte in quotidiana
competizione con la marea di suoni, immagini e parole, gridate,
sussurrate o cantate, provocata dai media. Ovvio che a scuola non si
impari più nulla o quasi. Nessuno lo sa meglio degli insegnanti, anche
quando ne danno la colpa ai ragazzi.

Il secondo processo a cui è riconducibile la dittatura dell’ignoranza
è il fondamentalismo, non solo religioso – islamico, cristiano,
giudaico o induista: ma sempre vissuto come fattore identitario, con
effetti sanguinosi perseguiti in nome del bene contro il male – ma
anche «razziale»: trasferendo magari dal piano biologico a quello
culturale – in senso «antropologico» – la pretesa superiorità di
un’etnia o di una nazione sull’altra. Il fondamentalismo è stato e
viene alimentato soprattutto da una reazione identitaria e difensiva
nei confronti dei processi di sradicamento, di perdita delle proprie
certezze, di aumento dell’insicurezza indotti dalla globalizzazione.

Cresce in tutto il mondo il numero delle persone disposte a sostenere
che nella Bibbia, nel Corano, nelle Upanishad o nel Vangelo – spesso
senza conoscerne o senza nemmeno saperne leggere il testo – o in loro
interpretazioni schematiche, dogmatiche o addirittura false, e
comunque sempre autoritarie, è contenuto tutto quello che una persona
giusta deve sapere; e pronte a negare qualsiasi evidenza, scientifica
e non, che ne contraddica anche solo una singola sentenza.

Anche in questo caso il berlusconismo, questa volta anticipato dalla
Lega, disinvoltamente passata dall’adorazione del dio Po, o Eridano, e
dai riti celtici all’alleanza con Cristo re, ha saputo e potuto
mettere a frutto la sostanza fondamentalmente razzista di questa
chiusura culturale. Lo ha fatto con un’alleanza tra trono e altare
configurata ad hoc per coprire reciprocamente le rispettive debolezze.
Il risultato più feroce e grottesco di questo innesto sono le
dissertazioni psudoscientifiche sullo statuto dell’embrione, sulla
tempistica dell’estinzione della vita o sull’omosessualità. E lo sarà
probabilmente ben presto anche l’imposizione del creazionismo, come
già avviene in molte scuole degli Stati Uniti.

Il vuoto culturale indotto o favorito da questi due processi, cioè la
dittatura dell’ignoranza e il fondamentalismo, convive con – o
addirittura si qualifica come – una sorta di pragmatismo «di
ordinanza», imposto dalla cosiddetta fine delle ideologie: in realtà
di una sola ideologia, quella socialista, con la sua appendice
comunista; che forse ideologia non era, bensì un insieme di saperi,
seppur parziali e di parte, e certo irrigiditi da una codificazione
autoritaria, e in questa forma sicuramente inadatti
all’interpretazione del mondo attuale; ma la cui cancellazione ha
lasciato dietro di sé solo macerie.

Perché le altre cosiddette «ideologie» dei due secoli scorsi non sono
certo scomparse. Quella cattolica – la «dottrina sociale della chiesa»
nelle varie formulazioni che hanno tenuto uniti molti partiti
occidentali per più di un secolo – o genericamente cristiana, lungi
dallo scomparire, è possentemente risorta negli ultimi decenni in
forme più radicali, brutali e «ideologiche» sotto le vesti, appunto,
di integralismo fondamentalista. E quella liberale, trasmutatasi in
fondamentalismo liberista, ha ormai occupato tutta la scena planetaria
sotto forma di «pensiero unico». Che altro non è che la forma più
schematica e idiota di un «mercatismo» da tempo impegnato a
identificare tutte le manifestazioni della vita umana, e a volte anche
quelle della natura, con una sorta di totalitario «darwinismo
sociale»: un meccanismo fondato sulla competizione e la selezione
comandato dal gioco di un mercato concorrenziale che non è mai
esistito e mai esisterà in quella forma. Se non negli scritti
dottrinari di centinaia di migliaia di accademici che hanno fatto da
scudo alla prassi dei rispettivi allievi.

I quali, come ha ben illustrato Naomi Klein in «Shock Economy»
[Rizzoli, 2007), dalle istituzioni universitarie in cui sono stati
allevati hanno finito per occupare tutti i gangli vitali degli
organismi che governano i processi della globalizzazione economica:
dalla Banca mondiale alla Wto, dal Fmi alla Commissione europea, fino
a coinvolgere i vertici di quasi tutti gli Stati sia dell’Occidente
che di quelli nati dalla dissoluzione dell’impero sovietico, e persino
della Repubblica popolare cinese, che pure si dichiara ancora
«comunista».

Proprio perché autentica ideologia, che non ha alcun riscontro non
solo nella realtà dei processi economici [i «mercati» reali], ma
nemmeno nella prassi di chi la professa solo per farne un paravento
delle proprie scelte, il liberismo o «pensiero unico» può essere
senz’altro identificato con la forma più dispiegata e diffusa di
ignoranza: una forma, cioè, non solo di occultamento della verità, ma
di orgoglio nel volerla ignorare. Mentre i suoi proseliti, di destra e
di sinistra, o né di destra né di sinistra, non sono che sacerdoti di
questa «dittatura dell’ignoranza».

Il riscontro più immediato di questo fenomeno – ma ce ne sono altri
mille disponibili, basta osservare un’assemblea di Confindustria – lo
troviamo nell’auditel: è il mercato pubblicitario, che riflette
puntualmente indici di ascolto ampiamente determinati da chi controlla
i media, a indirizzare la programmazione, cioè le «scelte culturali»
dei palinsesti: cioè a far precipitare i contenuti delle trasmissioni
televisive verso la decerebrazione totale. Il riscontro più massiccio
e tangibile dello stesso fenomeno è invece il controllo totale del
mercato, cioè della rendita fondiaria e della speculazione edilizia,
sulla morfologia delle città e sulle forme dell’espansione urbana: in
tutto il mondo. Cioè sulle basi materiali, fisiche, solide, che
costituiscono l’infrastruttura della convivenza umana; con il loro
portato di idiotismo abitativo, di brutalità sociale, di analfabetismo
culturale e di bruttezza.

Per questi motivi il populismo autoritario e personalizzato – di cui
Berlusconi è forse l’esponente maggiore nel mondo odierno, e
sicuramente quello di maggiore successo, ma non certo l’unico – è la
manifestazione più vistosa di una tendenza che si radica in questi due
processi in atto, declinandoli in differenti versioni nazionali,
regionali, locali, o anche etniche e religiose [anche la chiesa
cattolica, da Wojtyla in poi – anzi, soprattutto con Wojtyla – è una
tipica manifestazione di questo andazzo: populismo, autoritarismo,
fondamentalismo e dittatura dell’ignoranza].

All’interno di questo meccanismo infernale la competizione politica si
è ridotta a una corsa al peggio: vince chi riesce a falsare di più la
realtà; a degradare di più contenuti e forme della comunicazione; a
solleticare maggiormente gli istinti più bassi – e sempre latenti –
dell’umanità; a farle rinunciare più tranquillamente alla propria
dignità; a promuovere di più il servilismo [l’entourage di Berlusconi
ne è sicuramente l’esempio più vistoso del mondo; ma, anche qui, la
gerarchia cattolica non gli è da meno]. E’ un processo di cui siamo
quotidianamente spettatori; ma spesso anche, volontariamente o no, sia
attori che vittime. Il suo fondamento è noto, ed è stato battezzato
con un acronimo: Tina [«There is no alternative»: non si può fare
diversamente]. E’ la gabbia in cui si sono autoreclusi tutti quelli
che accettano di competere nello stesso agone, sulla stessa arena. Ma
individuare un’altra arena e promuovere un impegno collettivo in essa
è, come ognun sa, tutt’altro che semplice.

In altra sede [«Prove di un mondo diverso», NdaPress, 2009] ho
proposto una periodizzazione di questo processo per ricollocarlo in un
tempo storico: primo passo – ma indispensabile – per prospettarne un
possibile superamento: gli oltre sessant’anni che separano la crisi
attuale dalla fine della seconda guerra mondiale possono essere divisi
in due parti. La prima, i cosiddetti «trenta gloriosi», si sono
svolti, bene o male, all’insegna della decolonizzazione; di una
pretesa «competizione pacifica» tra Occidente e Comunismo [pur nel
quadro della guerra fredda; e certo contrassegnata da orrori come i
gulag, le dittature imposte con colpi di stato, i conflitti sanguinosi
in Corea, in Vietnam, in Africa, in Medio oriente]; e soprattutto
all’insegna dello «sviluppo» economico, della crescita
dell’occupazione, dei livelli salariali, del welfare e del consumismo
nei paesi «sviluppati»; della loro attesa in quelli via via
decolonizzati.

La seconda parte del periodo ha visto l’inversione di tutti questi
processi: il fallimento delle promesse della decolonizzazione; la fine
dell’equilibrio bipolare e la moltiplicazione delle guerre locali; la
contrazione dei redditi del lavoro e l’aumento di quelli del capitale,
con il conseguente aumento stellare delle differenze sociali, tanto
nel primo quanto nel secondo, nel terzo e nel quarto mondo; il crollo
del welfare, l’esplosione del debito delle persone, delle imprese,
delle economie, dei governi nazionali e locali, usato soprattutto per
procrastinare una resa dei conti; la conseguente «finanziarizzazione»
dell’economia mondiale.

Se a mettere in mora gli equilibri – meglio sarebbe dire gli squilibri
– instaurati nel corso di questo secondo periodo è stata l’esplosione
della crisi finanziaria, e poi economica, e in ultima analisi
ambientale, a mettere in mora gli equilibri dei «trenta gloriosi» era
sta l’esplosione del ’68: cioè dei movimenti sociali che a partire
dalla metà degli anni sessanta, e per tutta la prima metà dei
settanta, avevano attraversato quasi tutti i paesi, sia dell’Occidente
che del «Terzo mondo» e del mondo comunista, muovendo dalle università
per investire in modo più o meno profondo tutto l’assetto sociale.

I tratti costitutivi comuni a tutti quei movimenti, per lo meno nella
loro fase iniziale, erano stati uno spirito di rivolta e una temperie
antiautoritaria tesi all’affermazione della propria autonomia
personale nell’ambito di un processo di crescita collettiva. Temperie
e spirito che si erano poi propagati in tutti gli ambiti sociali:
dalle fabbriche all’università, dalle scuole alle carceri, dai corpi
militari all’amministrazione della giustizia, dai quartieri ai
laboratori di ricerca: con il tentativo di disarticolare le linee di
comando gerarchico – e non solo quelle del sistema di fabbrica –
attraverso la messa in questione del proprio ruolo e dei propri
compiti. Ma quei movimenti si erano poi arenati, sfrangiati e
dissolti, non tanto sotto il peso della repressione [che pure in
alcuni paesi era stata violenta], quanto per mancanza di punti di
applicazione concreti, una volta venute meno le ragioni e le occasioni
che li avevano suscitati, come la mobilitazione contro la guerra in
Vietnam o la rigidità delle strutture dell’università, delle
professioni e, dove ancora prevaleva come modo di produzione, della
grande fabbrica fordista.

La «lunga marcia attraverso le istituzioni» propugnata dal leader
degli studenti tedeschi Rudi Dutschke non aveva trovato a sua
disposizione saperi adeguati a formulare e perseguire strade
alternative a quelle di una contestazione ripetitiva, e a lungo andare
sterile, degli assetti del potere costituito. Ed è qui che vanno
cercate probabilmente anche le radici di un irrigidimento dottrinario
di tanta parte del movimento che ha poi generato una proliferazioni di
gruppi e sottogruppi in concorrenza tra loro; una «mania» che in molti
paesi, tra cui l’Italia, si è poi protratta addirittura fino ai giorni
nostri.

D’altronde, se fino ad allora il mondo accademico era stato dotto, ma
chiuso di fronte all’evoluzione della società e alle istanze di
autonomia delle persone, il ’68 aveva sì spalancato sul mondo reale le
finestre delle discipline universitarie, ma senza saperne poi trarre
delle indicazioni pratiche in grado di concretizzarsi in nuovi saperi.
Così l’accademia era ben presto tornata a chiudersi su se stessa; e da
allora non è stata più né aperta né dotta.

Il «pensiero unico» che ha guidato e in cui si è concretizzata la
reazione al «grande disordine» di quegli anni aveva dunque potuto
inserirsi proprio in quella debolezza dei movimenti del ‘68, affidando
il perseguimento di un obiettivo analogo al loro – la realizzazione
della propria autonomia individuale – non a un’azione collettiva e
consapevole, ma ai meccanismi ciechi e automatici [o presunti tali]
del mercato: affermazione e realizzazione personali sarebbero da
allora dipesi dal funzionamento selettivo e falsamente«meritocratico»
della competizione individuale.

Questo approccio è stato poi gradualmente e quasi inavvertitamente
assimilato da tutta la società; soprattutto dopo che l’affievolirsi e
il venir meno dell’«onda lunga» dei movimenti; e, in Italia, le
conseguenze di un terrorismo, di Stato e dei gruppi armati, che ne
aveva deviato la carica innovativa verso vicoli ancora più ciechi e
tragici – ne avevano disperso i già fragili presidi culturali.

Oggi la situazione si è in qualche modo invertita rispetto a quegli
anni: nei rapporti di forza, il mondo del lavoro ha perso l’autonomia
e la forza che aveva conquistato in anni di lotte e di antagonismo nei
confronti dei poteri forti del capitale, dei governi e delle grandi
corporation. Queste ultime sono ormai organismi in larga parte
sovranazionali, in grado sia di ricattare i governi nazionali che di
assoldarne il personale [la corruzione è infatti diventata un elemento
costitutivo dei «meccanismi di mercato» o, se vogliamo, del «modo di
produzione»; e non solo in Italia]. Oggi esse appaiono – e sono – più
forti che mai, nonostante la crisi; anzi, anche grazie alla crisi, che
accresce la loro capacità di ricattare e sfruttare una massa
sterminata di lavoratori, dipendenti e autonomi, manuali o
intellettuali [il cosiddetto «cognitariato»], del nord e del sud del
mondo, ma sempre più precari, dispersi su tutto il pianeta dai
processi di delocalizzazione e sempre più esposti al ricatto che
questi processi consentono di esercitare.

Ma dal punto di vista dei saperi, il grande capitale e gli
establishment politici degli Stati – sia di maggioranza che di
opposizione – e persino il mondo accademico più direttamente
interconnesso con essi sono ormai imprigionati dentro la gabbia sempre
più stretta del «pensiero unico»: cioè della loro ignoranza. Ne sono
prigionieri perché per loro, allo stato di cose esistente «non c’è
alternativa»: Tina.

In Italia questa perdita di conoscenze – e di capacità di conoscere –
ci viene ribadita quasi ogni giorno dai rappresentanti
dell’opposizione: «Non abbiamo saputo riconoscere e interpretare
l’evoluzione della società» è ormai diventato un ritornello. Ma forse
che i rappresentanti della maggioranza lo hanno saputo fare? Certo
sono «al passo» con molte delle sue trasformazioni: anzi, a volte le
anticipano e nel caso di quelle peggiori, come la rinata virulenza del
razzismo, la competizione senza freni, il disprezzo per la conoscenza,
l’ipocrisia e la truffa, le solleticano e le moltiplicano. Hanno
«fiuto» si dice. Ma il fiuto è una facoltà che ti tiene legato a
terra, impedisce di sollevare lo sguardo verso l’orizzonte, costringe
a seguire tracce di itinerari già percorsi.

Ma di quali strumenti dispongono mai i membri dell’establishment di
tutti i paesi del mondo, e del nostro in particolare, per fare fronte
alla crisi ambientale, alla globalizzazione dell’economia, alla sua
finanziarizzazione, alla dissoluzione dei legami sociali? Sia loro che
l’opposizione non possono fare altro che rincorrere questi processi e
cercare di adeguarvisi; perché «non c’è alternativa» [Tina]. Giocano
con i numeri – e con il fuoco; e con la guerra; e con i disastri
economici, e con la crisi ambientale – come stregoni: dividendosi i
compiti. Alcuni sono addetti a esorcizzare i disastri: va tutto bene;
altri a prospettare giorno per giorno soluzioni fasulle, il cui unico
risvolto è il business ad esse connesso; altri, infine, a dare la
caccia – una caccia spesso brutale – a qualche capro espiatorio: gli
immigrati, la concorrenza cinese, il pubblico impiego e persino il
ricorrente fantasma del ’68.

Di contro, nel corso di questi stessi anni, e in forma quasi carsica,
è andata sviluppandosi, ad opera di una molteplicità di organismi, di
movimenti, di studiosi indipendenti, di «imprenditori sociali», spesso
collettivi, una serie di saperi autonomi che coprono quasi tutto
l’arco dei problemi e dei settori decisivi per affrontare sia la crisi
ambientale, tanto a livello globale che locale, sia la crisi
occupazionale, la crisi alimentare, quella energetica, quella
urbanistica, quella educativa. Si tratta di saperi direttamente legati
a una prassi, o a verifiche pratiche dirette o già sperimentate
altrove, o messe comunque alla prova in attività di disseminazione
mirate e capillari. Per ora coinvolgono solo alcune minoranze più o
meno diffuse, ancora insufficientemente collegate tra loro;
soprattutto perché quei movimenti sono spesso monotematici e la
ricomposizione di iniziative del genere è difficile e complessa.

Quarant’anni fa gli unici ambiti intorno a cui erano andati
sviluppandosi saperi e pratiche alternative alle conoscenze egemoni
erano la medicina – soprattutto per quanto riguarda le prevenzione sui
luoghi di lavoro, anche grazie all’apporto di alcune organizzazioni
sindacali – e, in misura più ridotta, e certo con esiti meno
sostenibili, l’urbanistica.

Oggi i saperi che i movimenti degli anni più recenti hanno contribuito
a costruire, o a consolidare attraverso una pratica diretta, o intorno
a cui sono andati sviluppandosi nel corso degli anni, permettendo la
formulazione e la condivisione di piattaforme rivendicative o
programmatiche sempre più ampie e circostanziate, riguardano una vasta
gamma di ambiti: innanzitutto le tecnologie e l’utilizzo delle fonti
energetiche rinnovabili come alternativa a un sistema interamente
dipendente dai combustibili fossili; l’efficienza energetica;
l’edilizia ecocompatibile; l’urbanistica partecipata; l’agricoltura
biologica; l’alimentazione e il ciclo agroalimentare nel suo insieme.
E poi la gestione dei rifiuti [prevenzione e riciclo] per ridurre il
consumo di risorse vergini, ma anche per interconnettere e sviluppare
processi industriali su basi locali; la mobilità flessibile; la
conservazione della biodiversità; la manutenzione del territorio e del
patrimonio edilizio e soprattutto l’informatica open source e la
condivisione di contenuti: un processo che nelle sue diverse
espressioni coinvolge milioni di soggetti in tutto il mondo e consente
circolazione e gestione di informazioni e idee in forme autonome.

In realtà sono tutti i saperi su cui sono cresciuti i nuovi movimenti
a unire in forme inscindibili competenze tecniche specialistiche, più
o meno largamente diffuse, con competenze gestionali che derivano da
una pratica diretta. Ma si parla qui di competenze gestionali che
riguardano beni comuni o procedure condivise, apprese ed eventualmente
codificate in corso d’opera, nell’ambito di processi partecipativi che
prevedono come loro pre-condizione l’impegno al confronto e alla
collaborazione tra soggetti diversi, con interessi, valori e
condizioni materiali diverse; e anche tra loro conflittuali.

Un «know how» del tutto estraneo alle pratiche e alle competenze della
maggioranza delle amministrazioni locali, per non parlare delle
società di servizi pubblici locali, pubbliche private o miste, che
spesso coltivano il tema della «responsabilità sociale dell’impresa» o
pubblicano i loro bilanci sociali in carta patinata solo per
imbellettare il loro operato; ma che sono del tutto impreparate a
misurarsi con processi collettivi di presa in carico di una gestione
condivisa dei beni comuni oggi affidati alle loro amministrazioni.
Conoscenze tecniche, conoscenza del territorio e competenze gestionali
autonomamente acquisite, cioè capacità di autogoverno, o comunque di
partecipazione tesa a accrescere o realizzare un controllo dal basso
dei processi economici e delle scelte politiche, sono dunque
indissolubilmente legati ai processi di partecipazione.

A differenza di quanto era successo quarant’anni fa, quando i
movimenti si erano arenati soprattutto per l’incapacità di
confrontarsi con la dimensione pratica dei problemi, oggi la forza dei
movimenti risiede in primo luogo nella qualità dei saperi che hanno
sviluppato o sulla cui diffusione sono cresciuti. Democrazia e
partecipazione sono ormai inscindibili da conoscenza e saperi diffusi.

L’esempio più luminoso di questo accoppiamento ci è forse fornito dal
movimento No Tav della Val di Susa: un movimento fondato su una
larghissima partecipazione, che ha saputo rinnovarsi e resistere a una
serie di attacchi concentrici per anni. E che ha polarizzato gli
schieramenti a tal punto da spingere i signori delle tessere e delle
leve di governo di Regione, Provincia e comune di Torino a imporre ai
loro referenti locali di allearsi con i propri [pretesi] avversari
politici, nel vano tentativo di mettere alle corde i protagonisti del
movimento. Con l’esito, in termini elettorali, che tutti sappiamo:
hanno consegnato alla Lega e a Berlusconi le chiavi della Regione,
oggi; e probabilmente quelle della Provincia e della città, domani.

Che cosa dicono quei signori, e i loro corifei, per giustificare
un’aberrazione del genere, perpetrata a spese di tutta la popolazione
che avrebbero dovuto rappresentare? Dicono «non c’è alternativa»
[Tina]. Tav è progresso, è industria, è finanza, è occupazione, è
collegamento con l’Europa, è riduzione dell’impatto del trasporto. E
si fermano lì. Non un’analisi dei flussi di merci presenti e futuri,
che per tutti gli esperti di trasporto non richiedono assolutamente un
investimento del genere. Non un’analisi costi benefici [anzi, una sì:
dei professori Pennisi e Scandizzo, due luminari del settore, che
manipolano dati di cui non espongono né fonti né procedure di
elaborazione e ne ignorano altri ben più significativi]. Non la minima
attenzione per le condizioni di vita di una popolazione che vorrebbero
condannare a vivere dentro un cantiere, per di più altamente nocivo,
per i prossimi quindici o vent’anni. E, soprattutto, la favola della
riduzione dell’impatto del trasporto merci di una ferrovia pensata per
trasportare solo passeggeri a 250 chilometri all’ora, pur essendo
chiaro che il passaggio delle merci dal trasporto su gomma a quello su
ferro o si fa – gradualmente – in tutto il paese, o non avverrà in
nessuna sua tratta. E’ il trionfo dell’ignoranza.

Guardate ora la conoscenza diffusa che larga parte della popolazione
della Val di Susa ha sviluppato nei confronti del progetto di Tav
Torino-Lione, dei problemi relativi al trasporto e agli impatti
ambientali, dei costi e dei benefici e soprattutto degli impatti
sociali ad esso connessi. Una conoscenza su cui è stata costruita la
forza del movimento. Se ne può ricavare un’idea navigando nei diversi
siti web gestiti collettivamente dai comitati che animano il movimento
e che sono aperti a una partecipazione corale di tutta la popolazione.
Come in molte altre situazioni analoghe, la cosa che impressiona di
più è la conoscenza, anche tecnica, dei problemi che essi dimostrano;
la ricchezza della documentazione, anche di parte avversa, che
espongono; l’onestà intellettuale nella gestione dell’informazione.
Tutte risorse oggi del tutto inutilizzate da chi ha le leve del
governo a qualsiasi livello. Ma tutte cose che fanno dire che
democrazia e conoscenza costituiscono ormai un binomio inscindibile.

Quello che vale per la Val di Susa vale dappertutto. Democrazia e
partecipazione vengono costruiti intorno o attraverso saperi che non
possono prescindere da una conoscenza specifica del territorio: quella
che solo chi ci vive e lavora può possedere. E che è indispensabile
per mettere a punto progetti specifici di rientro nei parametri della
sostenibilità ambientale, sociale ed economica, che sono
necessariamente diversi da un territorio all’altro, come sono diverse
le risorse fisiche e umane su cui contare, le opportunità da
valorizzare, i problemi specifici da risolvere. Ma che proprio in
questa differenziazione locale, all’interno di una visione globale,
radicano la pratica di una autentica democrazia partecipata.

Guido Viale,La dittatura dell’ignoranzaultima modifica: 2010-06-30T18:39:14+00:00da mangano1
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