Aug.Vegezzi,Tutta colpa del’ ’68?

da MICROMEGA

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Tutta colpa del’ ’68?
La jacquerie dei bamboccioni?
Il teorema socio-politico di Michele Buquicchio (in seguito B.), brillante, ben scritto e farcito d’intelligenti citazioni, stigmatizza la perversione dell’attuale casta di vegliardi evergreen  che, attaccata al potere e alla vita come una cozza allo scoglio, domina il paese fagocitandone tutte le risorse e lo condanna al declino lagerizzando e sfruttando ferocemente le nuove generazioni tra i venti e i quarant’anni, condannate alla sussistenza ed espropriati di presente e futuro1.
B. conclude il suo saggio auspicando un finale ‘duello per la sopravvivenza …  [non più] tra
destra e sinistra  [ma] tra  vecchi e meno vecchi’, sostenuto da un sibillino slancio mitopoietico.  Le fasce sociali indagate come meno vecchie  sembrano un’armata Brancaleone, che comprende anche i tre milioni di esclusi dal lavoro, esuberi e giovani rinunciatari, in cui risaltano i giovani precarizzati, oggi inerti perché divisi e subornati, in futuro punta di diamante di un blocco sociale, maggioritario e antagonista. Si tratta di una variante storica  della classe già in sé, rivoluzionaria, che sta maturando e diventando per sé, coscientemente, rivoluzionaria? No, una variante biologica.  Provvederà la Natura: i giovani biologicamente col tempo crescono e diventano adulti, aumentano anche i loro istinti di sopravvivenza e riproduzione, i loro bisogni libidici e le loro fantasie parentali, coiscono e figliano, costituiscono famiglie, vedono crescere con figli bisogni e miserie, la loro rabbia trabocca, inventano un mito e insorgono. Un tremenda jacquerie spazzerà la casta dei vegliardi ingordi e cannibali che li esclude, sfrutta e avvilisce. Dopo, si presume, alla guida del paese andranno i più competenti dei Call Center, degli addetti all’archiviazione, dei temporanei delle Poste, dei manovali della logistica, distribuzione, pubblicità, fast food etc.?
Un po’ di storia
La responsabilità del declino italiano, dovuto al dominio dei vecchi giovanilisti, da Berlusconi all’ultimo operaio graziato dall’art. 18, viene imputata da B. soprattutto alla generazione del ’68, vista come unita e compatta, una moltitudine di giovani assatanati, infantilmente rivoluzionari.
Le colpe dei sessantottini, la generazione oggi dominante dei sessanta – settantenni, si rivelerebbero,  contro la vulgata di ‘una partenza libertaria, egualitaria, utopistica e altruistica’,  nella finale vittoria dell’edonismo e della sconfitta delle ideologie, in nuce già all’inizio ‘… sotto il segno dell’egoismo.’ Perché il ’68 combatté non contro il conservatorismo ma per la razzia  di quelle risorse che i Padri conservavano per passarle ai Figli e non esclusivamente solo ai loro personali figli.
La generazione del ’68, in realtà, non partecipa alla Contestazione che in misura minoritaria, al massimo per un 20%. contando i veri credenti  e i seguaci passivi. Il resto risulta tra contrario e inerte, con un’ala fascista antagonista e aggressiva. I generosi Padri avevano larghe possibilità di lasciare le risorse  conservate ai Figli, sottraendole alla deprecata razzia dei pochi contestatori egoisti.  Nel ‘68 una minoranza  dei giovani formatisi nel decennio del boom economico  si infiamma per le promesse di democrazia liberale ed egualitaria della Resistenza e della Costituzione e  manifesta una crescente insofferenza verso il sistema autoritario delle normative e delle convenzioni vigenti, in particolare verso le vessazioni delle gerarchie scolastiche e universitarie e le restrizioni e repressioni imposte da cultura, morale e religione patriarcali. Con tutta la forza vitale della loro età, lungi dal piegarsi e adattarsi, come hanno dovuto fare le generazioni precedenti, quei giovani si rivoltano e innescano la Contestazione. La rivendicazione del diritto di esprimersi trova forza nella valorizzazione dell’io, un io cosciente e responsabile, in opposizione alla passiva accettazione del destino e dei ruoli prescritti e preconfezionati dalla società patriarcale. I giovani vogliono far valere le loro esigenze, emozioni e idee, vogliono nuove forme di vita, di comunità, di convivenza. E vogliono, tutti insieme, tutto e subito. In gergo freudiano: l’Io si auto-afferma in coniugazione e dialettica con gli altri Io e sullo stimolo degli impulsi vitali (Libido) in un processo comunitario che rifiuta le imposizioni socio-culturali (Super-Io). 
Le parole d’ordine coprono tanti problemi, nessuno egoistico: ‘L’obbedienza non è una virtù.  Studenti e operai uniti nella lotta. Vietnam libero. Atomiche al bando. Usa e Urss imperialiste. Vogliamo l’impossibile. Palestina libera… ’  Mai si era vista tanta passione coinvolgere masse crescenti di giovani in riunioni, assemblee, cortei, lotte come in studi, critiche, ricerche nella costruzione di una Controcultura. Perché questo distingue il ’68: il volontarismo nel rifiuto della scuola, della società e dello stato insieme al bisogno di esprimersi, comunicare e lottare per cambiamenti radicali, culturali, sociali e politici.
‘Non credo si possa parlare di rivoluzione compiuta … [piuttosto] di rivoluzione simbolica. … Oggi, [il 3 maggio 1968, a Parigi] è la parola a essere stata liberata. In tal modo si afferma, feroce, irreprimibile, un nuovo diritto, venuto a coincidere con il diritto di essere un uomo e non più un cliente destinato al consumo o uno strumento utile all’organizzazione anonima della società. …  Qua tutti hanno diritto di parlare.’ Michel de Certau
In quel periodo i paradigmi sociali gerarchici e classisti finiscono spazzati via dalla passione individuale e corale dei nuovi soggetti politici all’insegna di mantra inauditi: ‘Portiamo l’immaginazione al potere. Vietato vietare. Non è che un principio: continueremo a batterci’.
E’ il ’68 una lunga ricreazione, uno sfrenato carnevale, un ininterrotto orgasmo: libero sesso in libera scuola? La caduta di tanti totem e tabù certo induce un rapporto ludico con la vita, l’amore, il sesso e una rivolta contro la scuola, lo stato, i padroni, la polizia, la famiglia, la chiesa. Fragili David  si ribellano a giganteschi Golia  perché vogliono costruire e, prima, devono liberarsi e distruggere.
Ma quali ‘sogli per principianti’?
Anzitutto la Contestazione insorge nella Scuola e nell’Università, dove con le occupazioni e autogestioni si esprime il protagonismo degli studenti, che alzano le loro voci e cominciano, tra ardimenti e ingenuità, analisi originali, critiche spietate, ricerche originali. Essi portano alla luce l’arcaicità dei saperi scolastici e accademici: discipline ossificate nei programmi ministeriali e viziate dal nozionismo, esclusione di saperi aperti sul mondo e sulla vita -l’ecologia, l’educazione civica, l’educazione sessuale, l’economia, la critica sociale, le arti, il cinema, la musica etc. Insomma essi rivelano una subdola funzionalità alla loro integrazione nel sistema vigente come sudditi, clienti, dipendenti, consumatori e pretendono una formazione di cittadini consci dei propri diritti e responsabili del bene sociale. 
Quest’ondata innovatrice coinvolge una parte dei genitori e degli adulti e dilaga nell’intera società, portando alla crescita di battagliere organizzazioni democratiche prima impossibili.
Anzitutto nelle Scuole e Università molti professori rifiutano il ruolo di burocrati somministratori di saperi acritici e s’impegnano come funzionari dell’umanità riformando contenuti e metodi d’insegnamento in senso critico considerando gli studenti protagonisti e cittadini consapevoli. Anche nelle facoltà scientifiche molti professori riesaminano i loro saperi, al di là dell’epistemologia, discutendo le logiche di dominio implicite nel sistema Scienza – Tecnica, motore della civiltà moderna, e rilevando le difficoltà della Scienza pura minacciata dalla subalternità, soprattutto a Fisica, Medicina e Farmacologia, agli interessi politico-militari e/o economici come a quelli della stessa corporazione accademica. Medicina democratica promuove ricerche alternative per il ricupero terapeutico dei cosiddetti pazzi, i temi ecologici, la prevenzione sanitaria, la difesa della libertà di ricerca. In sintesi: gli scienziati democratici  delineano un’umanizzazione della Scienza – Tecnica, reintegrata nelle sue responsabilità verso gli interessi generali della società. Nell’ambito degli apparati statali di regolazione e repressione Magistratura democratica denuncia la Giustizia di classe e inaugura prassi che rispecchiano i diritti di libertà e eguaglianza nel Diritto del lavoro, di famiglia etc. In altri settori, fino allora privati di diritti democratici, si gettano le basi dei sindacati:  Esercito, Finanza, Polizia, Carabinieri, perfino l’aristocratico Ministero degli Esteri. In seno a un altro pilastro conservatore, la Stampa, si muovono i giornalisti democratici che  propugnano un’informazione d’inchiesta rigorosa.
Perfino la Chiesa, dogmatica e autoritaria nonostante il Concilio, è investita dal rinnovamento, non le gerarchie, ma la base giovanile e popolare, soprattutto il proletariato ecclesiastico. Migliaia di preti, in nome del vangelo, chiedono riforme ecclesiali, optano per una povertà militante, lavorano da operai, pongono in dubbio il celibato. Alcuni lasciano il sacerdozio o la chiesa stessa.
La rivoluzione simbolica, che, si è visto, ha anche radici negli impulsi vitali della Libido, matura la liberazione della sessualità individuale e l’emancipazione femminile, perché scalza il principio fondante del patriarcato, la superiorità maschile, e consacra la parità tra maschi e femmine. Le donne vanno oltre e promuovono il Femminismo, movimento di straordinaria importanza per l’intera società. -riguarda ‘l’altra metà del cielo’. Rifiutando l’icona cattolica e borghese che le vuole vergini o madri e quella consumista che le pretende femmine-oggetto, le donne indagano le complesse dinamiche etiche, religiose, culturali delle diseguaglianze sociali e sessuali di genere orientandosi verso diverse scelte: l’eguaglianza, la differenza, la totale alternativa. Queste straordinarie analisi e certi estremismi, come il bando della penetrazione sessuale, provocano dibattiti e scontri di genere tra i militanti e innescano una crisi di ruolo nella ‘metà del cielo’ maschile tuttora non superata.
Last and not least,  il ’68 s’incontra sinergicamente con le lotte operaie, alle quali contribuisce nella rivendicazione dello Statuto dei lavoratori e dalle quali assimila il valore democratico dell’eguaglianza. Macché ‘sogni per principianti.’  Un’ elite nascente  prepara le idee, i valori e la cultura per l’alternativa democratica ed egualitaria. Il Potere lo capisce e la stronca.
Evoluzione e repressione: ’69-’78
Come nel teatro globale in cui si diffonde, anche nel teatro italiano, la Contestazione, che in origine ha caratteristiche di spontaneità, originalità e labilità che si rendono concrete in un’etica egualitaria, gradualmente subisce l’emergere di  leader più o meno carismatici, che si circondano di quadri e riciclano ideologie della tradizione leninista, stalinista, maoista. Il movimento si frantuma tra Lotta continua, Movimento studentesco, Avanguardia operaia, Servire il popolo, che in lotta per l’egemonia, inquinano l’originario spirito di ricerca e invenzione.
D’altra parte, i Padri, cioè i poteri costituiti, di fronte all’espandersi della Contestazione, all’inizio non osano schiacciarla, come fa De Gaulle in Francia. Non capiscono però quest’occasione imperdibile per un rinnovamento offerta dal nuovo soggetto politico dei migliori tra i loro Figli, che cercano e creano una nuova coscienza sociale ed esigono una trasformazione assumendo responsabilità nel costruire un futuro libero e democratico, lo stato dei cittadini, la compiuta realizzazione della Costituzione. Alla fine, tra loro prevale la razza padrona  degli interessi e degli affari, della politica degli scambi e del mercato delle vacche, delle consociazioni segrete e palesi, delle burocrazie avide, degli egoismi spudorati, delle collusioni con le mafie, dei veti incrociati, dei sottopoteri feudali. Ring a bell? A qualcuno viene in mente la casta di oggi?
Il Potere, morbido, criptico, insidioso all’italiana, sceglie tattiche di logoramento, alternando lievi concessioni e repressioni poliziesche, mentre accadono orrendi attentati che allarmano l’opinione pubblica, già preoccupata da estremismi e violenze. Nel frattempo mobilita i partiti, le burocrazie, gli organi di repressione, i genitori, la stampa, il Vaticano. Nell’ombra, che oggi si sta diradando, operano servizi segreti, soprattutto americani e sovietici. Si alterna il bastone e la carota. Sono anni e anni tremendi di lotte palesi e trame occulte, di oscure stragi, di pesanti repressioni. L’onda del ’68 viene smorzata, divisa, dispersa dalla guerra di logoramento che il sistema le impone. Le speranze avvizziscono e si spengono. I giovani, disillusi e scoraggiati, si ritrovano invecchiati, perseguitati, senza mestiere, senza futuro. E’ la diaspora, il riflusso. I cascami di questo lungo, impari confronto sono i pochi settari ed estremisti, già estranei allo spirito del ’68 e infiltrati da servizi segreti, che passano alla lotta armata, dando il colpo di grazia a ogni residua speranza.
Quando si dicono i paradossi della storia. La fine tragica del ’68 si consuma nel 1978 coll’assassinio di Aldo Moro, uno dei capi della DC meno avversi alla Contestazione.
Sconfitto sul piano politico, il ’68 ha certamente prevalso catalizzando  la trasformazione della società patriarcale e oligarchica verso la modernità, la liberazione del costume e degli stili di vita, vari adempimenti costituzionali, la messa in crisi del patriarcato e dell’autoritarismo, la scancellazione delle antitesi tra padri e figli, maschi e femmine, signori e proletari, una maggiore eguaglianza, un consolidamento della cittadinanza, la rivoluzione sessuale, il femminismo.
Una beffa della storia. Nei decenni del lungo abbrivo dopo il’68- ‘78 della Contestazione, la società italiana ne realizza molte rivendicazioni e proposte, ma nelle forme stravolte e mistificate della società narciso-consum-mass-mediatica.
Anche contro il ’68 la regola aurea del trasformismo italiano ha prevalso: ‘Cambiare tutto per non cambiare niente’.
Post hoc aut/et propter hoc2?
I mantra convergenti Potere studentesco  e Potere operaio  scandiscono quel canto del cigno del fordismo, che ne suggella l’obselescenza.
La liquidazione del ’68 non fu consumata solo dal  miserabile Potere espressione del corpaccio del nostro pur magnifico Paese. Non solo, per dire, dal miserabile Andreotti. Fu il Potere internazionale, soprattutto Usa,  che negli anni ’70 avviò la ristrutturazione mondiale della divisione sociale del lavoro, la riorganizzazione delle forme produttive con il post-fordismo, la manipolazione e riscossione del consenso sociale con i mass media  di disinformazione, l’industria culturale, l’utopia del consumismo. In Italia, mentre i giovani contestatori lottavano per la Liberazione democratica ed egualitaria, il nano-Egolatra, un inconscio micro agente del nuovo World Plan,  poneva le basi del suo impoero e della sistematica corruzione culturale e dell’imbarbarimento consumistico del Paese con le sue tv spazzatura, trasformando i cittadini in consumatori, clienti e sudditi etero-diretti, in narcisi egolatri e antagonisti, ognuno lupo di ogni altro con una generale  scellerata disgregazione della comunità sociale. Ciò gli valse il plauso e la complicità degli ultimi Padri, oculatissimi conservatori di tutte le risorse, tanto che ora le detengono ferocemente, come Zamparò, e dopo una morte tenacemente differita  trasmetteranno ma esclusivamente ai  loro rampolli.
Vincitori e vinti
Il paragone di B. con il dopoguerra è suggestivo e fuorviante. Nel ’45 il movimento di Liberazione vide circa 100.000 giovani realizzare l’impossibile  (ring a bell?), cioè costruire dal nulla un esercito di volontari decisi a battersi a rischio della morte, per liberare  l’Italia da tedeschi e fascisti e ricostruire il paese su basi nuove, più libere e democratiche. Esso fu il fattore propulsivo e mito fondatore di una coalizione di forze di adulti, questi sì veri Padri, che volevano il cambiamento e lo realizzarono.  In parte. ‘Benessere, tolleranza, mobilità sociale, innovazione, pace, avvio del processo europeista?’ Sì ma attraverso le lacrime e il sangue. Le speranze di liberazione  dei giovani del ’45, in realtà, trovarono un’accoglienza parziale e formale. Esse furono il lievito della Costituzione repubblicana, che il Potere neutralizzo come un’utopia di principi non nomativi e tradì rimandandone per decenni la realizzazione. Esso  invece confermò la continuità dello lo status quo,  cioè una continuità del fascismo .  Senza i fascisti?  Balle. I partigiani, vincitori, finirono congedati quando non perseguitati dai veri vincitori (dal blocco delle destre, che reintegrò  parte dei vinti fascisti), e  privati perfino del loro logo autentico: la Liberazione, dinamica, aggressiva e innovatrice, depotenziata e imbalsamata come Resistenza, passiva, difensiva e conservatrice.
Perché mai B. dimentica la generazione precedente, quella infame che marciò su Roma nel ’22 e non fallì, come i partigiani e noi, ma costituì il regime fascista, cooptata dal Potere, dai Padri, che cedettero subito una parte delle risorse per garantirsi vent’anni di dominio economico e pace sociale?
La cesura di rinnovamento avviata arditamente dai duecentomila  neopartigiani del ’68  fu neutralizzata dalla precedente generazione paternalista, autoritaria e conservatrice che invece realizzò tra gli anni ’70 e ’80 un patto scellerato, cooptando la maggioranza di quella del ’68, di destra e docilissima, e  gli emergenti protagonisti della società consum- narcisistica -postindustriale .  La parabola del nostro attuale ducetto comincia
lì, a dimostrare qual’è il blocco sociale promotore e utilizzatore finale della razzia delle risorse nazionali. Alcuni dei loro capetti si ritrovano oggi inquadrati nella Geriarchia  berlusconiana  ma i sessantottini sconfitti sono in sonno  e ancora e sempre impegnati per la Liberazione, anche quella che deve pretendere la  sottocasta,  il  lumpen- proletariato  dei giovani precari, divisi, sfruttati e senza futuro.
L’analisi di B. risulta manichea, brillante ma troppo focalizzata su estremi antitetici labili nella complessa piramide sociale. Con un’analisi più articolata si scoprono  fragilità e crepe che incrinano la compattezza della piramide. Vi sono focolari di dissenso e di rottura, frange e categorie che potrebbero convergere con la massa dei giovani cannibalizzati, conferendo alla loro rivolta il valore aggiunto di competenze scientifiche e tecniche. Le forze propulsive cruciali che oggi promuovono e conducono il nostro sistema sociale sono quelle del know, how, dell’intelligenza strumentale, della scienza-tecnologia, sono gli operatori dei centri di ricerca di Matematica, Fisica, Chimica, Medicina, Ingegneria, Elettronica come quelli delle Scienze antropologiche e sociali e quelli dell’Industria.  Certo i super scienziati e super tecnologi, i nuovi baroni, sono parte integrante della casta dominante di vegliardi cannibali, ma solo grazie  alla centinaia di migliaia di giovani scienziati e tecnici in vari modi da loro utilizzati, sfruttati e subornati, che nei centri di ricerca e produzione lavorano, indagano, sperimentano, inventano, insomma gestiscono il sistema con bassi stipendi ma allettati da mitiche cooptazioni nell’olimpo del nano-Saturno. La frustrazione della maggioranza di tali quadri, oggi illusi da un mito meritocratico perdente contro il cinismo familistico, è destinata a nutrire un’enorme potenzialità di lotta e cambiamento. In Italia la dittatura della Geriarchia giovanilistica si pretende immortale, coopta esclusivamente i propri rampolli e lacché, relega alla sopravvivenza  masse di precari e blocca l’ascesa delle vere forze produttive. Se le frustrazioni e la rabbia di queste ultime s’incontreranno con le mortificazioni e la collera degli ipersfruttati precari, scoccherà l’ora della riscossa democratica ed egualitaria.
1 . Un’anomalia tutta italiana, sulla quale tornerò con interessanti ipotesi.
2 . Anche su questo torneremo con una prossima analisi.

Aug.Vegezzi,Tutta colpa del’ ’68?ultima modifica: 2010-06-29T16:35:06+00:00da mangano1
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