Francesco Remotti, Poveri noi

da IL MANIFESTO

 

Francesco Remotti
LE MISERIE DELLA LOGICA IDENTITARIA
POVERI noi

 

4. REMOTTI .jpgOpponendoci agli altri l’identità impedisce di scorgere relazioni che non siano di scambio o di utilità. Anticipiamo un intervento previsto oggi al festival «Dialoghi sull’uomo»
Sulla faccenda dell’identità non sono pochi gli studiosi che si sono posti il problema di come e perché questo concetto sia penetrato così intimamente nel nostro linguaggio e nel nostro pensiero da non poterne più fare a meno. C’è chi ha sostenuto – come la politologa americana Wendy Brown – che il nostro tempo è «l’epoca dell’identità», e il sociologo Zygmunt Bauman, testimone dello sviluppo del pensiero sociale nell’arco del Novecento, non solo ha affermato che l’identità è «la questione all’ordine del giorno», tema ricorrente e «sulla bocca di tutti», ma ha pure messo in luce che esso è un vero e proprio «rompicapo sociologico». I classici del pensiero sociologico – dichiara Bauman – non parlano del problema «identità»: coma mai allora esso è apparso così all’improvviso negli ultimi decenni?
L’orgoglio della diversità
Non c’è dubbio che l’identità si è configurata ben presto – specialmente a partire dagli anni 60 e 70 del Novecento – come uno strumento di rivendicazione con cui nuovi soggetti che si affacciavano sulla scena pubblica chiedevano il riconoscimento dei loro diritti: soggetti che intendevano con questo mezzo uscire dalla condizione di marginalità o di misconoscimento in cui erano relegati. Anzi, è attraverso la rivendicazione di una propria identità che questi soggetti si costituivano, prendendo forma e visibilità politica, e ottenendo una rilevante incidenza sociale. Nella lotta per il riconoscimento, quale arma poteva essere più efficace della rivendicazione della propria identità da parte di comunità o di movimenti, quali il Black Power, il femminismo, gli omosessuali? Rivendicare la propria identità comporta infatti l’affermazione di un’autonomia quasi ontologica, di una realtà (non importa di quale tipo) o di una sostanza che in quanto tale ha da essere riconosciuta, ammessa, rispettata, integralmente accettata nell’arena dei soggetti sociali e politici.
Sul piano soggettivo usare l’arma dell’identità ha significato una presa di coscienza che giunge fino alla manifestazione dell’«orgoglio» (pride) per la propria diversità, mentre sul piano politico ha perseguito lo scopo di costringere gli altri soggetti, i cui diritti erano già consolidati e anzi per lo più predominanti, a far posto a chi fino allora era stato trascurato, misconosciuto, emarginato. Il presupposto è che non si può cancellare impunemente una sostanza di cui si proclama l’identità. Se si rivendica l’identità, ciò significa che la lotta per il riconoscimento da parte dei nuovi soggetti ha raggiunto livelli di conflittualità molto elevati. La rivendicazione della propria identità trasmette in definitiva un messaggio agli avversari o agli interlocutori: la non negoziabilità.
L’identità però non è stata un’arma solo nelle mani di soggetti che aspiravano a costituirsi e a essere accettati e riconosciuti. In maniera rapida e contagiosa, l’identità è pure divenuta una arma di difesa da parte di soggetti che avvertivano di essere minacciati nella loro peculiarità, nei loro diritti acquisiti, nei loro privilegi più o meno consolidati. Identità ha finito così per diventare un idioma comune. Anzi, mentre assistiamo da parte di alcuni soggetti – come è il caso del femminismo e dei movimenti omosessuali – a una vera e propria critica del concetto di identità, a una presa di coscienza dei limiti di questo strumento, invocando chiaramente di procedere «oltre l’identità» e di rimuovere l’identità dall’arena politica (come scrive Susan Hekman in un articolo su Feminist Theory del 2000), l’identità è diventata l’arma più terribile nelle mani di chi intende difendere i propri privilegi, la propria cultura, la sostanza del proprio «noi» nei confronti degli «altri», ovvero di tutto ciò che viene classificato come alterità.
Cos’ha di tanto terribile l’identità, specialmente se da tutti viene invocata e se da tutti viene legittimata? È presto detto: essa impedisce la convivenza; fa da ostacolo (un ostacolo insuperabile) a qualsiasi progetto di convivenza. L’identità corrisponde infatti a una logica contrappositiva, che possiamo illustrare in questo modo: l’identità è la logica di un «noi» (un qualsiasi «noi») in contrapposizione agli «altri» (tutti gli «altri»). L’identità fa ruotare lo sguardo e la mente dei soggetti solo su se stessi. Ben che vada, essa descrive il mondo come fatto di tanti soggetti autoreferenziali: tante entità o sostanze, da cui si dipartono ben poche relazioni con gli altri soggetti. L’identità è una logica fatta di categorie (di entità), non di relazioni: prima ci sono i «noi», poi ci sono gli altri, e la presenza degli altri – anche quando sono importanti e persino indispensabili per la sopravvivenza dei «noi» (per esempio per la loro economia) – sono sempre e invariabilmente una minaccia.
Senza freni inibitori
Perché e in che cosa gli altri sono una minaccia? Qui è bene precisare che i «noi» non sempre e non necessariamente adottano una logica identitaria, ma se l’adottano gli altri diventano una minaccia. Ovvero, è l’identità che trasforma gli altri in una minaccia: li costituisce come un pericolo per il «noi». L’identità concepisce infatti l’alterità come fonte di alterazione, di corruzione, una minaccia per l’integrità del «noi». Con l’idea di identità in testa, ogni «noi» teme gli altri come ciò che mette a repentaglio non solo la propria consistenza e la propria integrità (culturale, sociale, politica, economica), ma anche la propria purezza. Dire identità significa dire «noi», «solo noi», «noi» fatti di una sostanza che va mantenuta e protetta. E quando i «noi» si sentono minacciati nella loro più intima essenza (specialmente se questa essenza è finta, inventata, immaginata), di che cosa sono capaci? Il gesto più immediato è almeno quello della separazione, del diradamento o addirittura dell’azzeramento dei rapporti, una separazione che potrebbe persino rivestirsi col manto della tolleranza: si segnano confini, si erigono barriere, si delimitano spazi per «noi» e per «loro» (ognuno a casa propria).
Con la sua logica separatoria, l’identità ispira la politica della «sicurezza». Ma se poi la separazione non bastasse? Se, nonostante i muri, gli altri si infiltrano nei «noi» (nelle loro case, per esempio, e non soltanto nelle loro fabbriche e nei loro mercati), facendo vedere oltre tutto che i «noi» non bastano a se stessi, quali sono i gesti che la logica identitaria è in grado di suggerire? Dopo la separazione, ci sarà il respingimento, ed è facile intuire a questo punto come vi sia una china scivolosa che, di gradino in gradino, conduce all’annientamento. Chi e che cosa potrà mai fermare la logica identitaria in un processo che molto spesso si è risolto in eccidi e massacri, tanto in Europa quanto altrove? La logica identitaria non conosce – fino a prova contraria – freni inibitori: dentro di sé non c’è nulla che possa contrastarla e di per sé non sviluppa anticorpi, se non la distruzione di sé e degli altri.
Un deserto di relazioni
Trascinando i «noi» in una situazione di diffidenza e di contrasto, la logica identitaria acceca: impedisce di vedere le relazioni tra i «noi», anche quelle relazioni che pur esistono nonostante l’identità. Soprattutto, la logica identitaria impedisce di scorgere la possibilità delle relazioni, che non siano quelle dello sfruttamento o, ben che vada, dello scambio utilitaristico: scambio di merci e del lavoro ridotto a merce che, proprio per sua natura, non dovrebbe alterare i «noi», la loro sostanza, la loro identità. La logica identitaria è fatta di separazioni e per questo si combina con una visione del mondo composto di entità separate e autonome, prive di relazioni: è una logica categoriale, che divide e classifica; è una logica che aborre le relazioni e le connessioni, ovvero quei legami che attraversando i muri delle categorie sono fattori di trasformazione e di divenire dei «noi».
Cieca com’è, la logica identitaria è molto povera, drammaticamente povera. Neanche si può dire che essa riduca le cose all’essenziale: al contrario, essa riduce, sminuisce e persino azzera l’essenziale, e l’essenziale nei mondi umani, nei mondi delle culture e delle società (persino nel mondo fisico), sono le relazioni. Facendo fuori le relazioni, essa fa il deserto in questi mondi: l’identità oggi – nell’epoca appunto dell’identità – è un grande fattore di povertà culturale. Per fortuna, nonostante l’identità, alcune relazioni permangono e altre emergono, anche se l’identità come ideologia non consente di scorgerne e valorizzarne le potenzialità. Ma l’identità è un’ideologia che non si limita a celare le relazioni, bensì incide sul sociale ostacolando il sorgere delle relazioni e, quando esse affiorano, ne stravolge il significato.
È un sintomo significativo che venga portata scarsa attenzione da parte degli studiosi di scienze sociali alla povertà culturale. Come diceva un antropologo della prima metà del Novecento, sono i pesci gli ultimi che si accorgono dell’esistenza dell’acqua. Questa considerazione, che riguardava l’esistenza della cultura (in senso antropologico), può essere fatta valere anche per la povertà culturale. I pesci non vedono l’acqua-cultura e noi non ci accorgiamo (o ci accorgiamo poco) della cultura povera in cui ci siamo assuefatti a muoverci: anche in questo effetto possiamo constatare la potenza ideologica dell’identità. Abbacinati dalla sua inevitabilità, legittimità, imprescindibilità, non ci accorgiamo degli effetti di povertà culturale che essa produce.
Rompicapo sociologici
Beninteso, ogni cultura ha i suoi effetti impoverenti, non appena poniamo a confronto ogni cultura con la complessità – e dunque con la ricchezza di aspetti e di implicazioni – del reale. Ogni cultura contiene in sé programmi di riduzione della complessità: guai se non lo facesse; ci perderemmo, senza mappa, in un guazzabuglio di cose.
Ma c’è riduzione e riduzione, sia sotto il profilo quantitativo, sia sotto il profilo qualitativo. Ovvero ci sono riduzioni che abbassano eccessivamente la complessità nel suo complesso, che fanno apparire il mondo come troppo ordinato, in quanto lo riducono a un ordine molto povero, fatto solo di categorie (che cosa di più ordinato e di più povero della categorizzazione «noi» / gli «altri»?).
E ci sono riduzioni che invece lasciano intuire la complessità, che anzi si combinano con espedienti di ricorso alla complessità, che mettono insieme categorie e relazioni. L’identità appartiene al primo genere di riduzione della complessità: punta sulle categorie e tralascia del tutto le relazioni.
Finora abbiamo concepito l’identità come fattore di impoverimento culturale. Ma per cercare di risolvere il rompicapo sociologico (e antropologico) di cui parlava Bauman, è forse opportuno chiedersi se l’identità non sia a sua volta un effetto dei processi di impoverimento culturale che da tempo investono il mondo contemporaneo. È a sua volta segno di impoverimento culturale pensare che l’impoverimento sia una faccenda solo economica: c’è ovviamente la povertà economica, ma esiste anche la povertà culturale, e questa consiste nella scarsità di mezzi e di risorse, di idee e di istituzioni per affrontare il mondo (naturale e sociale) e i problemi che esso ci presenta. L’identità è indice di povertà culturale, in quanto è la traduzione sul piano ideologico e concettuale di una quasi totale assenza nel mondo contemporaneo di una cultura delle relazioni e di una cultura della convivenza. L’ideologia dell’identità concepisce i «noi» come entità o come soggetti dominati soltanto dalla salvaguardia del proprio nucleo sostanziale, impedendo di vedere come i «noi» siano essi stessi relazionali e fatti in gran parte di alterità, e come sia per loro essenziale non soltanto l’integrità, ma anche l’alterazione. Il nostro è un mondo strapieno di beni e di merci, e in questo mondo, dominato senza più freni da una strana cultura che si chiama capitalismo, i «noi» sono lasciati «soli» con i loro interessi materiali: in questo mondo desolato l’identità sembra esprimere il mito, altrettanto povero e infausto, della sicurezza, dell’integrità, della permanenza, dell’inalterabilità.

Francesco Remotti, Poveri noiultima modifica: 2010-05-30T16:19:25+00:00da mangano1
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