Fine del tocco magico? E se fossero invece Starsky e Hutch?)

(Fine del tocco magico? E se fossero invece Starsky e Hutch?)

 

starsky.jpegdavvero, come dice  Gomez, Berlusconi sta perdendo il suo tocco magico? Anche Marcello Sorgi su ” La stampa” evidenzia  come in qualche modo il presidente del consiglio stia in qualche modo traccheggiando e prendendo tempo. C’è insomma un gioco delle parti fra Berlusconi e Tremonti e a seconda dei momenti il primo appare più riluttante anche se poi  dichiara in qualche modo di volerci METTERE LA FACCIA.  Credo tuttavia sia lecita, dal punto di vista antropologico e mediatico, l’ipotesi segnalata  sul CORRIERE DELLA SERA due giorni fa richiamandosi al modello dei due poliziotti STARSKY e HATCH  i  due poliziotti, uno buono e uno cattivo che si dividono le parti ma alla fine  marciano di concerto.( attilio mangano)

DA  IL FATTO QUOTIDIANO

GOMEZ  : Berlusconi ha perso il tocco magico
28 maggio 2010

Tremonti gli impone una manovra lacrime e sangue, intanto Confindustria gli volta le spalle. E poi le inchieste sul nastro Fassino-Consorte e quelle sulle stragi di mafia. Così il premier si ritrova a fare i conti con il suo passato

C’è qualcosa di tragico e di comico al tempo stesso nella fine del grande sogno di Silvio Berlusconi. Un sogno che oggi muore ucciso dalla crisi e dai 24 miliardi di tagli destinati nelle prossime settimane a mettere in ginocchio i cittadini. Mentre il premier cita i falsi diari di Mussolini, recuperati dal suo braccio destro Marcello Dell’Utri, dicendo “io non ho nessun potere, forse ce l’hanno i miei gerarchi”, il passato che ritorna, il suo passato, sembra all’improvviso franargli addosso. La Confindustria, memore di decine di promesse mai mantenute, gli volta le spalle. Gli imprenditori rispondono col gelo alla balzana idea di mettere la loro presidentessa Emma Marcegaglia sulla poltrona che era del ministro (apparentemente ladro) Claudio Scajola.

Da un giorno all’altro diventa poi difficilissimo per il capo del Governo continuare a sostenere di voler far approvare le nuove norme sulle intercettazioni per “tutelare la privacy degli italiani”. Le indagini di Milano sul caso di Fabrizio Favata, l’ex socio di Paolo Berlusconi che racconta di aver fatto ascoltare (a Silvio) e personalmente consegnato (a Paolo) i file audio di un’ormai celebre telefonata tra Piero Fassino e l’ex numero uno di Unipol Giovanni Consorte, dimostrano come il Cavaliere abbia utilizzato atti giudiziari ancora coperti da segreto per screditare gli avversari politici. Le inchieste di Caltanissetta, Palermo e Firenze, sulle stragi dicono invece che tra il 1992-93 la mafia, mentre piazzava le bombe, aveva rapporti oscuri e intensi con chi mafioso non era, o non lo sarebbe dovuto essere.

Da una parte alcuni uomini dei servizi segreti; dall’altra alcuni esponenti del gruppo Fininvest (a cominciare proprio da Dell’Utri) che di lì a poco avrebbero creato Forza Italia. E se prima tutto questo non contava, adesso, di fronte allo spettro di un Paese che potrebbe andare a fondo come la Grecia, la scena si ribalta. Proprio come un duce invecchiato Berlusconi sospetta dei suoi ministri, maledice gli alleati ed è sempre più solo. È ancora forte, è vero. Ma a Roma tira una brutta aria da ultima seduta del Gran Consiglio. L’orologio della storia ha ripreso a correre. E fermarlo per il premier, questa volta, sarà molto complicato.

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29/5/2010  DA la stampa

Non si può tornare indietro

MARCELLO SORGI

Dal giorno del varo della manovra in qua, il clima attorno alla svolta del governo non accenna a distendersi. Non sono solo la dura opposizione decisa dal centrosinistra e lo sciopero generale annunciato dalla Cgil a tenere alta la temperatura. La settimana s’è chiusa, ieri, con un nuovo rimbrotto del premier nei confronti della Confindustria, dopo l’accoglienza fredda che gli era stata riservata giovedì all’assemblea degli imprenditori e che inutilmente aveva provato a sciogliere. La sensazione è che dopo una buona partenza, almeno sotto il profilo del metodo, Berlusconi non si renda conto che rischia di incartarsi. D’improvviso s’è sgonfiata la determinazione con cui – nel giro di pochi giorni e dopo una serrata trattativa con il ministro dell’Economia Tremonti, che tiene costantemente il polso dell’Europa – il premier aveva portato il suo governo e la sua maggioranza a varare la manovra, accolta positivamente a Bruxelles.

In luogo di andare avanti con la durezza necessaria e la consapevolezza che questo è forse il passaggio più difficile per il Paese negli ultimi vent’anni, almeno da quando nel ’92, con Giuliano Amato a Palazzo Chigi, l’Italia rischiò di uscire una volta e per sempre dal rigido recinto di Maastricht, il Cavaliere ha inaugurato a sorpresa una sua personale strategia di comunicazione. Se martedì era stato fermo nel pretendere dai suoi ministri un sì a scatola chiusa sull’insieme che lui e Tremonti avevano definito, alla fine di una contrattazione non priva, per sua stessa ammissione, di divergenze, «ma senza mai alzare la voce», mercoledì sembrava quasi pentito, alla conferenza stampa in cui doveva spiegare il senso delle decisioni prese al grande pubblico dei telespettatori e dei cittadini. Siccome in fatto di comunicazione Berlusconi non fa mai niente a caso, la linea che aveva messo a punto per presentarsi, come tutti i leader europei alle prese con gli stessi problemi, da Merkel a Sarkozy, da Cameron a Zapatero, era l’esatto contrario di quel che ci si poteva aspettare.

Invece di sostenere, con orgoglio, il coraggio del governo di prendere le misure necessarie per far fronte all’emergenza, il premier s’è presentato come se fosse stato costretto a farlo e soprattutto come se quel che aveva fatto non lo convincesse fino in fondo. Come se appunto l’Italia – la sua Italia – non avesse bisogno della cura pesante ch’era stata prescritta, e fosse costretta a ingoiare l’olio di ricino del rigore per colpa di un’Europa dissestata e di un ministro dell’Economia che deve risponderle senza indugi. Con la mimica ineguagliabile che lo contraddistingue, Berlusconi ha fatto intendere alla sua gente: che volete, ci tocca fare così per un po’, fosse dipeso da loro ci volevano pure far aumentare le tasse, ma alla fine noi abbiamo tenuto, li abbiamo frenati, e tra poco torneremo a fare alla nostra maniera, fregandocene di Maastricht e di Bruxelles. Un messaggio come questo, che, va detto, è arrivato chiarissimo a tutti, era l’esatto contrario di quello che ci si aspettava da un presidente del Consiglio che solo ventiquattr’ore prima aveva messo tutto il peso della sua leadership per far passare la manovra.

Il resto ne è la diretta conseguenza. L’accoglienza in Confindustria, impensabile per un leader che è sempre stato guardato dalla maggior parte degli imprenditori italiani come un modello, e che a Vicenza, benché claudicante e dolorante, fu sollevato da un’ovazione che quasi ribaltò il risultato delle elezioni, era purtroppo logica. Ma come poteva pensare Berlusconi di incassare l’applauso dei suoi colleghi, se lui per primo sembrava poco convinto di quello che aveva deciso? E come poteva sperare di fugare i loro dubbi proponendogli di portare la loro presidente al governo, in un governo il cui capo non si mostra sicuro di quel che sta facendo? Anche il rimbrotto con cui ieri li ha invitati a leggersi il testo della manovra, poteva risparmiarselo, per la semplice ragione che a tre giorni dal varo della manovra un testo definitivo non c’è. L’imbarazzo con cui s’è concluso l’incontro al Quirinale di ieri pomeriggio, che per un’ora aveva tenuto con il fiato sospeso gli osservatori, sta tutto qui.

A parte la lista dei nuovi Cavalieri del lavoro da presentare tra pochi giorni – argomento su cui il presidente del Consiglio, che alla categoria appartiene da tempo, è assai ferrato -, e a parte il resoconto sul viaggio del Capo dello Stato in Usa e sul suo colloquio alla Casa Bianca con Obama, di cui Napolitano gli aveva già riferito al telefono da Washington, i due non avevano che dirsi. Il Presidente della Repubblica aveva già sollecitato pubblicamente nei giorni scorsi l’invio del testo della manovra, per poterlo esaminare e giudicare. Ma a causa delle numerose modifiche a cui è ancora sottoposto (vedi ad esempio il nodo delle Province da cancellare), a tre giorni dal Consiglio dei ministri, il Quirinale non lo ha ancora ricevuto. Anche se i sondaggi lo spingono a disconoscere le decisioni che lui stesso ha preso, Berlusconi farebbe bene ad abbandonare la tattica di far finta di aver subito una manovra che sarebbe stata anche più dura, se non si fosse impuntato. E’ molto meglio che adoperi il suo carisma per dire alla gente la verità, sui tempi duri che ci aspettano e sulla possibilità che questa sia solo la prima volta che ci tocca stringere la cinghia. Insomma la manovra, se vuol farla passare nel Paese, oltre che in Parlamento, il premier deve difenderla fino in fondo.

Fine del tocco magico? E se fossero invece Starsky e Hutch?)ultima modifica: 2010-05-29T19:29:00+00:00da mangano1
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