18/05/2012
Christian Raimo,Romanzo di uno strascico
Nuovo cinema paraculo
Romanzo di uno strascico
di Christian Raimo
Come trasformare un film animatissimo di buone intenzioni in un roba deludente? Basta fidarsi troppo delle buone intenzioni (le strade per l’inferno, si sa, ne sono lastricatissime). Romanzo di una strage di Marco Tullio Giordana è un film che avrebbe potuto essere bello, e non lo è. Per moltissimi motivi. Per primi, certo, quelli legati all’affidabilità della ricostruzione vedono contrapposte tante versioni diverse: il libro-inchiesta di Paolo Cucchiarelli che sostiene la tesi delle due bombe contemporanea (una bombetta-civetta anarchica e una bomba devastante di marca neofascista) e a cui si è ispirato Giordana, viene considerato molto molto discutibile da vari altri, tra cui per esempio Adriano Sofri che in questi giorni ha scritto un istant-book precisamente polemico contro libro e film.
Ma Giordana, come Sofri stesso fa notare, non sposa neanche completamente la tesi del libro, tessendo una narrazione che non si assume dei rischi. In nome di un auto-ricatto, riconosciuto o meno che sia, di un fare semplicemente un film utile, o come si usa dire oggi civile. Civile, utile alle nuove generazioni che magari non sanno nulla della bomba a piazza oppure pensano che ce l’hanno messa le Brigate Rosse.
Ma limportante è parlarne in questo caso ovviamente non basta, oltre a essere impossibile. L’intento del film di non urtare la sensibilità di nessuno finisce per non sfiorare nemmeno un pezzettino di cuore nello spettatore. L’intento del film di non incorrere noie legali finisce per avvalorarne solo le paranoie.
Il punto più problematico di questa intricata vicenda (Piazza Fontana-morte di Pinelli-omicidio Calabresi-delitto Moro), ovvero il buco nero italiano per eccellenza, è che molto spesso nelle ricostruzioni piuttosto che andarci a trovare una verità storica, i nodi mai affrontati della democrazia italiana, ognuno ci scopre il suo buco nero, il suo rimosso, la sua biografia con fantasmi revisitata, la sua personale visita agli inferi. Capita così che dalle prime reazioni al film ognuno si lamenti perché c’è un pezzo che manca: una prospettiva, un dettaglio…
Le più indicative di reazioni sono state quelle di Eugenio Scalfari e di Mario Calabresi (ossia il modo in cui la Repubblica e il Corriere decidono di presentare il film prima che il film sia nelle sale): il primo dà il suo placet per dire che insomma sì la storia d’Italia tutta coincide con la sua storia personale, quindi il film è degno perché parla della sua storia personale. Se qualcuno ha dei dubbi su quello che è successo nella Prima Repubblica, può fare uno squillo a Scalfari, la sua verità è tripla (di giornalista, di inteprete, e di testimone oculare): lui meglio di Forrest Gump era sempre là. Il secondo, Calabresi figlio, si lagna perché questo film non è ancora di più la biografia del padre. Ma, per dire, chi ha visto Romanzo di una strage ne esce con l’impressione di un Luigi Calabresi eroe (lui e Moro-Cristo sono gli unici a indovinare qualcosa nel garbuglio contro tutti gli altri) e martire, ma questa pseudo-santificazione al figlio non è ancora bastata.
È interessante proprio questo dunque: come nel momento in cui si pensa che la ricostruzione artistica debba lenire i traumi personali di una generazione, l’operazione in sé sia per forza di cose destinata al fallimento, programmaticamente. Nella narrazione del terrorismo, Marco Tullio Giordana è stato un pioniere di quella che oggi è una specie di rappresentazione egemone: l’idea che le lotte di quegli anni con tutti i loro estremismi fossero dovuti in parte a dei traumi personali, psicologici.
Se uno si guarda questa scena di Maledetti vi amerò (esordio di Giordana, 1980)
vede un David Riondino con trentadue anni di meno che si confronta con un Flavio Bucci con trentadue anni di meno. Riondino interpreta Beniamino, un compagno che cerca di guidare Bucci-”Svitol” a capire qualcosa di quell’Italia sospesa tra rivoluzioni fallite e lotte armate tanatofile. In una sede di Lotta Continua, non si parla più di politica, ma di tragedie intrapsichiche. A un certo punto Riondino dice: “Ne ammazza più la repressione della depressione”. Questa idea di una generazione che si dà al terrorismo perché animata da una cupio dissolvi ritorna nella Caduta degli angeli ribelli; di Giordana, e in maniera quasi ideologica nella Meglio gioventù, dove il personaggio di Sofia (Sonia Bergamasco) decide di darsi alla clandestinità abbandonando il figlio semplicemente perché depressa.
Il grande assente di questo film di Giordana in fondo è il logos, la razionalità, la possibilità che le persone hanno di fare delle scelte che non siano imprigionate dalle catene della propria psiche. Insomma un’idea dell’essere umano come responsabile, soggetto logico e morale, e non come vittima o pedina, o peggio ancora psiche sofferente da curare. Nella rappresentazione di cosa successe in quegli anni, non si vede mai una scena in cui si dibatte delle idee. Le riunioni degli anarchici erano dei covi di poveri illusi e infantili oppure c’era gente che qualche ragione ce l’aveva? E gli scioperi dell’autunno caldo 1969 avevano delle ragioni o erano animati dal desiderio di fare a botte? E Feltrinelli era solo un ricco guascone narciso oppure un intellettuale credibile?
Così il vero rimosso di Romanzo di una strage finisce per essere non la verità giurdica ma semplicemente lo sguardo sulla società. L’errore prospettico è proprio quello di aver ancora una volta sganciato quello che accadeva in piazza, nelle manifestazioni, nelle università, nelle fabbriche, nelle assemblee dalla Grande Narrazione del Potere. Di quella stagione logorroica, di quelle riunioni fino alle quattro di mattina, di quell’instancabile flusso di discussione politica qui c’è pochissima traccia.
Anche pochissima traccia fonica. Perché già a partire dall’uso che si sceglie di fare del sonoro, noi abbiamo a che fare con un film è praticamente insonorizzato. La sensazione che si ha, è di stare dall’inizio alla fine all’interno di una stanza anossica. Allo stesso modo l’utilizzo della colonna sonora di Franco Piersanti rende ancora più ricattatoria questa sensazione: provate anche semplicemente a guardarvi il trailer
Ci si rende subito conto come questa trama sonora perennemente angosciante è come se togliesse vita alla rappresentazione dei fatti per fare emergere invece una strana vitalità di inconsci impazziti, di fantasmi archetipici che stanno incombendo su di noi. La stessa sensazione si ha con i movimenti degli attori: in quasi tutte le scene (le microscene – la sceneggiatura divide il film in brevi capitoli dai titoli evocativi a loro volta divisi in frammenti che spesso si riducono a pochi scambi di battute) sembra che il regista abbia voluto imporre agli attori una specie di ralenti diffuso. Non soltanto i movimenti di macchina sono rallentati – molti più dolly che steadycam per capirci – e una quantità di campi e controcampi che alle volta sembra di stare a guardare le interviste doppie delle Iene; ma ancora di più delle inquadrature, sono i movimenti: tutto avviene lentamente, i gesti, le parole pronunciate, le camminate, salire o scendere le scale, tutto assorbito in una bolla di strana solennità che assomiglia a un eterno presagio un po’ asmatico.
Insomma Romanzo di una strage (a dispetto del mestiere di chi l’ha confezionato) non sembra credibile (quasi) mai. Assomiglia piuttosto a una ricostruzione in vitro, una piccola sfera con la neve in cui invece di esserci una slitta con scritto Rosebud ci sono le macchinine della polizia, vestiti vintage, mentre il racconto di quello che accade nel mondo ridotto a un paio di pezzi musicali di sottofondo: Patty Pravo e Raffaella Carrà.
La colpa di questo mai è che si sceglie di lavorare sull’astrazione. La storia diventa un puro piano platonico. I dialoghi si vorrebbero fare ipersignificanti, onnisimbolici, e così l’effetto è che spesso gli attori sono costretti a pronunciare battute tipo: “Noi infiltriamo destra e sinistra come il burro”, “Ora siamo proprio noi figli di queste province grigie e smemorate, “Quando ero nella ridente isola di Ventotene”. Più che calati in un’azione scenica, accade che gli attori siano facce truccate benissimo chiamati a leggere le dichiarazioni ritagliate dai giornali del tempo.
Il fatto che l’esito di questo sforzo non sia ridicolo deriva proprio da chi ha il merito di quel quasi, ossia gli attori. Favino anima da solo per antifrasi scene di una staticità da plastico di Bruno Vespa. Fabrizio Gifuni dà un’interpretazione di Moro da prova da attore. Ma anche Michela Cescon. Anche Valerio Mastandrea. Anche Stefano Scandaletti. Anche Denis Fasolo. Anche Omero Antonutti. Anche Fabrizio Parenti. Insomma tutti. (Tutti a dir la verità a parte Laura Chiatti, così chiaramente non portata per questo mestiere attoriale da sospendere ogni volta che partecipa a una scena quella sospensione di credulità dello spettatore; era già accaduto nell’Amico di famiglia per dire, rovinato dalla sua presenza eternamente fuori luogo). Ma la cosa che non funziona è che in questo film ognuno recita per conto suo. Ognuno con il suo registro, ognuno facendo leva sulla sua bravura e suoi mezzi espressivi. Favino su una recitazione naturalistica, Mastandrea tutto raggelato per mimare la compressione di una psiche praticamente bipolare, Gifuni calcando su un mimetismo che ne fa quasi un Noschese tragico, Fabrizio Parenti o Michela Cescon hanno una forza brechtiana, Giulia Lazzarini è profondamente commovente all’interno di un film in cui teatralità assume la sua accezione peggione… È come se ognuno avesse girato un film diverso e poi qualcuno avesse montato le scene insieme raccordandone i pezzi. E, non sentendo la forza dell’altro in scena, ciascun attore avesse cercato di fare il meglio che poteva. Il risultato è che la hall of fame degli attori italiani è come se facessero tutti dei cameo (in alcuni casi lunghissimi). Ma questa frammentazione di stili drammatici non si capisce sia un difetto di regia, o – più probabilmente – sia anche questo un difetto di una sceneggiatura tutta costruita in modo atomizzato (in nome forse anche qui delle buone intenzioni di raccontare tante cose, di dover sottolineare tanti particolari, etc…).
Così la domanda che uno si fa di continuo, mentre il film cerca di mettere insieme le tesi, è: dove sono le persone? Persone che non siano personaggi. Persone che non siano pupazzi che prendono le manganellate della polizia all’inizio o che vengono lanciate dalle finestre frantumate della Banca dell’Agricoltura.
No, non basta quell’elenco di quattordici nomi all’inizio, non basta l’intenzione di fare un film dedicato alle persone per fare un film sulle complessità della storia italiana. Perché la complessità è frutto non soltanto delle tante ferite che ci portiamo dietro, ma anche delle tante idee che ci siamo fatti crescendo in questi anni.
16:41 Scritto da: mangano1 in libri e fumetti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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BIFO,Perché gli artisti? MACAO è la risposta
Perché gli artisti? MACAO è la risposta
Written by Franco Berardi Bifo
“perché i poeti nel tempo della povertà?” chiede Holderlin nel suo poema “Pane e vino”.
E commentando questo verso, Heidegger dice: “Forse siamo nel momento in cui il mondo va verso la sua mezzanotte”.

In nome del vuoto
Il 5 maggio un gruppo di artisti, architetti, insegnanti e studenti e lavoratori precari della scuola e della comunicazione hanno occupato un edificio chiamato Torre Galfa e l’hanno rinominato Macao. L’edificio è un grattacielo di trentacinque piani, abbandonato da quindici anni.
Dieci giorni dopo l’occupazione, mentre il corpo gigantesco del precariato cognitivo milanese cominciava a stiracchiare le sue membra e a sintonizzarsi con la torre, sono entrati in azione gli esecutori del piano di sterminio finanziario. Il proprietario, noto alle cronache giudiziarie come corrotto e corruttore, ha deciso che quel posto è suo e deve rimanere com’è: vuoto. Tutto deve essere vuoto nella città, perché il capitalismo finanziario ha bisogno di distruggere ogni segno di vita. Le risorse materiali e intellettuali vengono progressivamente inghiottite, annullate, perché i predatori possano espandere la loro insensata ricchezza.
Per la prima volta, occupando la Torre, il movimento è uscito dalla sfera dell’underground e si è proiettato verso l’alto. Non è un movimento di talpe, ma di sperimentatori. Le talpe ora debbono venire fuori, debbono occupare ogni spazio, e contenderlo all’organizzazione di morte che si chiama Banca Centrale Europea.
Artisti che vuol dire?
Perché gli artisti occupano spazi vuoti per restituirli alla collettività? Perché l’arte sembra tanto interessata a farsi attivismo proprio mentre il mercato invade lo spazio dell’arte e riduce l’attività degli artisti a lavoro astratto privo di significato?
Perché le istituzioni d’arte vive (non certo quelle italiane, che sono tutte morte, ma musei come il Vanabbe di Eindhoven o il Macba di Barcellona e cento altri simili istituti europei) sono così impegnate nella lotta contro il capitalismo finanziario? Perché La Biennale di Berlino è totalmente dedicata all’artivismo? Perché dOKUMENTA(13) diviene un laboratorio di ricerca e sperimentazione nell’arte dell’esodo e dell’abbandono dell’agonizzante capitalismo finanziario?
Un tempo la relazione tra arte e società era fondata sull’impegno. L’intellettuale e l’artista venivano fuori dalla loro sfera di isolamento dorato e aprivano le finestre al mondo e cominciavano a parlare con coloro che vivono nel mondo reale, nelle fabbriche e così via.
Ma adesso non si tratta di impegno: nella sfera del semiocapitale gli artisti sono direttamente coinvolti nel processo di semio-produzione, e la dittatura finanziaria taglia le risorse per la cultura e l’educazione.
L’effetto dei tagli è l’aumento dell’ignoranza, della brutalità dell’insensibilità.
Principi sauditi, mafiosi russi e predatori finanziari investono miliardi su Munch e su Matisse, il mercato dell’arte è invaso da soldi di provenienza criminale, ma gli artisti viventi sono impoveriti e precari, e il sistema della cultura e dell’educazione è ridotto alla fame.
Precarietà
L’arte è stata il luogo in cui la precarietà della vita del lavoro e del linguaggio è stata sperimentata come condizioni ambigua, povera e ricca, potenziale di liberazione e di miseria. La sussunzione del lavoro mentale nel ciclo di valorizzazione capitalista dà una nuova dimensione all’attività degli artisti nella sfera sociale: gli artisti sono lavoratori cognitivi la cui attività è soggetta a regole di sfruttamento ma al tempo stesso esprimono un rifiuto permanente della schiavitù capitalista.
Il XX secolo è stato l’epoca della perdita del centro, per dirla con Hans Sedlmayr: Ma è stato anche l’epoca dell’incertezza nel senso di Heisenberg. Il passaggio dalla produzione industriale all’epoca presente del semiocapitale sta nella dissoluzione della misura, della possibilità di stabilire una centralità, un ordine, un territorio.
Gli artisti non hanno bisogno di aprire le finestre per collegarsi con il mondo della produzione dello sfruttamento e della rivolta. Sono lavoratori, il loro lavoro è sfruttato, e cercano la strada della rivolta.
La precarietà è la condizione del lavoro nelle condizioni della valorizzazione globalizzata, e gli artisti sono i portatori della precarietà: portano precarietà nel loro stile di vita nella loro lotta quotidiana per la sopravvivenza e nella dissoluzione dell’identità.
Disidentità
La questione dell’identità è un altro approccio al presente della ricerca artistica.
A causa del processo di precarietà e deterritorializzazione la ricerca di identità tende a farsi aggressiva. La relazione tra tempo e valore diviene incerta e la relazione tra appartenenza e linguaggio è scossa: una gigantesca deterritorializzazione è in corso, e si cerca disperatamente di aggrapparsi a qualche tipo di appartenenza: identità nazionale, religiosa, etnica ritornano per alimentare qualche nuova forma di fascismo.
Fascismo è quando si nasconde una macchina da guerra in ogni nicchia. E la competizione neoliberale è il migliore incubatore del fascismo.
Quello che chiamano arte è in effetti un esercizio verso la disidentificazione. L’arte è un modo per sospendere il bisogno di appartenenza, un atto altamente terapeutico dal momento che divenire altro è la relazione generale con il territorio la comunità e la sfera sociale. Coloro che si autodefiniscono artisti stanno in effetti creando l’Ultima internazionale: l’internazionale di coloro che non sono identificabili, che non appartengono a nessuna patria, a nessuna religione a nessuna etnia a nessuna professione.
Terapia
Durante il decennio passato gli artisti più interessanti sono quelli che hanno avuto a che fare con la fenomenologia della sofferenza mentale: Lisa Athila nella video art, Jonathan Franzen nella letteratura, Melinda July, Gus Van Sant Kim Ki Duk nel cinema hanno saputo esprimere il corpo sociale frammentato e la percezione frenetica del tempo precario.
Ora l’arte comincia a fondersi con l’atto terapeutico della riattivazione della sensibilità.
Il semiocapitalismo, sfruttamento continuo delle energie nervose, produce una sorta di epidemia depressivo-panica nella mente sociale. La sensibilità è particolarmente colpita dall’accelerazione del ritmo del lavoro mentale, e dallo stress dell’attenzione. Competizione e depressione distruggono le premesse della solidarietà sociale.
Gli artisti hanno cominciato a ricostituire le condizioni per la solidarietà sociale che non è un valore etico né un programma politico, ma è piacere estetico empatico della presenza dell’altro.
La dittatura finanziaria è fondata sulla standardizzazione della politica. L’interazione della vita quotidiana è ingabbiata da automatismi: la competizione pervade lo spazio sociale e l’empatia è cancellata.
La sensibilità è la facoltà di comprendere quel che non può essere detto in parole, ed è una facoltà cruciale perché l’esistenza umana sia umana. L’empatia è legata alla sensibilità e senza empatia la solidarietà scompare e la relazione sociale diviene brutale, aggressiva, barbarica.
L’accelerazione dell’Infosfera e l’esaltazione della competizione, caratteri essenziali della dittatura neoliberale, hanno distrutto la facoltà della sensibilità. Restaurarla e reinventare questa facoltà è un compito degli psicoterapeuti e degli attivisti, ma è soprattutto un compito per gli artisti.
Attese
In aprile, invitato da un gruppo di attivisti e di artisti sono stato invitato a tenere un discorso al Museo di arte contemporanea di Bucarest.
Quando sono entrato nello spazio in cui si era riunita una piccola folla ho visto tre parole scritte sul muro: Give up hope. I ragazzi che mi avevano invitato mi spiegarono: siamo passati attraverso due diversi incubi, quello del comunismo totalitario e quello della dittatura capitalista. Secondo un recente sondaggio il 58% dei romeni ha nostalgia di Ceausescu. Nostalgia di Ceausescu? Incredibile, ma vero. Ecco cosa può produrre il capitalismo finanziario. Perché dovremmo sperare ancora?
L’ironia distopica (dist-irony) è il linguaggio di coloro che capiscono senza cinismo che la promessa della modernità è stata devastata dall’identificazione di modernità e dogma capitalista. La distopia è l’immaginazione attuale del futuro, e l’ironia è la distanza retorica dal discorso ipocrita del potere che si fonda su concetti falsi: austerità, ripresa, crescita.
L’austerità è un effetto della dittatura finanziaria, l’imposizione di un piano di riduzione del salario e della spesa sociale in favore della classe predatoria della finanza. La ripresa è la parola illusoria che si riferisce a una futura nuova epoca della crescita.
La crescita capitalistica non è possibile nel futuro d’Europa per due ragioni: le energie fisiche del pianeta sono in via di esaurimento, e non abbiamo più bisogno di aumentare il consumo. Non abbiamo bisogno di più lavoro, ma di una diversa distribuzione dei beni già prodotti, e di un diverso uso della potenza conoscitiva e creativa.
La crisi attuale non è solo un effetto della predazione finanziaria, ma anche dell’esplosione della bolla del lavoro. Grazie alla tecnologia la società europea ha bisogno di sempre meno tempo di lavoro. Il culto dogmatico della competizione trasforma questa ricchezza in una miseria, e costringe alla disoccupazione invece che ridurre il tempo di lavoro generale.
“Lascia perdere la speranza” è una provocazione dist-ironica che significa: non credere nelle promesse del potere, il capitalismo sta agonizzando, se non modifichiamo le attese di mondo che il capitalismo ha prodotto finiremo per cadere nella depressione e nel fascismo. Non attendere un futuro di espansione economica, pensa un futuro di redistribuzione egualitaria dei beni disponibili e di espansione dell’area della coscienza
16:34 Scritto da: mangano1 in opinioni | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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“Patmos”, la poesia di Pier Paolo Pasolini sulla strage di piazza Fontana.
uella che segue è “Patmos”, la poesia di Pier Paolo Pasolini sulla strage di piazza Fontana.
Sono sotto choc
è giunto fino a Patmos sentore
di ciò che annusano i cappellani
i morti erano tutti dai cinquanta ai settanta
la mia età fra pochi anni, rivelazione di Gesù Cristo
che Dio, per istruire i suoi servi
- sulle cose che devono ben presto accadere -
ha fatto conoscere per mezzo del suo Angelo
al proprio servo Giovanni.
Ci sono là marcite; e molti pioppi. Venendo da là
vestivano di grigio e marrone; la roba pesante,
che fuma nelle osterie con le latrine all'aperto.
Poca creanza, farsi ritrovare così,
da parte di quei galantuomini non ancora del tutto romanizzati,
e sì che tutti i barocci erano spariti da un pezzo!
Ma gli usati corpi, non di monaci,
perché cattolici erano cattolici, ma s'erano sposati, fornicando
la loro parte; insomma, giusto perché dei nipotini oggi piangessero.
Solo un suicidio porterà sulle tracce del responsabile di tal pianto. (1)
Lombardi al Governo! Tra voi e il paese c'è un abisso.
È la vostra banalità che lo scava (le «e» strette
son niente confronto al lessico; che umile dialetto non è;
lo fosse!)
E chi è sotto choc ride con gli occhi di Antonioni
Il quale attesta come parola di Dio e testimonianza di Gesù Cristo
e anche Pasolini ride,
tutto quello che ha veduto,
mentre Moravia è distratto, beato chi legge,
e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia.
Che ne piangano le loro famiglie; io ne parlo da letterato.
Oppongo al cordoglio un certo manierismo.
Di tradizioni recenti son piene le Sette Chiesuole.
Canoni e tropi a disposizione rimpiazzano le commozioni;
e basta deciderlo, l'umore necessario è pronto
con tutti i suoi caratteri
(di difesa dietro il lessico, esso, eslege, desueto)
chi è al potere altresì ha le sue figure
entro cui comodamente sostituire al logos il nulla;
dietro una cattedra, un tavolo da lavoro,
col doppiopetto: perché il tempo è lontano.
Così si consola la morte, e chi ha la cattiva creanza
di farsi piangere; ridotto a tronconi: cosa inammissibile
in un uomo serio, che si occupa di agricoltura!
Come poi se fossimo nel '44.
Io sono l'Alfa e l'Omega, colui che è, che era e che viene; l'Onnipotente;
fidando su ciò, l'onorevole Rumor, Pocopotente
ma Potente, comunque,
si dissocia dai telespettatori dei bar
e parla ai piccoli borghesi in famiglia che si saziano
di indignazione del tutto lessicalmente estranea al popolo.
Attilio Valè: presente!
52 anni, abitava a Mairano di Noviglio.
Era separato da otto anni dalla moglie;
era un bell'uomo alto circa un metro e ottanta:
commerciava in bestiame
Io, Giovanni, vostro fratello,
che partecipa con voi alla stessa tribolazione
al regno e alla perseveranza di Gesù,
mi trovai relegato nell'isola chiamata Patmos
a causa del Vangelo di Dio e delle testimonianze che rendevo a Gesù.
L'Autorità dello Stato moderato non contempla la realtà dei sensali.
Pietro Dendena (presente!) 45 anni,
abitava a Lodi in un nuovo edificio di Via Italia 11
con la moglie Luisa Corbellini, la figlia Franca, 17 anni,
che frequenta il corso di segretariato d'azienda,
e il figlio Paolo, 10 anni, alunno di quinta elementare.
Di professione mediatore,
frequentava regolarmente il mercato di Piazza Fontana
non mi meraviglierei da letterato schizoide
che comparisse tale e quale in un olio del Prado
né che avesse un debole per l'Inter;
ci son portichetti a Lodi, tetramente settentrionali -
contro un cielo buio, con nuvole basse -
micragna dei tempi degli Antenati, odor di vacche!
L'è il dì di mort (tutti presenti).
Quanto a Paolo Gerli, 77 anni (presente)
ci son portichetti a Lodi a sesto acuto,
e le piccole osterie micragnose sanno di vestiti bagnati
riscaldati dalla stufa
abitava con la moglie in un bellissimo palazzo di Via Savaré, 1,
dove si era trasferito nel 1954
possidente di non pochi terreni agricoli,
curava in proprio il commercio dei prodotti della sua terra.
I vicini di casa, loro,
lo ricordano come un signore gioviale e esuberante.
Usava regolarmente la bicicletta.
Aveva avuto dal matrimonio tre figlie tutte sposate.
Or, ecco, fui rapito in estasi, nel giorno del Signore
e udii dietro a me una voce potente, come di tromba
Eugenio Corsini, 55 anni, presente!
abitava dall'epoca delle nozze in Via Procopio 8,
padre di due figli ormai sposati,
commerciava in olii lubrificanti per macchine agricole.
La moglie non aveva smesso di lavorare.
Non si cantarono serenate in quel 1940;
dal 1940 si era lavorato giudiziosamente, a casa a far la calza.
Si erano frequentate scuole in vista di futuri risparmi;
niente grilli per la testa, che nessuno avesse niente da ridire;
la Morale come una cosa passata di donna in donna;
poco riso negli occhi, e gran risate al momento giusto: a Natale.
Io mi voltai per vedere la voce che parlava
e appena voltato vidi sette candelabri d'oro
Carlo Luigi Perego, 74 anni, risiedeva a Usmate Velate
e in mezzo ai candelabri Uno che assomigliava al Figlio dell'Uomo
in Via Stazione 21
vestito di una lunga veste
lascia la moglie e due figli sposati
che hanno proseguito la sua attività di assicuratore
e cinto d'una fascia d'oro sul petto
Era venuto a Milano per rivedere i vecchi amici
e per sbrigare alcune faccende relative all'attività dei figli
Il suo capo e i suoi capelli erano bianchi come lana
i suoi piedi erano simili a rame ardente arroventato in una fornace
(così disse chi li raccolse sotto il bancone)
Aveva presieduto, in qualità di coraggioso combattente del '15-18
la locale sezione dell'associazione dei combattenti. Presente!
Carlo Garavaglia, 67 anni, presente!
Alla morte della moglie era andato a abitare con la figlia sposata
la sua voce era come il rumore delle grandi acque
a Corsico in Via XX Settembre 19.
Nella destra teneva sette stelle.
Era stato macellaio
dalla sua bocca usciva un'acuta spada a due tagli
percepiva attualmente una pensione di 18 mila lire.
La sua faccia era come il sole.
Tentava di realizzare qualche guadagno extra facendo il mediatore.
Carlo Gaiani, presente, 57 anni,
abitava con la moglie alla cascina Salesiana
Era perito agrario
ed aveva condotto con successo l'azienda agricola
che conduceva come affittuario, fino ad alcuni anni addietro.
Ora l'azienda era in decadenza.
Lavorava personalmente la terra con un solo lavorante.
Si era recato alla Banca dell'Agricoltura
per concludere la vendita delle ultime 14 vacche.
Saragat taccio, ma ne parla l'«Observer». (2)
Oreste Sangalli, 49 anni: «Presente!»
affittuario della cascina Ronchetto in via Merula 13 a Milano
mettiamo la sordina alla tromba di quell'Uno
lascia la moglie e due ragazzi, Franco di 13 e Claudio di 11
fare d'ogni erba un fascio degli estremisti
si era recato al mercato di Piazza Fontana
va bene per i giornali indipendenti (dalla Verità)
come tutti i venerdì in compagnia di Luigi Meloni
ma un presidente della Repubblica!
Si erano momentaneamente lasciati a Porta Ticinese
Non si può predicare moderazione
e si erano dati appuntamento a Piazza Fontana
in un paese dove è appunto la moderazione che va male
Hanno trovato entrambi la morte
e dove non si può essere moderati senza essere banali
poco dopo essersi ritrovati.
Luigi Meloni, 57 anni presente:
commerciante di bestiame abitava a Corsico in Via Cavour
con la moglie e il figlio Mario, studente di 18 anni.
Possiede qualche piccola proprietà immobiliare.
Era venuto a Milano con la vettura del Sangalli.
E quando l'ebbi veduto io caddi ai suoi piedi come morto.
Ma egli pose sopra di me la sua destra e disse:
Non temere, io sono il Primo e l'Ultimo.
Io sono il Medio, parvero dire Rumor e i suoi colleghi.
Non si può essere medi, qui, senza essere privi d'immaginazione.
Io sono il Primo e l'Ultimo, il Vivente.
Giulio China, 57 anni, presente!!
Era uno dei più importanti commercianti di bestiame di Novara,
ove possedeva due cascine. Lascia la moglie e due figlie sposate.
Ho subìto la morte, ma ecco, ora vivo nei secoli dei secoli
(a differenza di Giulio China)
e tengo le chiavi della morte e dell'inferno.
Mario Pasi, cinquant'anni: presente,
abitava con la moglie in un bell'appartamento di Via Mercalli 16.
Ah antichi portichetti a sesto acuto, grigi, scrostati,
sotto cui l'ombra è così fredda che par di essere in Germania
e i negozietti di mercerie stringono il cuore, e ancor più
se vi si vendono anche caramelle, in scatole di cartone
Ma ci son anche palazzi di metallo e vetro
che danno sui parchi
Non aveva figli. Geometra,
si era dedicato all'amministrazione di fondi e stabili.
Era stato ufficiale di cavalleria.
Scrivi dunque le cose che hai vedute,
e le presenti e quelle che verranno dopo di esse:
l'Italia è in crisi, e la stessa crisi che soffro io
(inadattabilità alle nuove operazioni bancarie)
la soffrono alla loro bestial maniera i fascisti:
le ultime 14 vacche! Le ultime 14 vacche!
Ecco il senso misterioso delle sette stelle;
ché se sette erano magre, le altre sette erano ancor grassottelle.
Carlo Silva, 71 anni, abitava in Corso Lodi 108,
con la moglie e un figlio, impiegato alla «Dubied».
Aveva un secondo figlio sposato.
Aveva fatto il mediatore per tutta la vita
ma una lieve forma di paralisi lo aveva costretto
a muoversi con l'ausilio di un bastone.
Percepiva una esigua pensione, ma non aveva rinunciato
a recarsi ogni venerdì al settimanale convegno coi vecchi colleghi.
Bisogna andare da loro, stupidi come vipere, e dir loro:
Siamo fratelli: possediamo le ultime quattordici vacche:
la nostra azienda è in rovina,
lavoriamo con le nostre mani la terra
aiutati da un solo lavorante.
Non siamo più in grado di abitare in questo Paese
che se ne va per le strade nuove della storia
che hai veduto nella mia destra
e dei sette candelabri d'oro;
Gerolamo Papetti, 79 anni,
abitava alla cascina Ghisolfa di Rho
di cui era proprietario.
Aveva perso la moglie alcuni anni addietro.
Lascia tre figli, uno dei quali, Giocondo,
lo aveva accompagnato a Milano
ed è rimasto ferito in seguito allo scoppio.
Le sette stelle sono i sette Angeli delle sette Chiese
e i sette candelabri sono le sette Chiese.
Beh, non ho intenzione di scrivere l'intero Apocalisse:
ormai basta solo progettarlo;
e così le idee, basta enunciarle: realizzarle è superfluo.
In piena epoca industriale,
coltiviamo dunque la terra con le nostre mani, e un solo lavorante.
Andremo dunque presto a vendere le nostre ultime 14 vacche
ai Vicini nel 1970 avanti Cristo.
No, davvero non si può,
l'ecolalie neanche notarili
vomitate su noi dai nostri coetanei al Governo
sono intollerabili. Caro Moravia, caro Antonioni,
andiamo di là.
Poi venni a casa.
La porta che dava sul corridoio della camera di mia madre
era aperta: da ciò arguii la sua inquietudine.
Essa ha ottant'anni, l'età di Gerolamo Papetti:
e penso a ciò che deve ancora soffrire.
Da letterato che fa della letteratura
dichiaro la mia solidarietà a «Potere Operaio»
e a tutti gli altri groupuscules di estrema sinistra,
Saragat non doveva fare un fascio di quell'erba:
e dunque sugli scudi Tolin.
Le sette Chiese sono su di noi, le zozze.
Scende la notte dello choc: il Naviglio va sottoterra
Tu ti suiciderai
se avevi tutto da guadagnare e nulla da perdere (3)
e quindi non sei un fascista di sinistra, che, poverino,
coi suoi ideali estremistici ora così tragicamente frustrati,
è divenuto mio caro fratello, e vorrei abbracciarlo forte;
tu ti ucciderai, fascista pazzo,
e il tuo suicidio non servirà ad altro
che a dare una disgraziata traccia alla Polizia.
In attesa di essere vendute, queste nostre ultime 14 vacche
pascolano crepuscolari a Patmos
dove ci si limita a scrivere, dell'Apocalisse, il solo prologo.
Ma approfondiamo
(che altro non si fa a Patmos,
senza giungere mai a conclusioni diverse da quelle previste,
il deprimente disprezzo per la borghesia, ivi compresi
i morti di cui sopra, tutti onorabilmente vissuti infino alla fine)
proseguendo, proseguendo eroicamente,
dopo aver steso un velo sulla sconfitta dei giovani
A Efeso a Pergamo a Smirne a Tiatira a Sardi a Filadelfia e a Laodicea
vivono i lettori che disprezzano i buoni sentimenti
e sanno, sanno bene del binomio Autorità-Banalità,
ma ciò non esclude che anche tra loro
i buoni sentimenti siano poi del tutto screditati, anzi, anzi!
Ma le conclusioni di ogni approfondimento sono prevedibili, ripeto.
L'ultimo odor di stalla e di farina
e la stoffa che fuma nelle osterie con la latrina all'aperto
dove va gente che se la intende sull'onorabilità
e vi fa del razzismo romanico
unisce intellettuali di sinistra e fascisti a un unico culto
in via di estinzione: allontanando nel cosmo il punto di vista (4)
essi appaiono tutti raccolti a imprecare allo stesso tabernacolo;
la porta della storia è una Porta Stretta
infilarsi dentro costa una spaventosa fatica
c'è chi rinuncia e dà in giro il culo
e chi non ci rinuncia, ma male, e tiri fuori il cric dal portabagagli,
e chi vuole entrarci a tutti i costi, a gomitate ma con dignità;
ma son tutti là, davanti a quella Porta.
(1) Questi versi sono stati scritti tra il 13 e il 14 dicembre; prima che si sapesse del suicidio dell'anarchico Pinelli.
(2) Ricordo di nuovo al lettore che questi versi sono stati scritti solo il giorno dopo i fatti di cui si parla.
(3) Prevedendo in questi versi un suicidio, pensavo, con assurda ingenuità, che il colpevole che si sarebbe suicidato sarebbe stato un fascista.
(4) Come nella Commedia pappo coesiste notoriamente con pulcro.
Nota 1
Nel titolo è richiamata l'Apocalisse: nella tradizione cristiana, quelli dell'Apocalisse sono gli scritti, canonici o apocrifi, che contengono le rivelazioni (secondo l'etimologia greca apokalypsis, rivelazione), relative al destino finale dell'umanità, fatte da Gesù Cristo al suo servo Giovanni. L'Apocalisse è l'ultima parte del Nuovo Testamento, tradizionalmente attribuita all'apostolo Giovanni. Comprende sette lettere, indirizzate a sette chiese dell'Asia minore, in cui sono esposte le visioni avute da Giovanni nell'isola di Patmos. Il numero è simbolico, perché rappresenta tutte le chiese, con le loro eresie e deviazioni morali. Ogni lettera ha un'impostazione analoga: Cristo è sempre in scena (ora con 7 stelle nella destra e posto tra 7 candelabri d'oro, ora con un libro dai 7 sigilli nella mano) per giudicare le comunità e promettere loro la vittoria su Satana.
L'autore, alla fine del I secolo, intendeva incoraggiare le comunità a resistere alle persecuzioni imperiali e rafforzare la fede dei lettori, mostrando loro che il regno di Dio, già cominciato, stava per infrangere l'ultima e potente resistenza del diavolo, nemico sconfitto. L'Apocalisse profetizzava quindi il piano salvifico di Dio, la vittoria della chiesa e l'annientamento finale dei suoi nemici con una simbologia drammatica di numeri, colori e bestie enormi (caratteristica è la bestia con sette teste e dieci corna che viene dal mare a rappresentare il potere romano invasore). Il cristianesimo orientale fu avverso per molto tempo a questo genere apocalittico, mentre l'occidente lo accolse con grande fortuna cercando nel misterioso simbolismo delle visioni e del linguaggio figurato i segni profetici della storia cristiana.
Nota 2
12 dicembre 1969: un ordigno contenente sette chili di tritolo esplode alle 16,37, nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura, in piazza Fontana, a Milano. Il bilancio delle vittime è di 17 morti e 86 feriti. Nei giorni successivi alla strage, solo a Milano, sono 84 le persone fermate tra anarchici, militanti di estrema sinistra e due appartenenti a formazioni di destra. Il primo ad essere convocato è Giuseppe Pinelli, chiamato in questura lo stesso giorno dell'esplosione. Dopo tre giorni di interrogatorio non viene contestata, a Pinelli, alcuna imputazione eppure non viene rilasciato. Ad interrogarlo è il commissario Luigi Calabresi il quale guida l'inchiesta sulla strage.
Giuseppe Pinelli: ferroviere anarchico. Fermato poche ore dopo la strage del 12 dicembre 1969 a piazza Fontana, Pinelli viene interrogato per tre giorni e alla sera del terzo giorno viene trovato morto nel cortile della questura, dopo essere precipitato dalla finestra della stanza dell'interrogatorio che si trovava al quarto piano. La versione ufficiale parla di suicidio, gli inquirenti cercarono di far credere che Pinelli si fosse tolto la vita perché coinvolto nell'attentato.
All'epoca, il democristiano Mariano Rumor era presidente del consiglio di un governo monocolore democristiano; il socialdemocratico Giuseppe Saragat era presidente della repubblica.
va.vecellio@gmail.com
16:29 Scritto da: mangano1 in opinioni | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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